Anno civile e tempo ecclesiale


L’ottava dimenticata. Il primo giorno dell’anno, a una settimana dal Natale del Signore.

La forza della cultura è giustamente una componente decisiva della esperienza della Chiesa. Così abbiamo  creato, non senza molte buone ragioni, una soglia simbolica potente tra il 31 dicembre e il 1 gennaio. Il mutare del numero dell’anno, ogni 365 giorni, crea una attesa, una tensione, una memoria e una disponibilità alla festa e alla veglia che hanno pochi paragoni nella esperienza collettiva delle società tardo-moderne.
Di fronte a questa soglia, così sottolineata, tempo di bilanci e di promesse, di consuntivi e di preventivi, di inventarii e di invenzioni, è del tutto ovvio che la Chiesa si sia disposta ad assumerla, a ripensarla, a farla diventare oggetto di meditazione e di riflessione. La predicazione, in altri termini, si è arricchita di un nuovo tema, assente alla esperienza ecclesiale pre-moderna, che non conosceva, almeno in queste forme, una coscienza del “passaggio” da anno ad anno.
Ma tutto ciò dovrebbe essere composto con una logica diversa, nella quale alla “discontinuità dell’anno” (che cambia) dovrebbe corrispondere la “continuità del tempo del natale” (che continua).
Qui si pone, a mio avviso, una sfida non piccola non solo per la pastorale, ma per il modo con cui pensiamo il tempo e le sue logiche delicate.
Un aspetto che abbiamo quasi totalmente dimenticato, del 1 gennaio, è il suo essere “ottava del Natale”. Sta, esattamente, una settimana dopo il 25 dicembre. E questo ne fa “ragione sufficiente” per la celebrazione ecclesiale.
Ed ecco la sfida. La Chiesa può sempre essere tentata di limitarsi alle sue “ragioni sufficienti”. Ha il Natale e, una settimana dopo, lo celebra nuovamente, sotto l’aspetto prevalente della “nascita da donna” del Figlio di Dio. Se oggi la predicazione del 1 gennaio si sofferma soltanto su Maria madre di Dio e sul “primo dell’anno” è perché tende a dimenticare che il vero motivo della festa ecclesiale sta nel moltiplicare all’infinito la gioia per il “farsi carne” del figlio di Dio.
Questa coscienza, che oggi potrebbe essere riscoperta e rafforzata, non dovrebbe andare a discapito della “festa civile”, ma dovrebbe lavorare, per così dire, come un controcanto. Mentre si “passa” dal 2014 al 2015, si continua e si intensifica la festa del Natale.
Una particolare forma di provocazione, in tutto questo, è costituita da una inversione formidabile e grandemente istruttiva. Proprio la festa civile del “capodanno” ci può insegnare, in modo capovolto, che esiste nella città dell’uomo un “gusto del vegliare” che non deve essere negato, ma orientato, motivato, sostenuto e approfondito. La tradizione ecclesiale ha una antichissima “sapienza della veglia”. Non deve contrapporre veglia a veglione, ma riscoprire le antiche forme di “sapienza festiva” che hanno attraversato e segnato l’esperienza cristiana, sulle sue soglie più importanti.
A tutto questo, per altre esigenze, si è sovrapposto, più di recente, il grande tema/valore della pace, che fa del 1 gennaio la “Giornata della pace”. Così abbiamo sempre la possibilità che in questo giorno festivo dedichiamo attenzione all’inizio dell’anno, alla figura di Maria, al valore della pace, lasciando del tutto sullo sfondo, per non dire fuori del campo di osservazione, la “ripresa del Natale”, una settimana dopo.
Ricordare a se stessi e al mondo che il 1 gennaio, come soglia che permette agli uomini di iniziare un “nuovo anno civile”, è anche, nell’anno ecclesiale, l’ottava del Natale, può essere lo strumento prezioso per illuminare quelle trame segrete che innervano le nostre esperienze temporali e che permettono di riconoscere, nel flusso delle ore e dei giorni, “ciò che non muore e ciò che può morire”.

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