Le paure di A. Scola e la mancanza di coraggio di fronte alla storia delle famiglie
Una cieca difesa della dottrina medievale o la comprensione del Vangelo nel proprio tempo?
In una intervista rilasciata ieri dal Card. Angelo Scola al “Corriere della Sera” si nota, come d’improvviso, una singolare forma di accelerazione del pensiero e un deciso accrescersi della paura. Mentre prima del Sinodo A. Scola aveva cercato di segnalarsi per una posizione di mediazione, anche con una forte apertura circa una eventuale “procedura amministrativa” di accertamento della nullità, affidata direttamente ai Vescovi, ora sembra talmente spaventato dalle ipotesi di vera apertura, da doversi imporre una serie di strategie mediatiche che sorprendono in un teologo e in un pastore normalmente piuttosto prudente:
a) Anzitutto egli si sostituisce al Papa e dice, apertamente, quello che “vorrebbe” che il papa facesse, ma senza usare il congiuntivo, ma all’indicativo, dandolo come un fatto acquisito. Questo non solo non è corretto verso il Papa, ma crea una situazione di imbarazzo, suscitata ad arte, che non è degna dell’Arcivescovo di Milano. E’ una tecnica mediatica veramente poco educativa, soprattutto in chi ha studiato, anche a Parigi, la differenza tra una teologia al congiuntivo e una teologia all’indicativo.
b) Lo stesso Scola, d’altra parte, aggrava ancora la propria posizione, proponendo una cosa e poi squalificandola subito dopo. Egli infatti prima propone – e continua a proporre – una soluzione amministrativa al processo di riconoscimento di nullità matrimoniale, e poi stigmatizza la posizione di chi, a suo parere, afferma la indissolubilità “solo sul piano astratto”. Questo mi pare un paralogismo troppo smaccato e quasi spudorato per un uomo che ha studiato a fondo la filosofia come Scola. Come si fa ad accusare “gli altri” di svuotare di senso la indissolubilità, quando si propone di allargare a tal punto la possibilità di “annullamento” del matrimonio da poter far dipendere la sua dichiarazione dalla semplice decisione di coscienza di un Vescovo? Come si fa ad illudersi e ad illudere il prossimo con tali finzioni giuridiche senza vera relazione con la realtà? Perché anziché affrontare la realtà si preferisce rifugiarsi nella irrealtà di una presunta “inesistenza” del vincolo? Perché, anziché riconoscere come possibili in determinate circostanze le “seconde nozze” si preferisce fingere che ci siano sempre solo “prime nozze” riducendo al nulla le precedenti?
c) Ma la vera perla di questa infelice intervista può essere letta poco più avanti, quando il card. Scola dice di non aver notato una attenzione vera riservata al “problema educativo” che sorgerebbe se ai giovani si annunciasse la realtà del matrimonio come indissolubile e poi si offrisse loro una “via di uscita”. Ciò che a me sembra veramente poco educativo è il fatto che un cardinale possa usare un linguaggio così rozzo e così inappropriato per parlare del matrimonio e delle scelte dei giovani. Da un lato non si tratta di una “via di uscita”, ma del riconoscimento di un fallimento. Ma forse, per Scola, il fallimento è escluso per principio? Questa è la sua teologia? Escludere il fallimento e nascondere la testa sotto la sabbia? A questo porta la sua antropologia? Dall’altro, mentre ci si scandalizza per le vie di uscita preparate dagli altri, si mette in piedi una “macchina delle nullità” che realizzerebbe, di fatto, lo stesso risultato, ma con l’aggravante della ipocrisia dilagante e della menzogna incontrollabile.
