Pablo D’Ors e il coraggio di una vera teologia dei sacramenti


 

Il testo di Pablo D’Ors, che qui viene presentato nella traduzione fatta da M. Augé e presentata sul suo blog, è una salutare provocazione verso una teologia dei sacramenti coraggiosa ed efficace. Al suo testo provocatorio e forte faccio seguire una serie di considerazioni di commento e di ampio consenso.

CI SARA’ NELLA CHIESA QUALCUNO CHE ABBIA IL CORAGGIO?

 

I sacramenti della Chiesa ormai non significano quasi nulla per l’immensa maggioranza di coloro che ancora vi partecipano. Un segno che smette di significare non è più un segno, ma un gioco di magia. I riti cristiani e i simboli in cui trovano fondamento hanno degenerato, per la maggior parte dei credenti, in pura magia. Certamente gli uomini e le donne di oggi continuiamo ad aver bisogno della magia, e cioè, di parole e gesti che in modo automatico e irrazionale ci mettano in rapporto col trascendente. Ma non è questa la questione.

Sostengo che molti dei comportamenti dei sacerdoti e dei laici durante la celebrazione eucaristica sono fondamentalmente magici, non religiosi. Ti immagini agli apostoli inginocchiandosi dinanzi al pane o a Gesù raccogliendo le briciole dal piatto? Questi comportamenti riflettono che il nostro atteggiamento dinanzi al segno sacramentale è molto più magico che religioso.

Affinché possano significare, i segni devono essere capiti. La dottrina dell’ex opere operato, quella che afferma che il sacramento è efficace indipendentemente dalla comprensione di colui che lo riceve, ha svincolato il segno dal soggetto e lo ha degenerato e cosificato. I sacramenti vanno capiti, almeno in una certa misura. In caso contrario, non sacramentalizzano nulla, cosa che succede oggi nelle nostre chiese. Nessuno capisce nulla. Ciò che più mi ricordano le nostre messe è il teatro dell’assurdo di Beckett.

Prendiamo l’esempio dell’Eucaristia, i cui simboli sono il pane e il vino. Il pane è, certamente, qualcosa di quotidiano, morbido e nutritivo. Che il pane sia simbolo di Dio significa che Dio è qualcosa di quotidiano, che Dio è morbido, che Dio è nutritivo. Però se il simbolo è il pane, il segno o sacramento è il pane diviso, condiviso e mangiato. Si tratta quindi di dividere e condividere il pane consapevolmente; portarlo alla bocca consapevolmente; consapevolmente masticarlo e inghiottirlo.

Consapevolmente significa prendere coscienza che noni si tratta solo di dare pane agli atri, ma di essere pane per gli altri, di convertirsi in nutrimento che allevia i loro bisogni. Mangiare questo Pane ci dà forza per essere pane. Su questa stessa linea il segno non è semplicemente il vino, ma il vino condiviso e bevuto. Bere questo Vino ci facilita di essere vino per gli altri. E il vino è il sangue, ossia, la vita: essere la vita per gli altri.

E conservare l’Eucaristia in un tabernacolo, a cosa conduce? Non abbiamo detto che il vero segno è dividerlo? Prova che la nostra mentalità è magica, è che pensiamo che Dio è presente nel tabernacolo più che fuori di esso. Ciò però… è assurdo! Non è che sia presente lì più che altrove. E che è presente lì per significarci che è presente in tutte le parti, perché lo ricordiamo. Dio è dappertutto, diciamo, ma poi ci impegniamo in metterlo in una scatola. Metterlo in alcune teorie che chiamiamo teologie e in alcuni simboli che chiamiamo sacramenti; che però non sacramentalizzano nulla.

Rimane solo una soluzione: spiegare tutto come se mai fosse stato spiegato, perché forse è questa la soluzione; e realizzarlo, naturalmente, come se fosse la prima volta, dato che forse lo sia veramente. Vedremo allora, meravigliati, la potenza dei nostri simboli, redimeremo i nostri riti, scopriremo, infine, il loro potere trasformante dell’anima umana.

Però, ci sarà nella Chiesa qualcuno che abbia il coraggio? Ci sarà qualcuno che presenti questi simboli e riti non solo come quelli in cui si condensa la più genuina identità cristiana, ma come simboli e riti di valore universale, atti per tutti, cristiani e non? Ci sarà qualcuno, infine, che presenti il cristianesimo come religione e umanesimo inclusivo, non escludente né esclusivo?

Il rispetto alle differenze di altre tradizioni spirituali non deve farci perdere la visione del cristianesimo come proposta umanizzante universale. Avverto nei miei contemporanei non solo una fame di spiritualità, ma anche un desiderio di ricuperare, in forma comprensibile e attuale, la tradizione religiosa da cui proveniamo. La cura del silenzio, una sensibilità che è crescente, comporterà una cura della parola e del gesto. Però, ci sarà qualcuno nella Chiesa che abbia il coraggio? Dove saranno i profeti che ci facciano capire che solo c’è possibile fedeltà al passato nella creatività e nel rinnovamento?

