Il Rapporto del Gruppo di Studio n.5: ascolto del disagio, reticenze sistematiche, prospettive limitate
Uno dei fatti significativi, che si leggono nei primi 9 numeri del “Rapporto” (che si può consultare qui) è la trasformazione del lavoro del Gruppo in corso d’opera. Alla fine abbiamo, come prodotto del Gruppo 5, un rapporto simile a quello di tutti gli altri gruppi, non un documento del Dicastero, come era stato ipotizzato all’inizio e anche nel confronto tra il Prefetto e il Sinodo, nell’ottobre del 2024. La struttura del Rapporto, tuttavia, conserva in parte la struttura del Documento che era stato anticipato. Tuttavia cambiano i “pesi” interni al documento. Quella ampia presentazione di “figure femminili”, che sembrava dover essere il corpo del documento, è diventata parte di una articolata appendice (che occupa 72 numeri, rispetto ai 51 numeri delle prime due parti). Tuttavia la appendice offre anche altro materiale, di diversa natura e intenzione. Ecco lo schema generale del documento (con i numeri corrispondenti, che non sono progressivi, ma ricominciano in ciascuna parte e appendice)
a) una breve ricostruzione della storia del Gruppo 5, del suo metodo di lavoro e delle intuizioni avute durante il lavoro stesso (la presente Prima Parte I, 1-9)
b) una sintesi argomentata delle principali risultanze e convergenze circa il tema in oggetto derivanti dall’ascolto delle diverse componenti del Dicastero (Consultori, Ufficio Dottrinale, Congresso, Feria IV), dalla lettura dei testi ricevuti e dalle testimonianze sollecitate dallo stesso Dicastero (la Seconda Parte del Rapporto Finale, II 1-42);
c) un’ampia appendice di catalogazione comprendente almeno una parte importante dell’ingente materiale che il Dicastero ha ricevuto e raccolto nei mesi scorsi, che sintetizza in sei parti:
– Figure femminili nella Bibbia (App I, 1-73)
– Figure femminili rilevanti nella storia della Chiesa (App II, 1-19).
– Testimonianze attuali su donne che partecipano alla guida della Chiesa (App III, 1-21)
– Principio Mariano e Principio Petrino. Uno sguardo critico. (App IV, 1-48)
– La potestà ecclesiale (App. V, 1-29)
– Il contributo di Papa Francesco e di Papa Leone XIV circa il ruolo delle donne nella Chiesa. (App VI, 1-42)
Come è evidente, la struttura del documento è assai composita e dimostra molti strati diversi, quasi l’unirsi in un solo testo di progetti diversi. E’ evidente già per il fatto che la numerazione ricomincia dal n.1 per ben 8 volte, attestando, anche numericamente, la complessità degli approcci presenti nel testo.
Molti sono gli aspetti interessanti. Vorrei limitarmi ad esaminare, per ora, il profilo sistematico del Rapporto. Su questo piano mi pare che si possano registrare alcuni punti interessanti, insieme a carenze ancora piuttosto vistose.
1. La qualificazione del problema e alcune reticenze
Il primo punto su cui mi soffermo è presentato dalla Sintesi ragionata dei temi emersi dall’approfondimento sinodale. E’ molto chiaro il percorso di riconoscimento della “entrata della donna nello spazio pubblico”, come fenomeno culturale che la Chiesa legge come “segno dei tempi” fin da Giovanni XXIII (R, II, 1-3. Una chiara assunzione del “disagio” appare limpidamente delineata (R, II, 4-7) con una franchezza piuttosto rara nei recenti documenti ecclesiali. La questione delle donne è un “segno dei tempi” (R, II, 10) al quale la Chiesa deve rispondere non subendo le trasformazioni sociali, ma prendendo decisioni, pur considerando che le situazioni sono geograficamente e storicamente differenziate. Tuttavia il prendere decisioni è subito attenuato, troppo attenuato, da una contrapposizione forzata: quella tra paura e fretta. Assumere decisioni, sentite come “onorare una promessa” non può considerare una virtù il rinvio ad oltranza di ogni decisione. In questo caso il problema non è la fretta, ma la mancanza di memoria: c’è una promessa da onorare da 60 anni, non semplicemente un tema su cui riflettere con infinita pazienza.