Dietro a questa infelice sortita, si nasconde, però, una insidia ancora più grande. Ed è la tentazione, ahimé sempre forte nei discepoli di maestri troppo sicuri di sé, di fare della “pedagogia della legge” la legge della propria pedagogia. Così, in ragione del massimalismo di una pedagogia della comunione, e ovviamente anche della liberazione, la Chiesa dovrebbe ignorare gli universi di sofferenza e di dolore, perché dal bene massimo non bisogna deflettere, mai. Anche a costo di renderlo un mero simulacro, una parola vuota, uno slogan, visto che, nel frattempo, si organizza, dietro le quinte, la macchina delle nullità, che sarebbe capace di sciogliere anche le pietre, purché la coppia conosca il Vescovo giusto.
Mi chiedo, con sincera preoccupazione: sarebbe questo il lato educativo della proposta del card. Scola?
Questa intervista a me pare non riesca a mantenersi all’altezza della parresia che papa Francesco ha chiesto al dibattito sinodale e postsinodale. O forse no. Questa intervista è utile proprio perché è veramente sincera. E con sincerità rivela il sintomo preoccupante di una paura che annebbia la mente e che impasta la lingua, anche alle teste più lucide e alle bocche più loquaci. La questione familiare è urgente proprio perché scatena paure incontrollabili e resistenze viscerali: soprattutto in chi, della famiglia, parla solo per sentito dire.
Ecco la riproduzione della prima parte della intervista del Card. Scola.
«Ai divorziati niente comunione. Credo
che il Papa deciderà così»
Il cardinale Angelo Scola: necessaria la fedeltà alla dottrina.
Salvini? La paura è una cattiva consigliera
di Aldo Cazzullo
Cardinale Scola, nel Sinodo la Chiesa si è divisa. Sono emerse una maggioranza e una minoranza. È normale? O è preoccupante?
«La parola divisione è fuori luogo. Sono emerse posizioni diverse. C’è stato un confronto, talora serrato, sempre teso alla comunione. Non è una novità. Basta pensare ai Concili».
Qual è la sua posizione? «Personalmente ho suggerito di pensare la questione alla radice, alla luce di una riflessione antropologica sulla differenza sessuale e, sul piano teologico, approfondendo il rapporto matrimonio-eucaristia. E ho fatto una proposta che va nella direzione, indicata più volte anche dal Papa, di restare fedeli alla dottrina, ma di rendere più vicine al cuore della gente e più rapide le verifiche di nullità del matrimonio. Ho lanciato l’idea di coinvolgere nelle procedure più direttamente il vescovo».
Senza che i fedeli debbano pagare? «Al riguardo circolano parecchie leggende metropolitane. La Cei da tempo garantisce il finanziamento dei tribunali e ha introdotto avvocati pubblici gratuiti. Oggi in Italia chiunque vuole aprire una causa di verifica di nullità lo può fare anche se non ha i soldi. Se poi ci sono degli avvocati che si fanno pagare abusivamente, questo va duramente colpito».
Ma sul punto della comunione ai divorziati risposati, qual è la sua posizione? «Ne ho discusso intensamente, in particolare con i cardinali Marx, Danneels, Schönborn che erano nel mio “circolo minore”, ma non riesco a vedere le ragioni adeguate di una posizione che da una parte afferma l’indissolubilità del matrimonio come fuori discussione, ma dall’altra sembra negarla nei fatti, quasi operando una separazione tra dottrina, pastorale e disciplina. Questo modo di sostenere l’indissolubilità la riduce ad una sorta di idea platonica, che sta nell’empireo e non entra nel concreto della vita. E pone un grave problema educativo: come facciamo a dire a dei giovani che si sposano oggi, per i quali il “per sempre” è già molto difficile, che il matrimonio è indissolubile, se sanno che comunque ci sarà sempre una via d’uscita? È una questione poco sollevata, e la cosa mi stupisce molto».
Quindi al Sinodo lei ha votato con la minoranza? «Semmai con la maggioranza, anche se non ragionerei in questi termini: sulle proposte che non hanno raggiunto i due terzi può esserci stato un voto trasversale. Certo la posizione del magistero a me è sembrata, nelle relazioni dei “circoli minori”, decisamente la più seguita».
