Levarsi gli occhiali: grandi pastori e piccoli azzeccagarbugli


Nozze in Campagna

Levarsi gli occhiali per guardare la realtà delle famiglie.

Grandi pastori e piccoli azzeccagarbugli

Non si può proprio comprendere come un Cardinale, dotato almeno “de iure” di larga competenza “pastorale”, la restringa a tal punto al livello “formale” della mera “giustizia astratta”, da precludersi lui stesso ogni possibilità di “pensare diversamente” la disciplina della Chiesa sulla famiglia. Il card. Erdo, nella frase che riporto qui sotto, tratta dalla sua Relazione di lunedì scorso, cade in un duplice errore irrimediabile: non solo legge la complessa situazione pastorale soltanto con occhiali formali – e quindi semplificandola in modo irreparabile – ma assolutizza lo stato attuale “de lege condita” come se potesse escludere ogni “lex condenda” o ogni altra interpretazione della legge vigente. In una parola egli identifica il Vangelo con la legge, e per di più esclusivamente con “questa legge” e solo in una data interpretazione! Leggiamo questo passaggio della sua Relazione, con le opportune sottolineature:

Alla ricerca di soluzioni pastorali per le difficoltà di certi divorziati risposati civilmente, va tenuta presente che la fedeltà all’indissolubilità del matrimonio non può essere coniugata al riconoscimento pratico della bontà di situazioni concrete che vi sono opposte e quindi inconciliabili. Tra il vero ed il falso, tra il bene ed il male, infatti, non c’è una gradualità, anche se alcune forme di convivenza portano in sé certi aspetti positivi, questo non implica che possono essere presentati come beni. Si distingue però la verità oggettiva del bene morale e la responsabilità soggettiva delle singole persone. Ci può essere differenza tra il disordine, ossia il peccato oggettivo, e il peccato concreto che si realizza in un comportamento determinato che implica anche, ma non soltanto, l’elemento soggettivo. «L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali» (CCC 1735). Questo significa che nella verità oggettiva del bene e del male non si dà gradualità (gradualità della legge), mentre a livello soggettivo può avere luogo la legge della gradualità ed è possibile quindi l’educazione della coscienza e dello stesso senso di responsabilità. L’atto umano, infatti, è buono quando lo è sotto ogni aspetto (ex integra causa).”ì

Alla realtà il Relatore si accosta con occhiali spessi e pesanti, che distorcono ogni cosa. Vedono tutto in bianco e nero e non riescono a fare sintesi, in nessun caso. Queste lenti non solo inducono questo effetto di “distorsione”, ma anche creano continue opposizioni inconciliabili dove ci sarebbero invece differenze di cui occuparsi con sollecitudine pastorale. “Tra il vero e il falso non c’è gradualità”, afferma con una recisione davvero sorprendente in un uomo di Chiesa! Perché mai si deve dire la cosa proprio in questo modo? Non abbiamo tutti la esperienza “pedagogica” e “temporale” del mutamento del male in bene e del falso in vero? La opposizione resta se è pensata fuori dal tempo. Ma nel tempo è possibile che vero e falso non siano antitesi, ma che possano essere mediati! Certo non senza fatica, ma con buona speranza. Che cosa è la conversione cristiana se non accettare che, “nel tempo”, si possa mediare la grazia per il dono di una vita buona? Ma perché mai Erdo esclude “itinerari penitenziali” che trasformino la “opposizione” in “mediazione”? Escludere la “gradualità” nella verità oggettiva è un modo astratto e astorico – ma soprattutto disperato e disperante – di entrare in rapporto con la vita familiare. Che sfigura tanto l’oggetto che subisce tale lettura quanto il soggetto che la propone: il primo appare bloccato e immobile, il secondo risulta impotente e disperato. La famiglia non è più famiglia e il pastore rinuncia al suo ministero!

D’altra parte a questo vizio di ragionamento, che determina una strutturale incomprensione della dimensione pastorale, si allea anche un irrimediabile massimalismo di rapporto con il “bene”. La “bontà sotto ogni aspetto”, ideale degno di ogni lode, può essere il criterio di giudizio ordinario della pastorale familiare? Possiamo valutare con questo criterio le nostre vite, anche quando sono “regolari”, ma pur sempre segnate da tanti aspetti negativi?

Se si unisce questo massimalismo morale, alla astrazione delle opposizioni fuori dal tempo, si capisce bene perché, con questi suoi occhiali che distorcono il reale piantati sul naso, il Card. Erdo abbia dovuto trarre onestamente la conseguenza della impossibilità di una qualsiasi “azione pastorale”.

Ma vorrei suggerire, con tutto il rispetto, una fondamentale “azione pastorale”, utilissima ad alcuni padri sinodali. Provino a levarsi gli occhiali, per poter guardare le cose dritte in faccia.Scopriranno “interminati spazi”, altrimenti impensabili e imprevedibili, dove potranno agire come grandi pastori e non come piccoli azzeccagarbugli.

 

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