Il disagio della modernità


Col neoliberismo la sovranità è nelle imprese globali in competizione tra loro e con stati-zombi. «La campagna di vaccinazione globale lascerà ovunque governi malconci, il dividendo politico varierà. Per il governo Boris Johnson può essere particolarmente alto. 129 morti su 100.000 abitanti, il tasso britannico di mortalità è settimo al mondo» [«Covid-19. A successful vaccination drive is crucial to Boris Johnson’s government», The Economist, 23-29/1/21, online]. «Se l’UE deve trovare spirito competitivo, la gara delle vaccinazioni è perfetta». «In ballo c’è più della salute. Se un insieme di società tra le più di successo al mondo non può rapidamente vaccinare la sua popolazione, la pretesa potenziale superpotenza UE appare ridicola. Svegliati e difenditi» [«Charlemagne. The EU should stop ignoring the vaccine race to try and win it», The Economist, cit.]. La lentezza UE «è inaspettata per un continente che pensava di aver gestito piuttosto bene la prima fase pandemica» [«Jab-seekers. A protracted swell of cases highlights Europe’s vaccine problems», The Economist, 13-19/3/21 online]. «Qual è il segreto del successo della campagna vaccinale contro il Covid del Regno Unito? Il premier britannico Boris Johnson se l’è lasciato sfuggire martedì sera durante un incontro privato in video-conferenza con un gruppo ristretto di deputati conservatori: “Capitalismo e rapacità”. Tutto qua, ha detto, “amici miei”» [Angela Napoletano, «Johnson choc: boom vaccinazioni grazie a rapacità e capitalismo», Avvenire, 25/3/21, p. 9].
Mors tua vita mea, anche in UK. «Il nazionalismo inglese è la forza più disgregante nella politica britannica. Senza, Brexit non ci sarebbe stata. Lo scontro tra nazionalismi scozzese e inglese può anche spaccare il paese». «Usata questa forte identità per prendere il potere, i Conservatori amano pensare di poterla dirigere». Ma «il problema col nazionalismo inglese è che può essere troppo forte per domarlo» [«Bagehot. The disruptive rise of English nationalism», The Economist, 20-26/3/21, online]. Ed ecco «il decreto del governo Johnson del 16 marzo ‘Police, Crime, Sentencing and Courts’, con norme restrittive sulle proteste in Inghilterra e Galles che starebbero comodamente in raccolte di leggi russe o cinesi e che la House of Commons ha approvato in seconda lettura» [«Civil liberties. An illiberal bill to suppress protest in Britain», The Economist, cit., online].
Dapprima negata o ignorata, la pandemia è ora il business USA e UK, anche nelle vaccinazioni. E il mercato globale Covid potrà consentire la volontaria devoluzione degli attuali brevetti a favore dei popoli più poveri, come è stato per l’AIDS, endemico ma sotto controllo anche come mercato.
«“È quando il mare si ritira che ci si accorge di nuotare senza costume”: formulata nella tormenta finanziaria 2008, l’immagine di Warren Buffett si adatta perfettamente allo choc pandemico 2020». «Per decenni, imperativo delle imprese è stato minimizzare i costi. Il rendimento anzitutto, si sono costituite reti di produzione planetarie straordinariamente sofisticate, just in time. Gli stati stessi si erano convinti che l’immensità del mercato mondiale garantisse comunque gli approvvigionamenti. Il credo non è sopravvissuto alla penuria globale di mascherine e dispositivi sanitari». L’economista tedesco «Markus Brunnermeier apre delle piste. In economia la capacità di riprendersi dopo un trauma è questione di diversità, flessibilità e crescita». E poi «una quarta idea, un po’ confusa ma essenziale: la resilienza è anche questione di contratto sociale. Ogni famiglia può fare risparmi, ogni impresa avere accesso alla liquidità. Ma la resilienza collettiva dipende da una forma di assicurazione collettiva implicita, perché nessun contratto sociale può contemplare tutto» [Jean Pisani Ferry, «La résilience, boussole de la mondialisation», Le Monde, 17-18/1/21, online].