Se invece alla fine del Sinodo il Papa prendesse una posizione che lei non condivide? «Credo proprio che non la prenderà. Ma da questo dibattito è già uscita, e si rafforzerà, un’attenzione sia ai divorziati risposati sia agli omosessuali che finora non c’era. I benefici del vivace dibattito sinodale sono già evidenti. Tanto più perché ha fatto emergere un contenuto fondamentale: la famiglia come soggetto, e non più solo oggetto, di annuncio del Vangelo. La famiglia è chiamata a testimoniare la bellezza di affrontare con lo sguardo della fede il quotidiano: affetti, lavoro, riposo, dolore, male, procreazione e educazione, costruzione di vita buona. Insomma, a fare davvero un’esperienza di Chiesa in uscita da se stessa».
Il Papa potrà anche lasciare immutata la dottrina, ma è indubbio che abbia spostato l’accento su altri temi, in particolare sul sociale .«Dobbiamo riconoscerlo: lo stile – ma lo stile, diceva Lacan, è l’uomo – di questo Papa ha rappresentato per noi europei una pro-vocazione, nel senso etimologico della parola. Ci ha messo davanti l’urgenza di assumere il nostro compito di cristiani in maniera diversa. E questo porta con sé una salutare dose di destabilizzazione, perché uno se non è provocato non cambia. Comunque io ho visto nel Sinodo, ma anche nelle congregazioni pre-Conclave, uno spessore di comunione millenaria. Essa urge tutti a riconoscere nel ministero petrino il pilastro che garantisce l’unità della Chiesa. Ci può essere un dialogo acceso, anche dialettica e momenti di incomprensione, ma alla fine tutti convergiamo lì. Lo stile del Papa chiede a ciascuno di noi fedeli l’umiltà di ascoltarlo molto e di entrare nella sua prospettiva. Partendo dalla sua esperienza latino-americana, che ha dietro una cultura e una teologia sulla quale come minimo noi europei non eravamo adeguatamente informati, il Papa pone l’accento su aspetti che noi forse eravamo abituati ad affrontare con una modalità un po’ più “seduta”, un po’ più borghese».
Lei ha detto che la Chiesa è stata lenta nell’aprirsi agli omosessuali. Ruini le ha risposto che l’ondata libertaria refluirà, com’è accaduto con l’ondata marxista. È d’accordo? «Vent’anni fa scrissi che la rivoluzione sessuale avrebbe messo alla prova la proposta cristiana forse più della rivoluzione marxista. Ora questo si sta verificando. Ci potrà essere un riflusso, se ne vede già qualche segnale, per esempio negli Usa sono sorte associazioni di giovani che scelgono di arrivare vergini al matrimonio. E c’è una realtà di base, nelle nostre terre ancora rilevante, che vede la fedeltà alla famiglia in termini sempre più consapevoli e si dispone a stili di fraternità, all’ospitalità, all’affido, all’adozione. Condivido con il cardinale Ruini l’idea che l’opinione pubblica non coincide affatto con l’opinione mediatica. Ma la strada giusta è la strada del pagare di persona. Noi, nel rispetto delle procedure della società plurale, non possiamo esonerarci dal prendere posizione pubblica e quindi dal proporre leggi che riteniamo le migliori. Oggi il rischio più grave è distruggere la filiazione attraverso l’utero in affitto, che significa mettere al mondo figli orfani di genitori viventi, con l’enorme carico di problemi che questo sta già producendo».
Quindi secondo lei ha ancora senso parlare di valori non negoziabili? Lei sa che il Papa non si riconosce in questa espressione. «Non vorrei sembrare presuntuoso, ma io non l’ho mai usata. Ho sempre parlato di principi irrinunciabili. In ogni caso con l’espressione “non negoziabili” non si voleva dire che non siamo disposti a dialogare con tutti; ma ci sono appunto dei principi per noi irrinunciabili, come l’ossigeno per la vita. Sono convinto che in una società plurale sia necessaria l’operazione di cui parla Ratzinger nel suo dialogo con Habermas. Io pongo integralmente la mia visione dentro una società che registra la presenza di soggetti con visioni diverse, e perseguo con costanza il confronto. Ma a certi principi non posso rinunciare: se la mia posizione non sarà accolta farò ricorso all’obiezione di coscienza».
