Il Vaticano II come il battesimo di un chiesa a 5 continenti (di Sergio Massironi e Andrea Grillo)
Bella l’idea di un anniversario del Vaticano II, sono passati 60 anni dalla sua conclusione, all’insegna di uno degli effetti più rilevanti che ha esercitato sulla Chiesa cattolica: la internazionalizzazione della Chiesa romana. Per questo in gioco vi è il Geofuturo di un Concilio. Riprendo qui le prime e le ultime batture della Introduzione del volume, in cui, Sergio Massironi ed io, abbiamo interpellato teologi e teologhe di 5 continenti, per chiedere loro l’effetto principale del Concilio nel loro continente. Ne viene fuori un quadro singolare e forte, che segna la conferma di una interpretazione del Concilio dalle periferie. Questa, che dal punto di vista della espressione è una parola legata a papa Francesco, di fatto è una conseguenza del Concilio voluto da Giovanni XXIII e portato a compimento da Paolo VI. Gli sguardi periferici sono la nuova centralità.
I singoli capitoli del libro sono stati scritti da:Christian Bauer, Emilce Cuda, Darren Dias,Adele Howard, Stan Chu Ilo, Rafael Luciani, Emmanuel Nathan, Ikenna Okafor, Idara Otu, Francesca Perugi, Debora Rienzi, Patricia Santos, Ivan Šarčević. (ag)
Introduzione
di Sergio Massironi e Andrea Grillo
“La Chiesa del Concilio, sì, si è occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta:
l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa non soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione di ogni realtà. Tutto l’uomo fenomenico… si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari”1.
Il libro che avete fra le mani viene pubblicato nel sessantesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II. Ci accomuna la consapevolezza che la sua attuazione è più che mai aperta. Essa esige una ricostruzione assai differenziata del suo magistero. Nel cambiamento d’epoca si approfondisce, infatti, il mutamento di percezione che la Chiesa ha di se stessa in rapporto alla Rivelazione e all’intera umanità. Nei diversi contesti culturali – e in particolare dai margini che Papa Francesco chiamava «periferie esistenziali»2 – è possibile oggi maturare osservazioni fondamentali sui frutti del Concilio e sui compiti di una Chiesa che lo intende ancora recepire. Ci siamo accorti che questo “sguardo da fuori” non è ancora così diffuso in teologia. Negli ultimi anni il processo sinodale, che vorremmo diventasse permanente, ha finalmente manifestato quella comunione nella diversità a prescindere dalla quale la Chiesa non può più dirsi cattolica, né servire efficacemente il frantumato mondo cui è inviata. Ci siamo proposti, quindi, di raccogliere in questo volume contributi da ogni continente: voci attente a rileggere gli effetti contestuali del Vaticano II e le sue promesse ancora vive.
Quando il cardinale Wojtyła tornò in Polonia, dopo la fine del Concilio, nel 1965, raccontò di avere assistito a una rivoluzione. Lo diceva
anzitutto in riferimento alla apertura della Chiesa romana, per la prima volta, ai cinque continenti. È stata una delle caratteristiche peculiari
e di maggiore impatto del Vaticano II: per la prima volta a Roma si incontravano vescovi di tutti i continenti. Questo ha determinato non
poco la possibilità di inaugurare quello che è stato definito l’evento linguistico del Concilio. Evento linguistico almeno in due sensi: perché
il linguaggio del Concilio Vaticano II, per la prima volta, rinunciava a quella espressione giuridico-dogmatica, che da Nicea aveva caratterizzato i concili, per assumere uno stile sapienziale e biblico, che rinunciava a ogni condanna e a ogni dogmatizzazione. Ma accanto a questo significato ve ne è un secondo, che oggi, a sessant’anni di distanza, appare ancora più ingente: con il Concilio entrava nella tradizione ecclesiale romana l’esperienza linguistica, culturale ed ecclesiale di cinque diversi continenti. Proprio questa pluralità culturale, linguistica, geografica oggi promette, e forse esige, una nuova ermeneutica conciliare.
Quegli altiora principia che i documenti conciliari hanno affermato sessant’anni fa oggi possono godere dell’interpretazione che non viene
a Roma soltanto dall’Europa, ma dall’Africa e dall’Asia, dalle Americhe e dall’Oceania. Questi continenti possono a loro volta trasmettere
ciò che hanno ricevuto.
Il Concilio Vaticano II e le “nuove forme” di primato del mistero
Il Concilio Vaticano II, in effetti, è stato un evento con cui la Chiesa cattolica ha profondamente ripensato la propria identità, la propria
relazione con se stessa e con il mondo. Noi ci troviamo perciò oggi – a sessant’anni dalla fine di quell’evento – nell’esigenza di ripensare un
tale ripensamento, con la coscienza che non solo dobbiamo farlo diventare l’oggetto del nostro studio, ma dobbiamo anche saperlo ricevere
tuttora come quel soggetto capace di sollecitare la ragione, di scaldare il cuore e di dare nuovo slancio al corpo3.
Anche di corpo occorre parlare, non solo di ragione e di cuore, se è vero che questi nostri corpi e il corpo della Chiesa si incontrano e
si richiamano nel Corpo di Cristo, fino a confondersi e a incrociarsi. Proprio dal corpo, dunque – da questo mio corpo vissuto –, vorremmo
iniziare, riprendendo così anche quella nota autobiografica che il dibattito sul Concilio spesso manifesta, portando molti di coloro che
intervengono a soffermarsi significativamente sulla relazione emozionata e commossa tra la loro vita e il fatto del Concilio, tra la età del corpo
e gli eventi del Vaticano II: «Quando avevo sedici anni…», «Quando mi trovavo a Roma…», «Quando vidi per la prima volta gli altari
girati…», ecc.
