«Avvenire» e la disperata presunzione di Marcello Veneziani


Con un intervento del 19 gennaio 2025 su “Avvenire”, (che si può leggere qui) Marcello Veneziani offre una lettura della “speranza”, come tema del Giubileo, a dir poco singolare. Va detto che risulta anche un pò strano che “Avvenire” proponga a Veneziani di intervenire in un dibattito sulla speranza cristiana, essendo egli dichiaratamente esterno al mondo cattolico e cristiano. D’altra parte forse con il manuale Cencelli si può capire che si ritenga di dare la parola “alla destra” per tenere buoni rapporti con tutti: siamo uomini di mondo. Ma tralasciando questi aspetti meno rilevanti, mi soffermo brevemente sulla impostazione teorica del testo, che offre un breve riassunto di alcuni errori piuttosto comuni in campo politico e culturale, quando si parla di Chiesa cattolica e di giubileo.

a) Se si parla di “speranza”, come dice di voler fare Veneziani, bisogna anzitutto intendersi su un punto: la speranza è, anche laicamente e senza scomodare il vangelo, una virtù che ha due vizi corrispondenti. Il primo è la disperazione, l’altro è la presunzione. Si perde la speranza sia quando non si spera più, sia quando si spera troppo. Nel suo testo Veneziani conduce un discorso, allo stesso tempo, disperato, nel proporre un bilancio del cattolicesimo “diviso soprattutto dopo il Concilio Vaticano II”, e presuntuoso, proponendo una “riconciliazione” senza pensiero e senza concetto. Proprio il modo con cui parla della tradizione (e in particolare della tradizione cristiana) rivela apertamente questa somma di vizi contro la speranza. La presunzione con cui taccia di “buonismo” il papato di Francesco corrisponde alla disperazione con cui, a suo dire, la tradizione diventa autoreferenziale. Politicizzare tutto, compreso il giubileo, è il mestiere preferito da Veneziani, che egli prova a spostare sul Vaticano II e su papa Francesco. Ma il giochetto è manifesto e non regge.

b) La interpretazione politica della Chiesa, che per Veneziani sembra assorbire ogni aspetto della sua rilevanza, lo conduce ad una sorta di “gioco diplomatico” per cui il papa “progressista” dovrebbe fare apertura ai “tradizionalisti” per realizzare la speranza:il giubileo diventerebbe così una specie di “legge di bilancio” in cui si stanzia qualcosa per tutti. Nessun sospetto, in Veneziani, che la “messa in latino” non possa essere “merce di scambio” per realizzare una comunione più ampia, ma costituisca un simbolo reazionario, agitato politicamente anche all’interno della Chiesa, per chiudere la Chiesa in un antimodernismo senza speranza e molto presuntuoso. La riconciliazione è una cosa troppo delicata per poter essere banalmente confusa con uno scambio di favori. Ci sono 50 anni di studi su che cosa significa “pace liturgica”, ma di ciò Veneziani evidentemente non sa nulla.

c) Circa il rapporto tra progresso e tradizione, parole fumose, indirette citazioni di Mahler e di Bernardo non permettono all’autore di uscire da un imbarazzo disorientato e disorientante. La tradizione, se è viva e se è sana, è sempre in movimento. Pensare ad una “Chiesa di sempre”, immunizzata dalla storia, significa sostituire la tradizione in movimento con un idolo, allo stesso tempo presuntuoso e disperato. Questo assomiglia molto a quel ragionamento, presente anche oggi in qualche Monsignore, per cui prima Mussolini, poi Berlusconi e poi Trump garantiscono la Chiesa di sempre sul tema della famiglia, della moralità e della “natura”. Sarebbe questa la strategia per alimentare la speranza cristiana?

d) Altrettanta confusione mi pare emerga dal riferimento di Veneziani ai rapporti con le “altre tradizioni cristiane”. L’ecumenismo è una cosa seria, che non si può improvvisare con quattro battute più o meno di buon senso. Sia perché la differenza tra confessioni non permette in senso assoluto di identificare le più vicine o le più lontane, nell’unica fede in Cristo. Sia perché le tradizioni orientali, greche, bizantine, ortodosse e russe non si lasciano identificare come un unico interlocutore. La semplificazione non è amica della speranza. Fumose richiesta per il 2033 di un “concordato” tra cattolicesimo e chiese dell’oriente cristiano, quando vengano unite ad una comprensione banale e politicizzata del cattolicesimo al suo interno, non sono un grande servizio alla speranza, ma alimentano solo presunzione e disperazione. Stupisce che, di fronte ad un testo simile, che contiene tanti strafalcioni, la Redazione di “Avvenire” non abbia ritenuto di dover almeno prendere un minimo di distanza.

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