Il linguaggio della santità: parole e immagini su e di Carlo Acutis


E’ stato un evento linguistico. Questo è uno dei giudizi più profondi e fondati che si dà del Concilio Vaticano II. Un modo più grande e più intenso di parlare del Mistero, con un profondo rinnovamento del modo di esprimersi (e di fare esperienza) sul culto, sulla rivelazione, sulla Chiesa e sul mondo. Questo passaggio, gradualmente, ha investito tutti gli ambiti della vita cristiana, compreso il modo di concepire la santità. E’ inevitabile che accanto ad ambiti nei quali il mutamento di linguaggio ha proceduto più speditamente, ci siano luoghi e forme di vita in cui la inerzia di un linguaggio classico fatica ad evolvere. La esperienza che facciamo in questi giorni, leggendo i documenti prodotti dalla Congregazione per la Cause dei Santi, segnala una pericolosa stasi della esperienza e della espressione in un linguaggio artefatto, caricaturale, forzato e distorto. Anche la agiografia, che pure ha i suoi modi, conosce limiti e forme esagerate. Dopo aver esaminato la inadeguatezza con cui si parla di “miracoli eucaristici” intorno alla vita di Carlo Acutis (cfr. qui il post precedente), vorrei soffermarmi su due aspetti diversi, ma che concorrono ad alimentare una lettura della vita cristiana e dei suoi ideali non equilibrata e con tratti preoccupanti. Mi occuperò pertanto delle “parole su Carlo” e delle “parole di Carlo”, per concludere con una “vista su Carlo” che costituisce il punto di massima crisi della autorevolezza ecclesiale. Ma andiamo per ordine.

1. Le parole su Carlo

Proviamo a leggere almeno alcuni passaggi dei documenti con cui si è arrivati alla beatificazione e alla canonizzazione: si trovano all’indirizzo https://www.causesanti.va/it/santi-e-beati/carlo-acutis.html. Tutti possono leggerle, e capire immediatamente la inadeguatezza del linguaggio che è stato usato per parlare di Carlo. All’inizio, però, si trova, come titolo, una frase attribuita direttamente al beato:

“Offro tutte le sofferenze che dovrò patire, al Signore, per il Papa e per la Chiesa, per non fare il Purgatorio e andare dritto in Paradiso”

La espressione appare sorprendente, non solo per come ragiona sulla sofferenza, ma anche per il modo con cui crea una correlazione tra sofferenza sopportata e purgatorio evitato: una pagina di spiritualità cristiana piuttosto imbarazzante ed esposta ad un giudizio non proprio lusinghiero. E’ la espressione di un 14enne che non è stato formato e che usa le parole in un modo che non può in nessun modo essere raccomandato ad altri. Si può collocare come titolo di una agiografia la frase in cui un beato esprime una opinione censurabile?
Più interessante è però la ricostruzione della vita, proposta ufficialmente dalla Congregazione dei santi, che offre questo interessante spaccato:

“Amore all’Eucaristia e devozione alla Madonna

Il fulcro della spiritualità di Carlo era l’incontro quotidiano con il Signore nell’Eucaristia. Egli ripeteva spesso: “L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo!”. È questo il centro di tutta la sua esistenza trascorsa nell’amicizia con Dio. Ciò si tradusse, dopo la prima Comunione, nella partecipazione alla Messa tutti i giorni, con il permesso del suo direttore spirituale. Grande devoto delle appari­zioni e del messaggio di Fatima, a imitazione dei Pastorelli, offriva dei piccoli sacrifici per coloro che non amano il Signore Gesù presente nell’Eucaristia. Quando, per gli impegni scolastici, non poteva andare alla Messa, faceva la Comunione spirituale. Compì anche una preziosa opera di apostolato in mezzo ai compagni di scuola e agli amici, spiegando loro il mistero eucaristico con l’utilizzo dei racconti dei più importanti miracoli eucaristici accaduti nel corso dei secoli. Fu così che quale apostolo dell’Eucaristia, Carlo scelse di utilizzare il suo genio informatico per progettare e realizzare una mostra internazionale sui “Miracoli eucaristici”. Si tratta di un’ampia rassegna fotografica con descrizioni storiche, che presenta diversi dei principali miracoli eucaristici (circa 136) verificatisi nel corso dei secoli in Paesi sparsi nel mondo e ricono­sciuti dalla Chiesa.

L’altra colonna fondamentale della spiritualità di Carlo fu la devozione alla Madonna. Essa si esprimeva nella recita quotidiana del Rosario, nella consacrazione al suo Cuore Immacolato e nella progettazione di uno schema del pio esercizio che riprodusse con il suo computer. Dedicò una particolare attenzione ai Novissimi, che proiettarono la sua esistenza nella realtà della vita eterna.”

Alcune questioni saltano subito all’occhio: è “apostolo dell’eucaristia” un ragazzino che imita i pastorelli di Fatima e colleziona immagini di tutti i miracoli eucaristici? Piuttosto che educarlo, si è preferito lasciarlo fare? Oppure si cerca, attraverso di lui, di rendere infantile tutta la chiesa, proponendo a tutti come modello un ragazzo che non è stato guidato dalla sapienza che avrebbero dovuto avere con lui gli adulti (laici e chierici) che stavano intorno a lui?

Attraverso un ragazzino di 15 anni, che ripete stereotipi ottocenteschi, si promuove una spiritualità e una Chiesa, una idea di sacramento e di preghiera, che è indietro di 200 anni. Una chiesa in uscita, certo, ma dalla porta di servizio, verso la nostalgia e verso la rassicurazione delle forme più limitate della devozione individualistica e borghese. Proprio in nome della fede cattolica (che non abita nei musei) dobbiamo uscire da modelli troppo angusti, con cui identifichiamo erroneamente il cattolicesimo.