Ebbene, su questo piano dobbiamo riconoscere che per noi il Concilio Vaticano II è un po’ come il nostro battesimo: lo abbiamo vissuto
quando ancora “non c’eravamo”. Per noi, come per tutti quelli nati dalla fine degli anni Cinquanta in poi, il Concilio è semplicemente
l’orizzonte ecclesiale in cui si è iscritta la storia del nostro corpo, del nostro cuore e della nostra ragione. Questa è veramente la forza della
tradizione e ciò non può sorprendere, anzi ci induce a scoprire che per queste nuove generazioni vale un principio diverso da quello delle
precedenti: esse hanno – irrimediabilmente e provvidenzialmente – il Concilio alle loro spalle, possono e devono senz’altro “ripensare” il
Concilio, ma sono state sollevate dal problema non piccolo di “pensarlo” in prima battuta. La nostra possibilità di ri-pensamento, perciò,
presuppone che qualcun altro, prima di noi, abbia pensato il Concilio, senza di noi ma per noi e quasi in vista di noi, perché a noi fosse data
quasi un’altra vista, un’altra visuale, un’altra prospettiva, sulla Chiesa e sul mondo, sugli esseri umani e su Dio.
…
Se restituito alla sua più vera aspirazione, il Concilio Vaticano II costituisce l’auto-esporsi della Chiesa a una profonda rilettura della propria
radice, piantata spiritualmente nel mistero di Dio in Cristo: è dunque facilmente riconoscibile come un tempo opportuno, preoccupato
di assicurare la continuità della tradizione cristiana; esso brilla come un vero e proprio kairós che abbiamo visto chiaramente passare tra noi
e che, certo, destabilizza abitudini consolidate e configurazioni asfittiche del potere umano. San Paolo, d’altra parte, per primo descrisse il
Vangelo come potenza, dynamis: dinamite, verrebbe da tradurre, per ciò che di mondano ha troppo a lungo bloccato la traditio. Ebbene,
che cosa di questa potenza gioiosa il Concilio ha reso percepibile nei diversi contesti in cui la Chiesa è impiantata? Per comprenderlo, noi
curatori abbiamo proposto quattro elementi all’attenzione dei diversi autori, per favorire una convergenza metodologica che non ne mortifichi le specificità. Sono, per così dire, i pilastri su cui il libro è costruito come un poliedro irregolare, ma ben piantato a terra:
1. Il riferimento ad almeno una delle quattro Costituzioni e ai documenti conciliari, a motivo della particolare incidenza che hanno
dimostrato nell’attuazione del Concilio nella propria regione ecclesiale. Detto altrimenti, in forma interrogativa: con quale accento
il Concilio è arrivato localmente e a partire da quali priorità è stato accolto e tradotto in scelte pastorali?
2. Il riferimento al sensus fidei fidelium, in particolare dei poveri e di chi si considera ai margini della comunità ecclesiale: quali
cambiamenti si sono prodotti dopo il Concilio nella coscienza di base, nella religiosità popolare, nel rapporto fra fede e senso
critico?
3. Il riferimento agli ostacoli e alle resistenze al rinnovamento della missione ecclesiale: quali spinte anticonciliari si sono manifestate
all’inizio, nel corso dei decenni, o soltanto di recente?
4. Il riferimento alle promesse che negli ultimi anni – in particolare con il cammino sinodale universale promosso da Papa Francesco
– si sono riaccese nel proprio contesto geoculturale di riferimento, con particolare attenzione al rapporto fra Chiese particolari
e Chiesa universale.
Ai lettori non ci resta che augurare buon viaggio, dal momento che i capitoli di questo libro li porteranno da un margine all’altro della
Terra, ad abitare le Chiese particolari come case aperte e ospitali, in cui incontrare persone, ascoltare storie, apprezzare modi di interpretare
e di esprimere la fede irriducibili l’uno all’altro. Vicende talvolta sofferte, ma luminose, in cui già si intravede qualcosa in più di quella
che Chenu definì la «fine dell’era costantiniana». Dall’Africa all’India, dall’arcipelago oceanico alle Americhe del Sud e del Nord il cattolicesimo va assumendo nuove forme, nella misura in cui si cimenta con grandi sfide. Si giunge infine all’Europa e al Mediterraneo cui è possibile tornare con piena coscienza solo dopo avere incontrato e ascoltato ciò che, visto da Roma, “centro” non è. I luoghi che del cristianesimo sono stati la culla, insomma, hanno una specifica vocazione nel geofuturo di un Concilio che ha inteso ristabilire la conversazione tra Chiesa e mondo, o fra cielo e Terra. La vocazione a uscire da sé.
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1 Paolo VI, Omelia alla IX Sessione del Concilio Vaticano II, 7 dicembre 1965
2 Papa Francesco, Messaggio del Santo Padre al Meeting per l’amicizia fra i popoli, Rimini, 24-30 agosto 2014.
3 È quindi utile ricordare che il “nostro” ripensamento rischia molto (direi quasi tutto) se dimentica di avere a che fare con un ripensamento già effettuato e del quale viviamo. Altrimenti potremmo facilmente cadere nel pericolo e nella tentazione di ridurre il Concilio ai nostri criteri di rilettura, perdendo così molto della specificità del metodo conciliare, che consiste appunto non tanto nel mutare gli “oggetti” dell’attenzione ecclesiale, ma di mutare le forme di vita con cui tali oggetti vengono sperimentati ed espressi.
11 Cfr. Alberto Melloni, “Sacrosanctum Concilium” 1963-2003. Lo spessore storico della Riforma Liturgica e la ricezione del Vaticano II, in «Rivista Liturgica», n. 90, 2003, pp. 915-930.































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