«In sé, la resilienza intende prepararci al peggio senza mai fare luce sulle cause». «È tecnologia del consenso perché è sia discorso sulla tecnica sia tecnica essa stessa». E «nella pretesa di risolvere, si affretta a assolvere gli uni e colpevolizzare gli altri, chi si rifiuta di collaborare al ‘mondo di dopo’» [Stéphane Mandard, «La résilience entend nous prépararer au pire sans jamais en élucider les causes», intervista a Thierry Ribault, Le Monde, 24/3/21, p. 31]. Il ‘mondo di dopo’ non viene da sé. «La donna che ispirò a Nobel la fondazione del premio Nobel e che fu a Parigi la sua segretaria, Bertha von Suttner, nel 1899 così formulava la sua professione di fede: “Il XX secolo non finirà senza che la società umana abbia abolito il più grande flagello, la guerra come istituzione legale» [Friedrich Heer, Europa madre delle rivoluzioni, tr.it. Il Saggiatore 1968, vol. II, p. 589]. Il 28 agosto 1928 a Parigi con la Signature du pacte générale de renonciation à la guerre «per la prima volta nella storia mondiale, la guerra fu dichiarata illegale […] all’epoca, il patto più ratificato della storia». «Il trattato di Parigi non ha portato la pace nel mondo. Eppure rientra fra gli eventi che più hanno causato un cambiamento nella storia dell’umanità, rendendo, in ultima analisi, il nostro mondo di gran lunga più pacifico. Non pose fine alla guerra fra gli Stati, ma segnò l’inizio della fine – e, con ciò, la sostituzione di un ordine internazionale a un altro» [Oona A. Hatahaway e Scott J. Shapiro, Gli Internazionalisti, tr.it. Neri Pozza 2018, pp. 11 e 13]. Il 12 dicembre 2015, a Parigi, 190 paesi hanno adottato l’Accordo sui cambiamenti climatici, entrato in vigore nel 2016 con la ratifica UE perché, come la pace, l’ambiente è vitale per l’umanità: il 31 marzo 2021 l’università di Winchester ha dedicato a Greta Thunberg una statua intitolata «Make a Difference» [Le ‘Feel Good’ du Monde, 31/3/21, online].
«Non avendo idea di ciò che sia modernità, di recente abbiamo tentato una fuga in avanti parlando di postmodernità (estensione o imitazione di espressioni un pò vecchie come società postindustriale, post-capitalismo ecc.). Non so che cosa sia postmoderno e in che cosa differisca da premoderno, né sento che dovrei saperlo». «Quando lasciamo da parte le etichette, la vera domanda è: perché il disagio associato all’esperienza della modernità è così ampiamente sentito, e dove sono le fonti degli aspetti della modernità che lo rendono particolarmente penoso?» [Leszeck Kolakowski, Modernity on Endless Trial, The University of Chicago Press, 1990, p. 6].
Il disagio della modernità è il titolo dell’edizione italiana [Laterza, 1994] del libro di Charles Taylor The Malaise of Modernity [Canadian Broadcasting Corporation, 1990]. «La verità è che insieme con il comunismo sarebbe dovuta morire la credenza che le società moderne possano essere gestite sulla base di un unico principio, si tratti del principio della pianificazione nel quadro della volontà generale o di quello dell’allocazione delle risorse mediante il libero mercato» [p. 128]. «Il pericolo non è quello di un effettivo controllo dispotico, ma quello di una frammentazione. Il rischio è cioè quello di trovarsi di fronte a una popolazione sempre meno capace di darsi una finalità comune e di realizzarla. La frammentazione ha luogo quando gli esseri umani giungono a vedere se stessi in termini sempre più atomistici» [p. 131]. «Un raggruppamento parziale ben organizzato riesce magari a far valere le sue ragioni, ma l’idea che la maggior parte della popolazione possa formulare e condurre in porto un progetto comune appare un’ingenua utopia» [p. 132].
«Questa mancanza d’identificazione può rispecchiare un orizzonte atomistico, che porta gli uomini a vedere la società in termini puramente strumentali. Ma contribuisce a sua volta a radicare l’atomismo, perché l’assenza di un’efficace azione comune forza gli individui a ripiegare su se stessi». «Siccome l’unico mezzo efficace per contrastare la spinta verso l’atomismo e lo strumentalismo intrinseca al mercato e allo Stato burocratico è la formazione di un saldo intento comune attraverso l’azione democratica, di fatto la frammentazione ci lascia disarmati dinanzi a questa spinta. Perdere la capacità di costruire maggioranze politicamente efficaci è come perdere i remi in mezzo al fiume. Si viene inesorabilmente trascinati dalla corrente, ovvero, nel nostro caso, si viene sospinti sempre più oltre in una cultura segnata dall’atomismo e dallo strumentalismo» [p. 137].
