A quale comunione sacramentale dovrebbero accedere i divorziati risposati?
Nel corso del Convegno dei “Viandanti” del 13 settembre scorso a Bologna ho tenuto una relazione sul rapporto tra divorziati risposati e comunione eucaristica. Rimando al sito dei Viandanti per leggere il pdf della relazione integrale (http://www.viandanti.org/wp-content/uploads/2014/04/Grillo_Eucarestia_Def-Sito.pdf ).
Qui riprendo soltanto l’incipit e l’ explicit della relazione.
“Eucaristia: generoso alimento per i deboli”. Simbolo rituale senza “retorica ecclesiale”
Teologie lungimiranti e teologie di corte (vedute).
La prospettiva che vorrei sviluppare, in rapporto al tema del Convegno, è una analisi più diretta del rapporto tra “legame matrimoniale” e “comunione sacramentale”. Noi dobbiamo infatti riconoscere più apertamente di quanto non si faccia di solito che la “domanda di comunione”, avanzata da parte di soggetti che vivono forme di relazione sentimentale familiare che non godono di pieno (o di nessun) riconoscimento ecclesiale, spesso avviene in un linguaggio e in una forma non adeguata non solo ai tempi, ma alla “res” in questione. Mi spiego meglio, e lo faccio in modo lapidario: negli ultimi 200 anni non sono cambiate solo le forme della vita matrimoniale, ma anche le forme della comunione sacramentale. E’ del tutto comprensibile che, nella discussione che oggi mettiamo in campo, appaia anzitutto la “novità matrimoniale” rispetto alla tradizione del “fare la comunione” nella Chiesa. Ma non dovremmo affatto dimenticare che, mentre cambiava il modo di vivere la relazione matrimoniale, a partire dalla metà del 1800, iniziava anche un lento fenomeno di ripensamento della “comunione sacramentale”. Quando oggi pensiamo all’”accesso alla comunione” per i “separati, divorziati e risposati” dobbiamo pensare correttamente non solo i soggetti, ma anche l’atto a cui potrebbero, dovrebbero accedere. Vorrei allora sintetizzare, in primo luogo, le novità con cui nella Chiesa possiamo e dobbiamo pensare questo “atto” del “fare la comunione”. Alla luce di questa novità condurrò la mia riflessione sui soggetti cosiddetti “irregolari”:
a) Fare la comunione non è più, anzitutto, un atto di culto personale di un soggetto, ma il “rito di una comunità”. Vi è ancora, nel linguaggio ecclesiale, un modo di pensare la “comunione sacramentale” come l’azione di un individuo, per la santificazione personale. Senza negare questa dimensione, dobbiamo ricontestualizzarla nel suo ambito rituale, ecclesiale e spirituale proprio
b) Fare la comunione è la conseguenza di un “duplice dono dello Spirito”: quello che scende sui “doni” del pane e del vino e quello che scende sui soggetti, riunendoli in un solo corpo. La duplice dimensione della “epiclesi” eucaristica richiede, evidentemente, un contesto più ricco di quello al quale ci eravamo abituati. La comunione sacramentale non è semplicemente la “conseguenza della consacrazione”, ma è il rito che segue una liturgia della parola e una liturgia eucaristica in cui non solo “si riceve”, ma “si diventa” il Corpo di Cristo
c) Partecipare tutti all’unico pane spezzato e all’unico calice condiviso è la forma più piena di “segno” di quella unità che la Eucaristia realizza. D’altra parte, bisogna ricordarlo con forza, l’effetto di grazia della Eucaristia è la unità della Chiesa, rispetto a cui la “presenza reale” di Cristo sotto le specie è soltanto “effetto intermedio”.
Come è ovvio, questa lettura della “comunione sacramentale” conduce ad una relazione assai profonda tra la vita del soggetto in relazione e la forma eucaristica della comunione. Ma impedisce una lettura individualistica del “ricevere la comunione”, che risulta sfasata sia storicamente, sia tematicamente rispetto alla discussione che vogliamo qui condurre. Rifletto ora sui “soggetti” che possono/debbono accedere alla logica ecclesiale del “fare la comunione”, per tornare, alla fine, sul livello della “comunione sacramentale”.
[…]
11. Una grande riconciliazione tra la dottrina e l’esperienza è ciò che il Concilio Vaticano II ci ha voluto insegnare, in modo magistrale. Oggi, intorno al rilancio di questa grande opzione, possiamo accordare una attenzione nuova alle dinamiche di quei soggetti che vedono “morire” il vincolo del loro matrimonio e non sanno come poter accettare le uniche due soluzioni che la Chiesa offre alla loro coscienza: o di riconoscere che quel vincolo non c’era mai stato, o di impegnarsi a far morire tutto ciò che nella nuova realtà di coppia potrebbe contraddirlo. Affrontare la questione nuova con gli strumenti di una chiesa e di una società che non c’è più è una risorsa tipica di una “istituzione autoreferenziale”. Un aiuto decisivo per affrontare questa sfida è costituita dalla rinnovata esperienza di “comunione sacramentale” cui la Chiesa si lascia iniziare dal proprio riformato rito dell’eucaristia. In esso, infatti, essa sperimenta con maggior evidenza, alcune “simboliche” del tutto decisive:
a) la correlazione strutturale tra “corpo di Cristo sacramentale” e “corpo di Cristo ecclesiale”: lo Spirito Santo scende, contemporaneamente, sulle offerte e sugli offerenti: partorisce, amando, la unità della Chiesa.
b) Tale correlazione ci fa uscire da una lettura troppo angusta della “presenza del Signore come sola consacrazione”. La Presenza del Signore è non solo l’intera “preghiera eucaristica”, ma anche la “presenza nella parola proclamata” e “presenza nel pane spezzato e nel calice condiviso”.
c) La forma stessa sia della ministerialità (articolata) della Parola, sia del rito di comunione (con la articolazione della materia e del rapporto con essa) dicono una nuova percezione del “fare comunione” e dell’”essere comunione”.
Sintonizzare questo livello simbolico-rituale della “eucaristia” con la “trasformazione della intimità” non è cosa semplice, ma è una urgenza ecclesiale. D’altra parte, proprio nella logica della urgenza, resta vero che anzitutto “caritas Christi urget nos”: far spazio ad un “surplus” di misericordia e di amore esige dalla Chiesa di oggi e di domani una grande forza e una grande franchezza, per poter essere nello stesso tempo intelligente nel leggere la propria tradizione – matrimoniale e eucaristica – e coraggiosa nel volerla profondamente rilanciare e rinnovare. Con pudore intelligente e con radicalità coraggiosa.
Come ha detto, in modo indimenticabile, un grande teologo del XX secolo come M. De Certeau:
“Rifiutando di dare a se stessi il posto della verità, [i cristiani] possono confessare la loro fede in ciò che osiamo chiamare Dio – Dio, indissociabile per noi dall’esperienza che rende gli uomini contemporaneamente irriducibili e necessari gli uni agli altri. Non so che cosa diventerà la religione domani, ma credo fermamente all’urgenza di cercare questa teologia pudica e radicale”
Una teologia che sappia evitare la tentazione cortigiana della spudoratezza e della superficialità, avrà il solo fine di meglio distinguere e articolare – nel matrimonio contemporaneo e nella esperienza della comunione sacramentale – “ciò che non muore, e ciò che può morire”, come ha scritto un “teologo” del XIV secolo come Dante in una terzina indimenticabile della sua Commedia (Paradiso, XIII, 52-54), con cui voglio qui concludere:
Ciò che non more e ciò che può morire
Non è se non splendor di quella idea
Che partorisce amando il nostro Sire































Area personale










