La pastorale liturgica della Curia romana: ciò che non muore e ciò che può morire
Dopo lo scisma del 1 luglio dei lefebvriani e dopo il discorso del 26 agosto di papa Leone, molte cose a Roma devono cambiare circa la liturgia. Per capire bene questo aspetto dello sviluppo cattolico, occorre partire da lontano. Provo a farlo qui brevemente.
- La riforma in discussione
Dopo il Concilio Vaticano II, che ha introdotto una “riforma generale della liturgia”, è evidente che la Congregazione dei riti dovesse cambiare obiettivi: non si sarebbe più dedicate semplicemente a vigilare sugli abusi, ma avrebbe dovuto promuovere la riforma della liturgia. Così almeno nelle intenzioni immediatamente postconciliari. Il travagliato percorso dei due decenni successivi al Concilio ha però fatto emergere non sono nuovi assetti istituzionali (con la separazione e poi riunificazione tra culto divino e disciplina dei sacramenti) ma anche una posizione diversa nei confronti della Riforma Liturgica. Nel 1984 è una circolare della Congregazione del culto divino ad introdurre, per tutti i Vescovi, la possibilità di chiedere l’indulto per gruppi o comunità che volessero continuare a celebrare con il rito tridentino. Con un “indulto” si potevano dispensare alcuni soggetti dalla riforma liturgica e così immunizzarli dal Concilio Vaticano II.
2. La Commissione “Ecclesia Dei”
Ma nel 1988, con il sorgere della Commissione “Ecclesia Dei”, in seguito al primo scisma lefebvriano, commissione da considerarsi alla stragua di un organo nuovo della Curia Romana, iniziava un percorso di “limitazione” del potere sulla liturgia della Congregazione per il Culto divino. La competenza sul “Vetus ordo” iniziava ad essere progressivamente riservata a questo “organo autonomo”, collegato soprattutto con la Congregazione per la Dottrina della Fede. Iniziava, intanto un percorso di “riconoscimento” e di “promozione” – da parte della Congregazione per la Vita consacrata – di istituti e di società di vita apostolica che facevano esclusivo riferimento al VO.
3. Summorum Pontificum e le nuove competenze liturgiche
Con il 2007 e il MP Summorum Pontificum nasceva la teoria e la prassi di “due forme parallele” del rito romano. La cosa curiosa era che la Congregazione per il Culto divino e i singoli vescovi avevano competenza sulla “forma ordinaria”, ma solo la Commissione Ecclesia Dei era competente sulla “forma straordinaria”, così scavalcando allo stesso tempo sia la Congregazione, sia i singoli episcopati. Nel frattempo la Congregazione dei Vescovi inseriva tra i criteri dei candidati all’episcopato la “non avversione a Summorum Pontificum” e la disponibilità verso le celebrazioni in VO.
4. La sopprassione di Ecclesia Dei e le competenze di una sezione della Congregazione per la dottrina della fede
Nel 2019 papa Francesco ha soppresso la Commissione Ecclesia Dei, spostando le sue competenze all’interno della COngregazione per la DOttrina della fede. Ma questo non ha frenato gli eccessi di una competenza spuria sulla “forma straordinaria del rito romano”, sottratta ai vescovi e alla Congregazione per il Culto divino. SI ricorderà come, all’inizio della pandemia, quella sezione della CDF avesse proposto una “riforma del messale del 1962” di fronte alla quale scoppiò una protesta unanime da parte di tutte le persone con un briciolo di cervello. Fu quello l’inizio della fine di SUmmorum Pontificum.
5. La fine di SP e la logica classica di Traditionis Custodes
Con il 2021 le cose sono tornate a prima del 2007. Nessun parallelismo rituale. Nessuno scavalcamento della autorità dei Vescovi o della Congregazione per il Culto divino. Ma l’inerzia delle soluzioni che per 40 anni hanno avvelenato il discorso liturgico, restano ancora in piedi. Il principio della “unica lex orandi” conosce ancora troppe eccezioni ingiustificate, che inquinano il percorso del cammino di attuazione della riforma liturgica, creando di continuo “zone franche”, che possono celebrare come se il Vaticano II non ci fosse mai stato.