«È necessario capire che un tentativo serio d’impegnarsi nella lotta culturale del nostro tempo esige la promozione di una politica del potenziamento della democrazia». «Ma la frammentazione cresce nella misura in cui gli individui non s’identificano più con la loro comunità politica, e il loro senso di appartenenza a un insieme più ampio si orienta in una direzione diversa, o si atrofizza del tutto. Essa è altresì alimentata dall’esperienza dell’impotenza politica. E questi due gruppi si rafforzano reciprocamente» [p. 138].
«Un’efficace ri-concettualizzazione della tecnologia esige un’azione comune volta a rovesciare la spinta nel senso di un’accentuazione dell’atomismo e dello strumentalismo generata dal mercato e dallo Stato burocratico. E quest’azione comune esige che noi superiamo la frammentazione e l’impotenza, ossia che ci concentriamo sul pericolo definito per la prima volta da Tocqueville: il pericolo di uno slittamento della democrazia verso il potere tutelare» [p. 140]. «Ciò che la nostra situazione sembra esigere è una lotta complessa a molti livelli – intellettuale, spirituale e politico – in cui i dibattiti che si svolgono nell’arena pubblica si leghino con quelli che hanno luogo in una miriade di contesti istituzionali, come gli ospedali e le scuole, dove i problemi di una ri-concettualizzazione della tecnologia sono vissuti in una forma concreta; e in cui queste dispute di volta in volta alimentino e siano alimentate dagli svariati tentativi di definire in termini teoretici il posto della tecnologia e gli imperativi dell’autenticità, e, al di là di essi, la fisionomia della vita umana e il suo rapporto con il cosmo» [pp. 140-1] come la pandemia insegna. Altrimenti «nel nostro mondo, globale anche in tempo di pandemia, lo scontro tra varianti diventa inevitabile» [Nathaniel Herzberg, «Qui va gagner la bataille des variants?», Le Monde, 1/4/21, online]. È tempo di bene comune universale, dice un amico, che ringrazio. Sulle radici del bene comune locale. Universale, appunto.
«In Europa, la politica dei vaccini non ha funzionato perché chi potrebbe meglio gestirla (la Commissione europea) non ha il potere per farlo, mentre chi ha il potere (il Consiglio europeo) non ha la capacità di farlo». «L’Ue non è un’associazione di governi nazionali», «è piuttosto un’unione di stati e di cittadini che abbisogna di un decisore, indipendente dai governi nazionali e incentivato a gestire l’emergenza ‘meglio e prima possibile’» [Sergio Fabbrini, «Chi sono i veri responsabili della lentezza europea», Il Sole 24 Ore, 24/3/21, p. 9]. «L’euroscetticismo è declinato durante la pandemia e i politici abituati a flirtare con l’uscita dall’UE, come Matteo Salvini o Marine Le Pen, hanno mutato tono. Ma, inesorabilmente, l’UE resta indietro a Cina e America perché non riesce a affrontare con competenza ogni nuova crisi. In un mondo pericoloso e precario è una consuetudine che va cambiata» [«Covid-19. How Europe has mishandled the pandemic», The Economist, 3-9/4/21, online]. «Sarebbe stato un messaggio molto potente per l’Europa se Charles Michel avesse chiesto una terza sedia per Ursula von der Leyen nell’incontro con Erdogan. O anche: poteva cedere la sua, di sedia» [«La signora si siede qui», Il Foglio, 7/4/21, online]. L’“incidente del divano turco” prova che solo nell’UE gli stati europei diventano un attore mondiale con USA, Cina, Russia, India, Giappone [Gianfranco Marcelli, «Un posto per la Ue nel ‘concerto a sei’», Avvenire, 6/4/21, p. 2].
Suicidi politici in due guerre mondiali e concorrenza fiscale, gli stati sovrani nazionali respingono oggi persone giovani e preparate in cerca di democrazia e i sovranisti fomentano – volutamente? – l’austerità bavarese, tragico errore dell’istinto divide et impera già nella crisi 2008. «È facile scordare che ci si può a ragione attendere che l’Europa superi l’economia americana. Vero, ha meno crescita demografica. È meno integrata dell’America – politicamente, economicamente, culturalmente – e può sfruttare efficienze già realizzate là. Parti d’Europa sono sottosviluppate economicamente (il prodotto interno lordo pro-capite nominale in Bulgaria, il paese UE più povero, è circa un quarto di quello del Mississippi, lo stato USA più povero) e la possibilità di un rapido recupero di crescita è sostanziale» [«Free exchange. The underachiever», The Economist, 3-9/4/21, online].
Nel mondo che genera pandemia le nostra leva competitiva è solidale: democrazia, salute, ambiente e governo europeo, tutti beni comuni indivisibili. I soldi già ci sono.

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