La differenza tra le persone, i personaggi e i principi. Un sofisma di Von Balthasar e lo sguardo (poco) critico


Come si può notare, il Rapporto pubblicato martedì 10 marzo dal Gruppo di Studio n 5 dedica un largo spazio alla presentazione de “Il principio mariano e il principio petrino. Uno sguardo critico”, che compare come IV Appendice, comprendente ben 48 numeri.

In realtà, lo sguardo critico appare poco sviluppato e prevale una sorta di “apologetica” della coppia concettuale, di cui si sottolinea, conclusivamente , il valore positivo di “aiuto al chiarimento del potere ecclesiale” e addirittura di “tutela del ruolo delle donne nella vita della Chiesa”. Qui c’è un paradosso e anche una sfida alla ragione, che merita di essere esaminata con cura.

Forse a causa dell’iter complesso di stesura del testo, mi pare che questa Appendice IV risulti scritta da chi non ha letto la Seconda parte del testo, dove si dice una cosa fondamentale per superare questa prospettiva di interpretazione. In effetti, in R II 18 si legge:

La teologia e il Magistero sono quindi chiamati a mettersi in gioco interagendo con la storia concreta delle persone. Occorre pertanto che si eviti la tentazione di dare risposte preconfezionate, ma si offra una parola che tenga conto dei problemi reali e sia condivisa e frutto di una ricerca comune. “

Vorrei brevemente soffermarmi sul procedimento con cui i due “principi” (mariano e petrino) sono stati costruiti da H. U. Von Balthasar, secondo un processo di astrazione, che essenzializza le biografie e trasforma maschile e femminile in “ideal-tipi”.

Se seguiamo la presentazione, che ne fa la Appendice IV, ai nn. 4-13, si vede bene come il contesto in cui Von Balthasar ha costruito questa coppia di concetti è il testo che si intitola Il complesso antiromano. Si tratta, come dice bene la sintesi proposta nel Rapporto, di un discorso ecclesiologico, di una interpretazione della relazione tra confessione cattolica e altre confessioni cristiane.

Qui vediamo in azione, in modo inconfondibile, il grande estro teologico di Von Balthasar, che passa, con eleganza dalle persone di Maria e di Pietro, ai “personaggi” di una narrazione universale, che possono essere letti addirittura come “principi” per orientare una lettura della eredità ecclesiale, che recepisca sia la ispirazione mariana, sia la ispirazione petrina. Questo lavoro sistematico del teologo è prezioso: ogni buon teologo deve farlo e Von Balthasar lo fa in modo elegante ed efficace. La lettura della relazione tra il primato di Maria e il primato di Pietro permette di addolcire la contrapposizione tra le confessioni cristiane, dove si intrecciano, inevitabilmente, il principio istituzionale petrino con il principio istituzionale mariano.

Tuttavia, proprio la ricostruzione che del pensiero di Von Balthasar offre la sintesi, al n. 7, presenta una vistosa “falla”, che ripete un passaggio cieco del teologo svizzero. Il testo dice:

7. Per Balthasar, il legame dei suddetti principi con la femminilità e la mascolinità, rispettivamente, non è casuale, come il teologo spiega: «come per l’incarnazione della Parola fu necessario il sì di una donna – che rappresenta in embrione una comunione ecclesiale – così corrisponde alla figura umana della Parola il suo attuarsi in una forma oggettiva e sociale, “istituzionale”, che rimanga accessibile nel tempo»– ruolo associato a Pietro.

Qui è evidente che qualcosa di importante non torna. In che senso il legame tra principi e femminilità/maschilità evocato dal testo viene definito “non è casuale”? La espressione lascia intendere, indirettamente, che vi sia un “causalità”. Il non casuale diventa, magicamente, la pretesa di trovare una “causalità”. In altre parole, vi è non solo un passaggio da Maria, donna, al “principio mariano” e da Pietro, uomo, al “principio petrino”, ma dal principio mariano alla “femminilità” e dal principio petrino alla “mascolinità”. Questo passaggio, in Von Balthasar, è stato successivamente spiegato, da lui stesso, come fondamento e difesa della “gerarchia tra i sessi”. Ma qui, teologicamente, c’è un errore molto grave: si tratta di un errore logico, di un passaggio indebito, di una deduzione senza fondamento, che Aristotele ha chiamato “metabasis eis allo ghenos”, passaggio a un altro genere.

