Azioni rituali e Sinodo: una buona domanda


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Andrea Ponso, con la consueta originalità, ha posto una domanda non secondaria:

“Cosa ha insegnato il rito e la sua pratica al sinodo? Forse, principalmente, quella capacità di tenere insieme norma ed evento, immediatezza e mediazione, gerarchia e comunità, attenzione alla concretezza delle singolarità viventi e relazionalità, conversione continua non solo dei fedeli ma anche delle gerarchie – insomma, la capacità di lavorare non per limitare e gestire la grazia ma, piuttosto, per riuscire a vederla e a riceverla dove liberamente essa stessa si dona”.

Vorrei rispondere a questa domanda con una riflessione sulla maniera originale con cui la “tradizione rituale” permette alla Chiesa di non cadere in forme di “riduzione” della tradizione.

In effetti, la sporgenza rituale della tradizione di “discepolato al Signore” risulta decisiva per non identificare il Signore Gesù e la sua parola con un “concetto” o con una “legge”. La realtà rituale dell’Ordo non è né “ordo idearum” né “ordine pubblico”. Non risponde anzitutto a pur legittime esigenze di coerenza noetica, né a problemi di giudizio e di controllo sui comportamenti. Nel rito siamo piuttosto esposti alla grazia del Signore, torniamo a quella fonte inesauribile e imprevedibile e ci lasciamo guardare e riconoscere proprio in quella prospettiva.

Possiamo tradurre questa “differenza rituale” in una “diversa forma di autorità”: alla autorità della libertà personale, e alla autorità della “legge della comunità” corrisponde la autorità della grazia e della misericordia originaria. Pescando nel “luogo istitutivo” della comunità cristiana, troviamo  la via per superare tutte le inevitabili opposizioni tra una “libertà” che non conosce altra autorità che se stessa, e una “autorità” che si immunizza dal reale sviluppo della libertà.

Solo nel punto in cui la autorità scopre di essere fondata su un gratuito atto di grazia e di misericordia, lì comprende che quanto appare contraddittorio è soltanto il frutto di una inadeguata sintesi, che indica la urgenza di una sintesi nuova, più ricca e più comprensiva.

Potremmo quasi dire che la “profezia” che papa Francesco ha continuamente ricordato, con tutti i suoi interventi, alla Assemblea sinodale, viene proprio da una più radicale fedeltà alla logica rituale, di una Parola annunciata e originaria, che zampilla molto più radicalmente rispetto ad ogni comprensione concettuale e ad ogni normativa disciplinare. Qui il rito recupera l’originarietà e la originalità di una autorità che si fonda sul dono gratuito di grazia e di misericordia e che tutto sottopone al giudizio benevolo e lungimirante di un atto “ricevuto in dono”.

Per rispondere alla domanda, dunque: che cosa ha insegnato al Sinodo il rito?  Ha insegnato che la “tradizione” può e deve essere mediata non solo mediante concetti e norme, ma da racconti e azioni, con cui si può sperimentare una “autorità diversa”, più radicale e insieme più elementare, che alimenta tutte le tradizioni concettuali e normative, ma che ad esse non si lascia mai ridurre.

In certo modo, la celebrazione rituale garantisce alla Chiesa di non chiudersi in una autoreferenzialità dottrinale e disciplinare, che è molto rassicurante, ma che perde progressivamente il rapporto non solo con le lingue e le idee degli uomini, ma con la Buona notizia con cui Dio si fa prossimo alla vita concreta di questi uomini. Perché la autoreferenzialità ecclesiale non è lesiva anzitutto dei diritti degli uomini, ma della libertà con cui la grazia di Dio incontra la vicenda umana, in tutte le sue figure.

 

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