A quali punti si riferisce? «Dobbiamo deciderci a pensare in unità la terna diritti, doveri, leggi. Non si possono fare leggi eque senza fare riferimento a diritti e doveri presi insieme. Oggi la terna non è presentata unitariamente. Ogni inclinazione soggettiva pretende di essere addirittura un diritto fondamentale. Proprio mentre si invoca la massima libertà, si costruisce una maglia sempre più stretta di leggi che la riducono».
«La parola divisione è fuori luogo. Sono emerse posizioni diverse. C’è stato un confronto, talora serrato, sempre teso alla comunione. Non è una novità. Basta pensare ai Concili».
Qual è la sua posizione? «Personalmente ho suggerito di pensare la questione alla radice, alla luce di una riflessione antropologica sulla differenza sessuale e, sul piano teologico, approfondendo il rapporto matrimonio-eucaristia. E ho fatto una proposta che va nella direzione, indicata più volte anche dal Papa, di restare fedeli alla dottrina, ma di rendere più vicine al cuore della gente e più rapide le verifiche di nullità del matrimonio. Ho lanciato l’idea di coinvolgere nelle procedure più direttamente il vescovo».
Senza che i fedeli debbano pagare? «Al riguardo circolano parecchie leggende metropolitane. La Cei da tempo garantisce il finanziamento dei tribunali e ha introdotto avvocati pubblici gratuiti. Oggi in Italia chiunque vuole aprire una causa di verifica di nullità lo può fare anche se non ha i soldi. Se poi ci sono degli avvocati che si fanno pagare abusivamente, questo va duramente colpito».
Ma sul punto della comunione ai divorziati risposati, qual è la sua posizione? «Ne ho discusso intensamente, in particolare con i cardinali Marx, Danneels, Schönborn che erano nel mio “circolo minore”, ma non riesco a vedere le ragioni adeguate di una posizione che da una parte afferma l’indissolubilità del matrimonio come fuori discussione, ma dall’altra sembra negarla nei fatti, quasi operando una separazione tra dottrina, pastorale e disciplina. Questo modo di sostenere l’indissolubilità la riduce ad una sorta di idea platonica, che sta nell’empireo e non entra nel concreto della vita. E pone un grave problema educativo: come facciamo a dire a dei giovani che si sposano oggi, per i quali il “per sempre” è già molto difficile, che il matrimonio è indissolubile, se sanno che comunque ci sarà sempre una via d’uscita? È una questione poco sollevata, e la cosa mi stupisce molto».
Quindi al Sinodo lei ha votato con la minoranza? «Semmai con la maggioranza, anche se non ragionerei in questi termini: sulle proposte che non hanno raggiunto i due terzi può esserci stato un voto trasversale. Certo la posizione del magistero a me è sembrata, nelle relazioni dei “circoli minori”, decisamente la più seguita».
Se invece alla fine del Sinodo il Papa prendesse una posizione che lei non condivide? «Credo proprio che non la prenderà. Ma da questo dibattito è già uscita, e si rafforzerà, un’attenzione sia ai divorziati risposati sia agli omosessuali che finora non c’era. I benefici del vivace dibattito sinodale sono già evidenti. Tanto più perché ha fatto emergere un contenuto fondamentale: la famiglia come soggetto, e non più solo oggetto, di annuncio del Vangelo. La famiglia è chiamata a testimoniare la bellezza di affrontare con lo sguardo della fede il quotidiano: affetti, lavoro, riposo, dolore, male, procreazione e educazione, costruzione di vita buona. Insomma, a fare davvero un’esperienza di Chiesa in uscita da se stessa».
