Gli “altiora principia” che il rito vecchio non conosce. Una seconda risposta a R. Spataro


In un secondo intervento, sempre sul blog di Messainlatino (che si può leggere qui), Don Roberto Spataro propone di nuovo alcuni argomenti per tentare di giustificare l’uso di una forma diversa del rito romano rispetto all’unica lex orandi, come riformata dopo il Concilio Vaticano II.

Non ripeto tutti gli argomenti, ma c’è un elemento che mi pare di dover riconoscere positivamente in ciò che scrive R. Spataro. Egli ora rinuncia ad utilizzare la locuzione “forma straordinaria” del rito romano. Egli sa che questa espressione, che è stata coniata ex novo, come un hapax legòmenon, da SP, costituisce una costruzione teorica forzata e infondata. Spataro riconosce che la circolazione del VO ha avuto logica derogatoria e eccezionale. Come tale ha avuto e può avere, solo in circostanze particolare, il valore di eccezione consentita, ma solo in extremis. Non esiste alcuna possibilità di negare che, per la forma rituale e per il riferimento ecclesiale che propone, quel rito vecchio, che sarà giusto studiare nel dettaglio e conoscere per bene, costituisca una contraddizione con l’avviso, espresso chiaramente dal Concilio Vaticano II, che quella forma del rito romano dovesse essere modificata, riformata, migliorata ed emendata. Perciò è del tutto retorico affermare, come fa Spataro, che non si può pensare che fossero contro il Concilio Vaticano II tutti i papi che hanno consentito l’uso del VO. Non sono i papi ad essere contro il Vaticano II, ma è il rito vecchio ad esserlo. Di questo non si può addossare la colpa al rito, ma a coloro che ne fanno uso, con la consapevolezza che quel rito è stato superato da un forma nuova del rito romano. La forma vecchia è ormai superata dallo sviluppo liturgico, esattamente come è capitato nei primi secoli, nell’età carolingia, in epoca gregoriana, dopo il Concilio di Trento e ora di nuovo. Molte volte è capitato che da una forma si sia gradualmente passati ad un’altra, sempre dello stesso rito, ma con parole e azioni diverse. Questo è del tutto tradizionale. Perciò mi pare molto sorprendente che le mie parole, che sottolineano questo fatto tradizionale, siano lette come “assertività drastica”. Forse per chi tende a ricostruire a piacere la tradizione, anche le cose più classiche diventano affermazioni dure, quasi aggressive. La tradizione non ha mai conosciuto, a livello universale, la concorrenza tra forme contraddittorie dello stesso rito. Il rito “più vecchio” non è più importante, ma meno importante. Non si gioca a piacere con la lingua latina, pretendendo di far dire agli antichi quello che dicono i tradizionalisti postmoderni.

Un’ultima cosa vorrei ricordare a R. Spataro. Quando egli fa l’elenco dei papi che hanno “concesso” l’uso del VO, dimentica di citare Giovanni XXIII. Qualcuno dirà: ma come, Giovanni XXIII ha vissuto integralmente nell’uso del VO, essendo spirato proprio nell’anno in cui SC è stata approvata. Certo, questo è noto. Ma tutti i tradizionalisti dimenticano che quel messale, che SP ha reso per alcuni anni utilizzabile come “forma straordinaria” della celebrazione eucaristica, è nato da una riforma voluta da Giovanni XXIII, ma con una riserva decisiva. Formidabile è leggere il MP Rubricarum instructum del 1960 in cui papa Giovanni si pone la questione: che cosa debbo fare con la eredità del lavoro compiuto dal mio predecessore Pio XII per la riforma del messale? L’imbarazzo era dovuto alla condizione “processuale” della Chiesa nel 1960: da un lato si lavorava alla preparazione di un Concilio, dall’altro c’erano le urgenze della pastorale. Così la scelta fu di portare a compimento una riforma del messale, che servisse alla esperienza ecclesiale per tutto il tempo di elaborazione del Concilio. A pensarci bene, chi avrebbe potuto scommettere sulla durata del Concilio? Forse scherzando il papa pensava che un nuovo Concilio potesse durare anche solo alcuni mesi, ma nella storia abbiamo visto concili durare anche molti decenni. Per questo il papa decise di varare una “piccola riforma”, in attesa che il Concilio fissasse gli “altiora principia” in base ai quali fare una vera riforma liturgica.

“Altiora principia”: questo termine latino, diversamente da “antiquior”, non si lascia interpretare in modo equivoco. Sono gli “altiora principia” di cui parlava nel 1960 papa Giovanni a dire una parola chiara a tutti: la riforma successiva al Vaticano II non solo pretende di sostituire i riti precedenti, secondo tradizione, ma può trovare anche nel modo con cui il Messale del 1962 è stato concepito una conferma “anticipata” di questa verità. Il rito del 1962 è nato provvisorio, è nato per essere sostituito. La pretesa di trovare nel rito vecchio i principi più alti è un errore storico oltre che un abbaglio teologico.

Per questo non dico una cosa assurda quando ripeto che le diverse sensibilità ecclesiali, che conosco e che apprezzo, non si esprimono in riti diversi, ma nella applicazione differenziata dell’unica lex orandi. Ed è sbagliato dire che io non avrei “nessuna ammirazione e nessuna comprensione”. Comprendo e ammiro solo chi non gioca su due tavoli. Sull’unico tavolo sarà bello saper ammirare e poter comprendere forme differenziate, certamente anche molto ricche e intense, di celebrazione dell’unico rito romano vigente, senza che nessuno voglia o debba fuggire nel rito vecchio per non fare i conti con principi più alti.

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