2. Le “frasi di Carlo” e il loro significato

La saggezza non ha età: si può essere molto saggi da adulti, o da molto vecchi, ma anche da giovani. I giovani saggi sono un grande dono, proprio perché sono cosa rara. Il desiderio di trovare “parole sante” in un santo è del tutto ragionevole. Ma le parole di Carlo, quelle che si ripetono più frequentemente, sono davvero sagge? Sul sito ufficiale della associazione troviamo riportate ben 7 frasi, che sarebbero “il meglio” di ciò che Carlo ha detto. Eccole:

Il Rosario è la scala più corta per salire in Cielo”

Una vita è veramente bella solo se si arriva ad amare Dio sopra ogni cosa il prossimo come noi stessi”.

Criticare la Chiesa significa criticare noi stessi!La Chiesa è la dispensatrice dei tesori per la nostra salvezza”.

L’unica cosa che dobbiamo temere veramente è il peccato”.

 “Perché gli uomini si preoccupano tanto della bellezza del proprio corpo e poi non si preoccupano della bellezza della propria anima?”.

Non io ma Dio”.

Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”.

Se le esaminiamo, possiamo constatare che non sono molto originali. Alcune le abbiamo sentite nelle prediche di parroci di 50 anni fa o le traiamo, più o meno direttamente, dalla scrittura. C’è anche un registro apologetico contro la critica alla chiesa che suona veramente strano in un ragazzino di 14 anni. Ma le frasi forse più famose sono le ultime due: una che contrappone io e Dio e l’altra che pone in tensione l’originale come nascita e la fotocopia come morte. La prima è un luogo comune delle letture estatiche della identità, la seconda è piuttosto una frase contro la “omologazione”. Ma sono davvero così spirituali queste proposizioni?

Iniziamo dalla penultima: essa dà per scontato che affermare Dio significa negare l’io. In tutto questo c’è una ingenuità che si capisce in un 14enne, ma si capisce meno in chi rilancia questo stereotipo. Una delle ricerche più belle sul modo di intendere il soggetto, scritta dal giovane teologo Rousselot, morto durante la prima guerra mondiale, ci mette in guardia dal pensare che l’amore di sé sia un male. Nella frase “non io ma Dio” si inclina ad una contrapposizione che la incarnazione e la Pasqua rileggono nel profondo. Piuttosto che “non io ma Dio” si dovrebbe dire “io in Dio” o “Dio in noi”. Aver catturato in modo così drastico una espressione di Carlo nel cammino della sua formazione e averla resa “assoluta” è una operazione teologicamente ed ecclesialmente poco saggia. La sua saggezza meritava uno spazio di formazione che non c’è stato, né prima della morte, in lui, né dopo la morte, in chi gli è sopravvissuto.

Lo stesso vale per l’ultima frase, forse la più ripetuta. Non dobbiamo essere fotocopie, dobbiamo “restare originali”, si dice. Ma è davvero così? Siamo davvero “originali minacciati dal diventare fotocopie”? Non siamo anche fotocopie che possono diventare originali? Non è forse altrettanto vero, e forse addirittura ancor più vero, che ogni uomo e ogni donna, nel diventare capace di usare le mani, la parola e il pensiero, diventa un originale proprio crescendo, elaborando, mettendo a frutto, entrando in comunione? Anche qui, una frase troppo unilaterale, isolata, perde di vista una sapienza più completa e più santa. Non siamo già originali, ma lo diventiamo nelle relazioni, con Dio e con il prossimo. Qui, come è evidente, le parole di Carlo, almeno quelle scelte come più significative, restano all’interno di una comprensione sia della fede, sia del culto, che appare profondamente limitata. D’altra parte, la insistenza con cui le biografie ufficiali parlano della “vicinanza agli ultimi” non corrispondono minimamente alle frasi messe in primo piano. Di lui si dice, ad esempio:

Non ha mai discriminato o escluso nessuno. Pur appartenendo ad una famiglia molto agiata, nella sua breve vita non manifestò mai attaccamento ai beni materiali, al contrario li condivideva con gli indigenti. Esemplare è la sua testimonianza di carità nei confronti dei poveri, dei senzatetto, degli extracomunitari e degli emarginati.”

C’è come una sfasatura tra ciò che di lui si dice e le frasi che a lui si attribuiscono.

3. Il “menù a tendina” più infelice

Ancora sul sito carloacutis.com il linguaggio della santità conosce un’ultima e decisiva degradazione, di cui Carlo non porta alcun peso, ma che pesa su di lui per la imprudenza degli adulti. Troviamo infatti un menù a tendina che ha per titolo “Visita la tomba di Carlo”, dove tra le opzioni che si aprono si trova la dicitura “diretta video della tomba di Carlo”: si apre una finestra su una web cam che riprende, in tempo reale, la tomba del beato (https://www.carloacutis.com/it/association/diretta-video-della-tomba-di-carlo-acutis-web-cam). Il fatto che al beato “patrono di internet” si infligga questo “menù a tendina” costituisce, a mio avviso, il punto critico più pesante. Con tutti i discorsi che sentiamo ripetere sull’abuso dei media, questo abuso viene addirittura ritenuto opportuno e da promuovere sul sito ufficiale della associazione che ha guidato la causa di beatificazione. Nessuno si vergogna? In nome della tradizione cattolica, nel senso migliore del termine, che deve essere custodito, mi sento scandalizzato dai linguaggi distorti intorno a Carlo e dal silenzio istituzionale e teologico che li accompagna. Se non parlano i pastori e i teologi, chi mai dovrebbe parlare?

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