 (Fonte: Vida Nueva, n. 2.947)

La salutare provocazione della grande tradizione teologica

Il testo di P. D’Ors, scritto di getto e con vera passione di prete e di grande scrittore, mette il dito su una piaga della tradizione teologica. I sacramenti, nella loro delicata funzione di mediazione del Vangelo, sono a rischio, sempre, di diventare una semplice “sigillo istituzionale”, senza vera forza significativa e quindi senza alcuna possibilità di entrare nella esperienza dei soggetti. Una “teologia senza soggetto è una delle ambizioni di ogni “antimodernismo”: ma è una risorsa recente, col fiato molto corto e priva di veri riferimenti culturali ed esperienziali.

Una teologia così è, diciamolo chiaramente, del tutto improponibile, Lo scandalo dal quale D’Ors muove, per scrivere queste sue pagine, è motivato da questa assoluta indifferenza alla esperienza del soggetto implicato nell’annuncio e nella rivelazione. Una “teologia autoreferenziale” è possibile anzitutto nell’atto con cui si riferisce il sacramento soltanto “a se stesso”, come se la sua ragione non fosse “propter homines”.  Già E. Juengel aveva notato come per il mestiere del teologo, due fossere gli imperativi: quello di “offrire chiarimenti”, e quello di “salvare i fenomeni”. Una cosa è facile, ma insieme all’altra risulta molto complessa e ardua. Occorre coraggio e occorre scrupolosa onestà. Insieme l’uno e l’altra sono decisivi. Anche D’Ors, con altro stile, si orienta chiaramente e giustamente per questa nuova esigenza di coraggio e di onestà nella teologia che “spiega” e “illumina” il sacramento.

Se il tabernacolo diventa un alibi per una Chiesa che non sa più essree “corpo di Cristo”, e neppure vuole esserlo, allora, proprio in quanto tabernacolo, diventa uno scandalo, una sorta di “Disevangelo”. Ma c’è di più. Nella tradizione eucaristica, il rapporto tra “sostanza” e “accidenti” non riesce a restituire, in modo adeguato, la grande tradizione celebrativa e spirituale. Il pane e il vino non sono semplicemente “accidenti” della sostanza, ma mediazioni decisive perché il corpo di Cristo sacramentale diventi corpo di Cristo ecclesiale.

Su questo piano D’Ors ci invita, con piena ragione, a non temere la novità della cultura moderna e della riflessione contemporanea. Essa può portare grande beneficio alla tradizione sacramentale ed ecclesiale.

Un esempio può essere assai significativo. La antropologia moderna, in modo differenziato a assai articolato, ha messo in luce come, per l’uomo e per la donna, la umanizzazione avviene lungo soglie di “apprendimento della comunione” che attraversano tutta la loro esperienza elementare. La comunione vive di nutrizione, vive di pulizia, vive di sessualità. Il pensiero moderno conosce fasi dello sviluppo del bambino che attraversano una fase “anale”, una “orale” e una “genitale”. La “toilette”, la “tavola” e il “talamo” sono i segni storici e istituzionali di queste “fasi” che ogni soggetto attraversa per essere se stesso.

Proviamo a chiederci: quale attenzione hanno avuto gli antichi e i medievali per queste “logiche di comunione”? La loro attenzione era molto vaga e comunque diversa dalla nostra. In S. Tommaso si legge, con sorpresa, che “solo la “generatio” ha una dimensione di comunione, mentre la “comestio” e la “effusio” non ha altra ragione che quella individuale.

Come possiamo comprendere l’eucaristia, oggi, senza lasciarci arricchire da questa nuova comprensione dell’uomo e di Dio?

D’Ors ha ragione: occorre coraggio, per tutto questo. Mentre la paura può suggeire che tutto quello che c’è da capire si trova sul Compendio del CCC. Anche in teologia si preferisce spesso la magia alla comprensione.

D’altra parte, bisogna riconoscere che, al di là del tono provocatorio, il testo di D’Ors si inserisce nella più autentica tradizione “cattolico romana”, interessata a trovare le “ragioni universali” del sacramento, nella forte sottolineatura della dimensione antropologica del sacramento stesso. Su questo stesso terreno da molti decenni lavora con grande efficacia la “scuola padovana” di S. Giustina, dove universalizzazione fenomenologica ed ermeneutica cristiana trovano forme nuove di equilibrio e ispirano riletture interessanti del passato e del presente. Si pensi al prezioso contributo che Terrin, Bonaccorso e Tagliaferri hanno dato negli ultimi decenni al dibattito teologico, con coraggio e accuratezza.

Sarebbe bello poter bollare come “eterodosse” le parole di D’Ors. E così, di certo, faranno tutti i timorosi difensori di una tradizione che non comprendono più. Ma bisogna riconoscere, invece, che D’Ors, al modo di un romanziere, ha messo il dito nella piaga. Dire che la ferita non esiste è il gesto tipico di coloro che pensano la teologia come “restauro di statue di marmo”.

Share