Approfondimento critico del sofisma

Cerchiamo di restare ancora un momento su questo passaggio problematico. Aristotele lo ha definito in modo chiarissimo: “metabasis eis allo ghenos”, passaggio ad un altro genere. In che cosa consiste il difetto di argomentazione? In un salto logico, ben mascherato, che sposta il ragionamento da un piano ad un altro, senza una giustificazione intrinseca. Come ho spiegato sopra, la argomentazione di Von Balthasar parte da due persone centrali nel NT, come Maria e Pietro. Ne offre una ermeneutica del tutto legittima e costruisce, sulla base di questa interpretazione, una polarità di principi, diremmo degli “ideal-tipi”, che costituiscono due criteri polari di interpretazione della “autorità”; come tali risultano obiettivamente preziosi: la autorità come amore e carisma e la autorità come potere e istituzione permettono una lettura più profonda della tradizione, cattolica, ortodossa e protestante. Fino a teorizzare, coraggiosamente in quanto cattolico, il primato del carisma sul ministero, dell’amore sulla giustizia, di Maria su Pietro. Bellissimo e ammirevole. Il punto oscuro e il sofisma si nasconde però nella applicazione di questo modello alla interpretazione non della Chiesa, ma del sesso, del genere e della differenza sessuale. Far coincidere la differenza dei principi con la differenza sessuale è “passaggio ad un altro genere”, è un sofisma, è una retorica che permette di capovolgere il senso degli stessi principi e di custodire una “gerarchia dei sessi” che non conosce alcun principio mariano, se non come orpello retorico.

Bisogna aggiungere una cosa: il “passaggio ad altro genere” è un sofisma per la scienza, che è “scire per causas”. Questa indifferenza al genere è però l’organo fondamentale della poesia, che è continuo “trasporto” da un genere a un altro. Le metafore, di cui vive la espressione poetica, sono continui passaggi tra generi. E saremmo ciechi se volessimo chiudere la esperienza ecclesiale nel principio di non contraddizione.

Von Balthasar era sensibilissimo alla poesia e scriveva sempre in modo poetico. Ma la “ideazione” di cui ha necessità ogni buona teologia sistematica non deve spostare la argomentazione decisiva sul piano metaforico, quando la conseguenza delle metafore più ardite diventano divieti, prescrizioni, fino alla conferma di pregiudizi culturali senza fondamento. L’uso della poesia per giustificare l’arbitrio non è mai una via opportuna. I sofismi restano sofismi, anche se ripetuti dal Magistero, che non ha alcun potere sui vizi logici.

Conseguenze sinodali

Questa applicazione dei due principi (mariano e petrino), la cui legittimità sistematica è del tutto ragguardevole, ad ogni donna e ad ogni uomo, come se fosse il portato di una “determinazione trascendentale” del maschile e del femminile, costituisce una argomentazione vuota, che copre la mancanza di ragioni per escludere le donne dalla autorità ecclesiale.

Il principio mariano e il principio petrino, in quanto principi, sono criteri di interpretazione di atti che possono essere posti, indifferentemente, non solo da cattolici o da protestanti, ma anche da uomini e da donne. Principio mariano e principio petrino non si riferiscono al “genere” dei soggetti, ma alla forma e allo stile delle azioni ecclesiali. La confusione tra questi due livelli e la sovrapposizione ingiustificata tra “mariano/femminile” e “petrino/maschile” è una caduta grave nel pensiero di Von Balthasar, che si riflette nella recezione che il magistero ne ha tratto, recentemente, senza il dovuto controllo critico. Tale controllo può venire dall’ascolto reale della critica teologica. Nella Appendice IV si nota una sovrabbondanza di citazioni di Von Balthasar, e una carenza di citazioni dei suoi critici. In un Rapporto si sarebbero dovuti citare, accanto ai testi di Balthasar, almeno i testi di M. Perroni, L. Castiglioni e L. Vantini, che negli ultimi 20 anni sono intervenuti sul tema, con argomenti difficilmente aggirabili e che non sono stati adeguatamente considerati nella sintesi offerta dalla Appendice IV.

Periculum latet in generalibus: ogni idealizzazione, se non usa cautela, finisce per diventare una violenza esercitata sui soggetti. Le persone storiche di Maria e di Pietro, diventano personaggi della tradizione, santi da venerare, persino principi di ermeneutica ecclesiale. Applicare i “principi” ad ogni battezzato di sesso maschile o femminile, è un uso legittimo e illuminante. Fare un “passaggio ad altro genere” e catalogare i battezzati secondo il sesso, usando i principi per predeterminare la vocazione di ogni persona in relazione al sesso, è un modo di stare fuori dalla storia e di non lasciare la parola ai “segni dei tempi”, come il documento riconda giustamente nei suoi numeri iniziali, ma sembra dimenticare quando arriva alla Appendice IV. I principi, proprio perché finemente elaborati, restano al servizio delle persone; le persone non si lasciano ridurre al servizio dei principi. Per come è stata scritta, la Appendice IV, dovrebbe avere, come sottotitolo, “uno sguardo apologetico”. Il servizio teologico al magistero, che assume anche forma sinodale, non può consistere in una apologetica di quei sofismi, che impediscono di “interagire con la storia concreta delle persone”.

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