6. Il secondo scisma e la esigenza di “andare avanti”
Che fare, allora, di fronte alla realtà di uno scisma che si rinnova e di una esigenza, ribadita da Leone XIV, di un cattolicesimo che deve “andare avanti”? Direi che i punti su cui oggi occorre lavorare dal punto di vista della Curia romana sono almeno tre:
a) La Congregazione per il culto divino, che a metà degli anni 80 aveva rischiato di smentire la propria vocazione a guidare la attuazione della riforma liturgica, dopo una lunga fase di esautorazione, oggi ha riaquisito una nuova centralità e maggiore autorevolezza. Sarebbe forse il tempo per scrivere una VI Istruzione per la attuazione della Riforma Liturgica, dopo la infelice parabola della V Istruzione, Liturgiam authenticam, intorno alla quale si era avvitato facilmente tutto il tentativo di fermare ogni riforma liturgica, non solo sul piano delle traduzioni, ma dell’intero impianto della tradizione cattolica. Una VI Istruzione potrebbe sancira la fine del periodo di esitazione, in cui si è potuto pensare che per correggere una attuazione poco equilibrata del Concilio ci si potesse permettere di favorire l’anticoncilio e il ragionamento scismatico di Lefebvre sulla sopravvivenza del VO, dandogli una verniciatina ufficiale e un linguaggio sommosacerdotale.
b) La Congregazione per la Dottrina della fede dovrebbe lasciar cadere ogni ambizione al controllo della liturgia. Ci sono ancora, in quel Dicastero, elementi attivi di quella prospettiva, che leggeva tutto lo sviluppo conciliare con il criterio di una “covigenza parallela” di forma ordinaria e forma straordinaria del rito romano. Questo modello sistematico è del tutto falso e non ha alcun senso che ci siano ufficiali della CDF che continuano a considerarlo “normale”. SI è trattato di una lettura azzardata, che ha assunto un argomento scismatico come parte del magistero, causando così un effetto lacerante in tutto il cattolicesimo. Non è un caso che, quando è stata presentata la Concituzione Apostolica “Predicate Evangelium”, il relatore abbia utilizzato, con disinvoltura, il riferimento alla “forma straordinaria del rito romano”, anche se era stata abrogata da due anni. Un lapsus freudiano al 100%.
c) La Congregazione per la Vita Consacrata deve fare un esame di coscienza. Da circa 40 anni ha protetto e promosso istituti, comunità, associazioni e freternità che si identificavano della vocazione di celebrare soltanto con il VO. Questo è un fatto grave: pensare di poter considerare “virtuosi” comportamenti che osteggiano strutturalmente la riforma liturgica e l’intero Concilio Vaticano II è una illusione burocratica da condannare. La resistenza alla riforma liturgica è un vizio, che non può essere nobilitato chiamandolo “vocazione” o “missione”. Piuttosto è la Congregazione a dover rispondere di aver “svenduto” parole così alte a obiettivi di corto respiro e di approccio nostalgico quando non apertamente reazionario.
Ad essi si aggiunge un quarto, che riguarda ogni curia, non solo quella romana:
d) I singoli vescovi dovrebbero considerare con attenzione la possibilità di chiedere “indulto”: lo strumento dell’indulto ha subito, nel 1984, una interpretazione estensiva oltre il limite dell’abuso: non si può, per indulto, immunizzare un soggetto personale o comunitario dal dovere di osservare la riforma liturgica.
Uscire da queste impasses non è difficile: una bella VI Istruzione per la attuazione della Riforma Liturgica, una chiara esclusione di competenze della CDF sulla forma rituale e un discernimento più attento sulla vocazione delle società di vita apostolica potrà predisporre quell’orizzonte in cui tutti possano dire “andiamo avanti”, senza resistenze e senza insofferenze. Il rito romano ha una sola forma, non due in concorrenza. Questa è la via per trovare, domani, un equilibrio autentico.































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