Un nuovo commentario a Sacrosanctum Concilium e a tutto il Concilio Vaticano II
Un commentario integrale dei Documenti del Concilio Vaticano II – curato da S. Noceti e R. Repole – è stato inaugurato dal primo volume, dedicato a Sacrosanctum Concilium.
Introduzione e commento sono rispettivamente a cura di Andrea Grillo e Luigi Girardi.
Pubblico qui l’inizio della mia parte di Introduzione.
Introduzione
Quando il 22 novembre del 1963 i Padri Conciliari votarono a larghissima maggioranza il testo definitivo della costituzione sulla sacra liturgia, si apriva il cammino della produzione di tutti i testi che sarebbero scaturiti dal Concilio Vaticano II. Non a caso, infatti, il titolo di questa Costituzione è l’unico, tra tutti i documenti conciliari, ad apparire del tutto “generico”: l’incipit del testo – Sacrosanctum Concilium – dice, infatti, semplicemente il “sacrosanto concilio”, nel senso più generale e autorevole del termine. In effetti il “proemio”, con cui si apre questo scritto, non è soltanto l’inizio del documento specifico sulla liturgia, ma una premessa all’intera produzione conciliare, al suo senso e al suo orientamento.
All’inizio del Concilio, e quasi al fondamento della sua vocazione, era posta, dunque, proprio la liturgia. Questo dato avrebbe segnato l’intero percorso conciliare di questo particolare “tono liturgico”, al punto da poter quasi identificare, a posteriori, il più chiaro risultato del lavoro conciliare con la riforma liturgica. Questa concomitanza – che non è certamente casuale, ma dipende dallo stato di maggior avanzamento del dibattito ecclesiale (accademico e pastorale) in re liturgica, rispetto ad altre materie di interesse conciliare – ha determinato una forte identificazione del Concilio con la “nuova liturgia”, provocando un immediato interesse per le conseguenze “pratiche” e “pastorali” del testo, forse meno per le implicazioni teoriche e per il mutamento di paradigma che il testo stesso annunciava e realizzava.
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Prima di intraprendere questo itinerario, tuttavia, è opportuno e significativo richiamare una prospettiva di lettura che deriva da una singolare coincidenza e da una sorprendente analogia. Da un lato si trova SC, che è il primo frutto di una intuizione profetica, con cui Giovanni XXIII ha convocato un “concilio pastorale”, determinandone il senso e la portata nel suo discorso di apertura del Concilio stesso, Gaudet Mater Ecclesia, l’11 ottobre 1962, con la nota espressione “altra è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei e altra la formulazione del suo rivestimento”. Questa frase, opportunamente segnalata come decisiva per la ermeneutica conciliare, fissa in modo singolarmente efficace i confini tra continuità e discontinuità, tra immutabilità e mutabilità, precisando le esigenze ecclesiali di “riforma”. Dall’altro lato, proprio a cinquat’anni dalla promulgazione di SC, nel primo documento ufficiale di papa Francesco (Evangelii Gaudium, n.41) si trova di nuovo in primo piano questo stesso testo, a giustificare una “pastorale in uscita missionaria” e un rinnovato slancio delle esigenze di riforma della Chiesa. Per interpretare oggi la costituzione SC si deve essere consapevoli che essa si incastona tra quell’originaria intuizione e questa recente ripresa: la prima ha un ruolo decisivo, come solenne motivazione per il sorgere del documento, mentre la seconda ha rilievo per giustificare il ritorno critico su SC e sulla sua recezione. In altri termini, è la svolta pastorale del magistero ecclesiale a caratterizzare il testo di SC e ad esigerne oggi una corretta e feconda ermeneutica.































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