D’altra parte il testo continua con un esame della natura relazionale dell’umano che esce dalle letture “essenzialiste” di maschile e femminile che hanno caratterizzato molta teologia e quasi tutto il magistero fino ad oggi.
“Ciò significa sforzarsi di pensare la dualità sessuale umana senza fermarsi a una sua concezione naturalistica, che si limiti cioè a prendere atto della diversità sessuale in senso biologico, ma che la concepisca anche da un punto di vista antropologico-relazionale, per il quale l’uomo e la donna sono un “tu” imprescindibile l’uno per l’altra.” (R II 15)
E si aggiunge, assai significativamente: “La teologia e il magistero sono quindi chiamati a mettersi in gioco interagendo con la storia concreta delle persone” (R II 18)
Nella seconda questione di fondo (dedicata alla potestas) la traduzione di questo impegno teologico e magisteriale sembra però autoconfinarsi nel territorio delle diverse accezioni di “potestas”. Dal punto di vista sistematico mi pare una autolimitazione piuttosto grave. Tutti i numeri successivi, infatti (R II 19-29) ricostruiscono gli ampliamenti di “esercizio di governo” causati dagli interventi generosi di papa Francesco, sul piano teorico come sul piano pratico. Alla potestà di governo le donne possono partecipare: questo è un fatto. Ma perché solo alla potestà di governo? Gli equilibrismi cominciano al n. 21 e non cessano più: si parla solo di partecipazione alla “potestà di governo” e si lascia nel non detto la resistenza della “riserva maschile” su tutto il campo del ministero ordinato. Così tutto il testo, anche quando è aperto e sincero, resta segnato da una mancanza di parresia. Non si parla mai di corda in questo discorso sull’impiccato! Perciò, se il tema è la potestas, si ridimensiona la gerarchia. Se il tema è il ministero, si fa spazio solo ai ministeri istituiti, non a quello ordinato.
Così la sintesi di R II 28 è profondamente segnata da limiti sistematici strutturali, incapaci di respirare a fondo. Si offre una sintesi del magistero recente con un piccolo riassunto che crea una identità del “ministro ordinato” solo segnata dalla amministrazione della eucaristia (come era prima del Vaticano II) e uno spazio di inclusione lasciato soltanto alla potestà primaziale del Romano Pontefice. Insomma una sintesi che mette insieme il Curato d’Ars e il Concilio Vaticano I. Dal punto di vista sistematico, non si entra neppure nel XX secolo.
Nella parte dedicata al ministero (R II 30-32) si esamina la estensione dell’accesso ai ministeri istituiti come un dato obiettivo. Ma è chiaro che, dal punto di vista della potestas non è un grande risultato. Anzi, per consolazione, si valorizza il resoconto della Commissione sul Diaconato femminile sull’unica proposizione in cui si è raggiunto un considerevole consenso: purtroppo si tratta di una proposizione inutile, perché ripete semplicemente ciò che già è accaduto e che è già acquisito, molto prima della Lettera del Card. Petrocchi, che risulta irrilevante. Il tema dei carismi, che chiude la II parte, si muove con libertà proprio perché non tocca istituzioni. Si parla di autorità, ma il diritto non è implicato (o non si sente implicato) e così si può respirare senza rischi.
2. La forma un poco sfuggente della risposta
Se questi sono alcuni tratti della impostazione della questione, molto più deludente è la articolazione sistematica della risposta, di cui abbiamo solo poche tracce all’interno delle appendici. Mi soffermo solo su due aspetti, senza entrare nelle articolate prime tre appendici, di presentazioni di figure femminili antiche, moderne e contemporanee.
La Appendice IV affronta la vexata quaestio dei “Principi mariano e petrino”. Chi la legge con attenzione può essere distratto dal titolo, che parla di “sguardo critico”. Per 33 numeri si fa la apologetica dei principi, in Von Balthasar e nei papi che li hanno utilizzati per il loro magistero. In 9 numeri si offre una sintesi delle critiche, esposte in modo piuttosto cauto, ma subito dopo, si restituisce la parola alla apologetica dei principi e, tutto sommato, si benedicono i due principi come un contributo importante a “tutelare il ruolo della donna nella Chiesa”. Qui, tuttavia si dimentica che Von Balthasar ha costruito con passione una lettura molto unilaterale della tradizione, che merita di essere criticata, perché risulta fuorviante. Invece, la apologetica di Von Balthasar non è capace di uscire dall’errore e anzi ritiene di doverlo ripetere, senza fretta di uscirne. Questo sul piano della parresia sistematica mi pare un aspetto molto grave del Rapporto, che contraddice il compito dell’ascolto.
