La Passione non si spiega (di don Pietro Busti)


(Crocifisso – Luca Cavalca)

Durante la Celebrazione della Passione del Signore, presso S. Fermo a Verona, Don Pietro Busti ha pronunciato questa omelia. Entriamo nel grande silenzio accompagnati da queste parole forti. Ringrazio Pietro per aver messo a disposizione il testo della sua meditazione. (ag)

 

La Passione non si spiega

 

Rottura. Deformazione. Sfiguramento. Questa è la Passione. Questo è lo svelamento finale del nostro Dio. La storia di Gesù di Nazareth si compie in un Dio che si rivela spaccato, col volto sfigurato. E questo non si spiega. Come tante crisi, tante domande, tanti turbamenti della nostra vita. La Passione non si spiega: non è giustificabile, non è predeterminata, non era predestinata: togliamoci quegli immaginari con cui tentiamo di salvare Dio mettendo tra parentesi l’uomo. Non era tutto scritto, Gesù non sapeva come sarebbe andata a finire. Ma si è consegnato con fiducia agli eventi. La Croce è un evento. È l’evento di un uomo che sceglie di amare per l’unica strada che in quel momento era apparsa praticabile. È un evento, e il telo che la copre ci ricorda che non possiamo abituarci, non possiamo abbellirlo e farlo diventare una forma fissa. Noi siamo spesso preoccupati di dare una forma a Dio. Magari ideale, perfetta, fissa. Mettendo bene in chiaro i paletti oltre cui non si può andare. Ma Dio si sforma, si spacca. Si racconta come una Passione che attraversa la realtà e le contraddizioni della vita, fino alla fine. Non è preoccupato di tenere una forma, ma di prenderla continuamente nella storia, nella realtà, dalle vite da cui si lascia toccare. Come amore che non arretra. Noi l’abbiamo sacralizzato, cioè separato. Ma tutto il sacro che possiamo incontrare in questo mondo é qui, in questo corpo rotto. E in quello che resiste. In una passione che resiste in una vita deformata.

Svelare questa croce allora, come faremo tra poco non ci fa vedere di più Dio: ci fa vedere paradossalmente meno. È una vera ri-velazione, perché si copre un immaginario, e si apre una ricerca. Quella di un Dio che accade, che passa, che apre passaggi, che fa pasqua. Che si svela e sorprende continuamente nelle vite reali. E questo non si spiega, ma si incontra. Non si spiega, resta piegato. Piagato, potremmo dire questa sera. Fin dopo la risurrezione: le ferite della storia restano.

Perché a Dio non interessa essere una forma perfetta rispetto a noi sfigurati. Non resta intatto, cioè non toccato. È radicalmente toccato, nelle ore della Passione. E ci sono tocchi d’amore, tocchi che feriscono, tocchi indifferenti, tocchi inconsapevoli, tocchi d’aggressività, tocchi di tradimento. E Lui si lascia toccare: se mi lascio toccare, sono convinto che possa generarsi qualcosa tra di noi… Non ti tocco ma mi lascio toccare perché tu possa cambiare. Dio si fa toccare da tutti. E si racconta attraverso questi tocchi. Infondo, abbiamo solo le nostre storie per raccontare Dio, per incontrarlo. Non esiste l’ideale… il venerdì santo ci sbatte in faccia che non esiste il Dio ideale. Ma la realtà di chi assume questo stile rischioso. Delle storie che si rialzano.

Svelare la croce, ritrovarla come evento, non forma fissa. Aprire gli occhi su come Dio sta accadendo fuori forma. Ricevere questa spinta, questo invito a trovare la Presenza, il Risorto, fuori forma. Ecco cosa significa celebrare il venerdì santo.

Possiamo sognare oggi una chiesa che si faccia davvero toccare (e chiederci cosa significa lasciarsi davvero toccare, perfino spaccare!). Possiamo ritrovarla come vocazione di questo luogo, di questo percorso, tra fede e cultura. Possiamo scommettere sul suo essere risonanza di Gesù che si lascia toccare. Che scopre e racconta Dio attraverso la sua storia, e le storie di chi lo tocca. E noi toccheremo questo crocifisso consumato dal tempo, oggi, tra poco. Per lasciarci toccare. Per lasciarci raggiungere dalla vita nuova, che arriva taciturna, attraverso una ferita.

 

La vita nuova

arriva taciturna

dentro la vecchia vita

arriva come una morte

uno schianto

qualcuno che spintona così forte

un crollo.

È una scrittura tanto precisa

e netta da non lasciare dubbi

né sfumature di senso eppure

non dà direzioni né mete.

La vita nuova irrompe

come un vecchio che cade

sul ghiaccio, un pensiero

davanti a un muro, la

sirena di un’ambulanza.

Non ci sono feriti

né annunci di sciagura

solo noi da convincere

a lasciar perdere il miraggio

di una via rettilinea, di un

orizzonte, lasciarsi curvare,

piegare alla tenerezza

della anse del destino.

La vita nuova

è come un grande tuono

sbriciolato

poi a poco a poco

l’erba si china

sotto la pioggia

la prende

la beve.

(Chandra Livia Candiani)

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