Il Papa potrà anche lasciare immutata la dottrina, ma è indubbio che abbia spostato l’accento su altri temi, in particolare sul sociale .«Dobbiamo riconoscerlo: lo stile – ma lo stile, diceva Lacan, è l’uomo – di questo Papa ha rappresentato per noi europei una pro-vocazione, nel senso etimologico della parola. Ci ha messo davanti l’urgenza di assumere il nostro compito di cristiani in maniera diversa. E questo porta con sé una salutare dose di destabilizzazione, perché uno se non è provocato non cambia. Comunque io ho visto nel Sinodo, ma anche nelle congregazioni pre-Conclave, uno spessore di comunione millenaria. Essa urge tutti a riconoscere nel ministero petrino il pilastro che garantisce l’unità della Chiesa. Ci può essere un dialogo acceso, anche dialettica e momenti di incomprensione, ma alla fine tutti convergiamo lì. Lo stile del Papa chiede a ciascuno di noi fedeli l’umiltà di ascoltarlo molto e di entrare nella sua prospettiva. Partendo dalla sua esperienza latino-americana, che ha dietro una cultura e una teologia sulla quale come minimo noi europei non eravamo adeguatamente informati, il Papa pone l’accento su aspetti che noi forse eravamo abituati ad affrontare con una modalità un po’ più “seduta”, un po’ più borghese».
Lei ha detto che la Chiesa è stata lenta nell’aprirsi agli omosessuali. Ruini le ha risposto che l’ondata libertaria refluirà, com’è accaduto con l’ondata marxista. È d’accordo? «Vent’anni fa scrissi che la rivoluzione sessuale avrebbe messo alla prova la proposta cristiana forse più della rivoluzione marxista. Ora questo si sta verificando. Ci potrà essere un riflusso, se ne vede già qualche segnale, per esempio negli Usa sono sorte associazioni di giovani che scelgono di arrivare vergini al matrimonio. E c’è una realtà di base, nelle nostre terre ancora rilevante, che vede la fedeltà alla famiglia in termini sempre più consapevoli e si dispone a stili di fraternità, all’ospitalità, all’affido, all’adozione. Condivido con il cardinale Ruini l’idea che l’opinione pubblica non coincide affatto con l’opinione mediatica. Ma la strada giusta è la strada del pagare di persona. Noi, nel rispetto delle procedure della società plurale, non possiamo esonerarci dal prendere posizione pubblica e quindi dal proporre leggi che riteniamo le migliori. Oggi il rischio più grave è distruggere la filiazione attraverso l’utero in affitto, che significa mettere al mondo figli orfani di genitori viventi, con l’enorme carico di problemi che questo sta già producendo».
Quindi secondo lei ha ancora senso parlare di valori non negoziabili? Lei sa che il Papa non si riconosce in questa espressione. «Non vorrei sembrare presuntuoso, ma io non l’ho mai usata. Ho sempre parlato di principi irrinunciabili. In ogni caso con l’espressione “non negoziabili” non si voleva dire che non siamo disposti a dialogare con tutti; ma ci sono appunto dei principi per noi irrinunciabili, come l’ossigeno per la vita. Sono convinto che in una società plurale sia necessaria l’operazione di cui parla Ratzinger nel suo dialogo con Habermas. Io pongo integralmente la mia visione dentro una società che registra la presenza di soggetti con visioni diverse, e perseguo con costanza il confronto. Ma a certi principi non posso rinunciare: se la mia posizione non sarà accolta farò ricorso all’obiezione di coscienza».
A quali punti si riferisce? «Dobbiamo deciderci a pensare in unità la terna diritti, doveri, leggi. Non si possono fare leggi eque senza fare riferimento a diritti e doveri presi insieme. Oggi la terna non è presentata unitariamente. Ogni inclinazione soggettiva pretende di essere addirittura un diritto fondamentale. Proprio mentre si invoca la massima libertà, si costruisce una maglia sempre più stretta di leggi che la riducono».































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