3. Alcune prospettive fuorvianti
L’ Appendice sulla “potestà ecclesiale” mi pare esemplare di una prospettiva che chiamo “fuorviante”, perché non entra davvero nelle questioni, ma lascia in ombra o nel silenzio aspetti decisivi della “condizione femminile”. I 29 numeri della App V sono emblematici di una latitanza sistematica che affligge i discorsi giuridici, in modo allarmante. I primi numeri impostano la riflessione su potere, autorità e servizio e vi si ricostruisce per sommi capi la storia della differenziazione dell’unica potestas nella potestà di ordine e nella potestà di giurisdizione. Si cita, in R V 11, il tentativo del Concilio Vaticano II di riunificare la potestas, ma poi, per confermare la forte distinzione, si cita addirittura la Nota Previa, senza tener conto, che, da lì a pochi anni, sarebbe cambiato sul piano sistematico il rapporto tra Episcopato e Presbiterato. Si vuole solo confermare un “doppio livello” di potestas, ma lo si fa strumentalmente, per garantirsi un margine di manovra nei confronti delle donne. Il teorema (che non viene mai formulato, ma che regge tutta la fragile impostazione sistematica del testo) è questo: se il potere nella Chiesa ha anche forma di “regimen” e non solo di “ordine”, le donne non hanno bisogno di essere ordinate per vedersi attribuita una autorità. Le due linee di interpretazione della “potestà” (di cui in R V 15-20) sembrano coprire l’intero campo della questione. Dal punto di vista sistematico c’è però un problema molto grave, di cui il documento non fa alcuna menzione, se non in modo del tutto estrinseco. Si tratta del modello di rilettura del ministero ecclesiale, che lo pensa secondo i “tria munera”. Se si imposta la questione in modo medievale e moderno, non se ne esce. Se invece si pensa il ministero come partecipazione ai tria munera (profetico, regale e sacerdotale) allora il quadro cambia completamente (e a ciò accenna, in modo trasversale, R V 13). La entrata della donna nello spazio pubblico esige che si pensino, anche per la donna, tutti e tre i munera, e non solo due. Un sottotesto, sistematicamente troppo invadente, pensa, senza argomentare, che la donna possa avere solo potere regale, qualche lembo di potere profetico, ma nessun potere sacerdotale. Per questo, la lettura riduttiva della esclusione dal ministero ordinato è promossa, indirettamente, da questa continua oscillazione tra “ontologia battesimale” e “ontologia sacerdotale”. Qui sta il difetto sistematico che porta a prospettive “fuorvianti”. Se la autorità è legata alla ordinazione, come dice il Vaticano II, questo significa che ogni battezzato, maschio o femmina, alle debite condizioni può essere ordinato. Senza questa prospettiva, di parità differenziata, la “riserva maschile” continuerà a minare le relazioni ecclesiali. Anche se la esaltiamo a livello di “principio”.
Certo, questo Rapporto non si impegna per nulla sul piano di una “essenzializzazione” del femminile. Questo è un dato assai positivo e che deve essere segnalato e valorizzato. Tuttavia, la forma migliore di resistenza della riserva maschile, che Von Balthasar ha trasfigurato abilmente in una teoria di “principi” a tutela della gerarchia dei sessi, deve essere riconosciuta oggi come un grave errore di impostazione sistematica. L’apologia degli errori del passato non porta lontano, in nessun caso. E se la Chiesa gerarchia, quando pure lavora “dal basso”, si ostina a definire la teoria dei principi mariano/petrino come nera, molte donne, insieme a non pochi uomini, riconoscono da tempo che quella teoria la vedono proprio bianca. In questo frangente, con tutto il suo impatto, il genio paradossale di Ignazio di Loyola non riesce proprio ad avere la meglio. Qui non si tratta di fede, ma di reticenze e di paure.































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