Il cattolicesimo fedelmente, ossia diversamente. La seconda edizione della “Lectio Ghislain Lafont”

La morte di Ghislain Lafont, noto teologo e monaco benedettino, avvenuta nel maggio del 2021, ha lasciato un vuoto che la iniziativa di tre Atenei romani (Gregoriana, Lumsa e S. Anselmo) ha cercato subito di mitigare e di rendere, per così dire, sopportabile. E’ stata così istituita, per iniziativa dei tre Atenei, la “Lectio Ghislain Lafont” (=LGL), ossia una giornata di “memoria attiva” sul pensiero e sull’opera del Padre Ghislain. La giornata prevede sempre due momenti: una Conferenza da parte di uno studioso di “chiara fama” e un lavoro seminariale svolto da giovani dottorandi. Entrambi i momenti sono unificati dal riferimento ad un testo scritto da Gh. Lafont. Nella I edizione, tenutasi nel 2022 presso la Università Lumsa, il testo che ha accomunato la conferenza di J-L. Marion e il lavoro di seminario era tratto da uno degli ultimi libri di Lafont, Che cosa possiamo sperare?, un volume del 2011. La seconda edizione della LGL si terrà quest’anno, il giorno 18 maggio, presso l’Ateneo S. Anselmo, e prevederà la mattina una conferenza di Ch. Théobald, mentre nel pomeriggio, sempre in dialogo con lo studioso gesuita, numerosi dottorandi interverranno sull’ultimo libro pubblicato da P. Ghislain, ossia Un cattolicesimo diverso (2019).
La conferenza di Ch. Théobald, del Centre Sèvres, avrà come titolo: Entrer dans une nouvelle phase de l’histoire de l’Eglise. Diagnostic et prognostic de Ghislain Lafont en débat. Sarà una riflessione a partire dal libro del 2019. Senza anticipare i contenuti della conferenza e del dibattito che ne seguirà, può essere utile considerare brevemente lo schema del piccolo volumetto di 81 pagine, che in francese ha nel titolo il punto interrogativo: Le catholicisme autrement?
Se ci chiediamo di che cosa parla questo libro, potremmo restare disorientati: da un lato, infatti, esso presenta un “cattolicesimo diverso”, ossia una visione complessiva del cattolicesimo che si muove “altrimenti” su 4 punti-chiave della propria identità: ossia sulla concezione del sacrificio, della eucaristia, del ministero e del nome di Dio che è “amore all’eccesso, o Misericordia”. Questi punti, spesso colti nella loro sconnessione, vengono recuperati nella sequenza che la struttura del volume offre alla meditazione:
a) Il primato dell’amore nella visione di Dio cambia l’idea di sacrificio e perciò anche la comprensione della eucaristia e del sacerdozio. Culto e autorità vengono trasformati da una visione di Dio come amore e misericordia.
b) Per meglio capire la novità sistematica offerta nel primo capitolo, in un secondo capitolo l’autore presenta di nuovo la “visione classica” del cattolicesimo, di cui la visione riformulata da un lato conferma gli elementi essenziali, ma piò farlo solo attraverso una trasformazione profonda.
c) Il terzo capitolo prova a tradurre in “buone pratiche” le evidenze maturate nei primi due: in vista di un “buon uso dell’eucaristia” e di un “buon uso della autorità”.
Il percorso del testo attraversa, direi per transennam, l’intero immaginario cattolico del secondo millennio. Ed elabora, con finezza profetica, le forme del ripensamento teorico e di un nuovo esercizio pratico. Lo fa sui due crinali decisivi del “sentire cattolico”: sulla eucaristia e sul sacerdozio, ossia sul sacrificio e sulla autorità. Non a caso tutto il percorso approda ad una semplice appendice in cui è messo a tema quella che Lafont ha considerato la svolta più decisiva del Concilio Vaticano II: ossia la ricongiunzione della “potestà di ordine” e della “potestà di giurisdizione” nella teologia dell’episcopato. La offerta al lettore, in sequenza, di un discorso di Pio XII del 1957 sull’apostolato dei laici, di un intervento di un Padre conciliare e infine del testo di LG 21 dicono, con estrema chiarezza, il percorso già compiuto e quello ancora da compiere nel pensare, unitariamente, una teologia della eucaristia e una teologia del ministero. Per Lafont è questa la sfida fondamentale per uscire dalle spire del clericalismo, come malattia che attacca in radice non solo la azione dei pastori, e il pensiero dei teologi, ma anche l’immaginario e la pratica dei singoli cattolici. Intorno a questo limpido “canto del cigno” del nostro caro collega ed amico, con un atto di memoria e di apertura, ascolteremo le letture che studiosi e studenti sapranno offrire al cammino della elaborazione teologica. Per poter dire la fede cattolica fideliter, perciò necessariamente anche aliter.