Tre volte venti anni nella storia della riforma: perché il Vetus Ordo non esiste più?
La ipotesi che vorrei proporre, in questo breve ragionamento, è che la storia della recezione della riforma liturgica si può dividere in tre ventenni. Che cosa ci induce ad assumere questa singolare prospettiva? Il recente scisma del 1 luglio diventa un criterio di giudizio singolarmente efficace per distribuire i 60 anni che abbiamo alle nostre spalle in tre gruppi di 20 anni, ognuno segnato da una dimensione, a suo modo, scismatica. Ecco lo schema sintetico della divisione che vorrei utilizzare:
a) 1969 -1988 (primo scisma Lefebvriano): il NO è appena stato approvato e contemporaneamente o successivamente tutti gli ordines rituali cattolici vengono riformati, ma c’è chi pensa che questi “nuovi testi”, che il Concilio ha chiesto esplicitamente di elaborare, non possano spostare di un millimetro la autorità del VO, del Messale Tridentino, del Rituale tridentino, del Pontificale tridentino.
b) 1988-2007 (prima risposta al primo scisma): la reazione di Roma inizia con un lavoro curiale di spostamento della questione. Il punto non è come introdurre il NO nella vita della CHiesa, ma come salvaguardare la esperienza del VO, come se il Concilio non ci fosse mai stato o fosse stato una parentesi da cui immunizzarsi, non solo liturgicamente;
c) 2007-2026 (seconda risposta al primo scisma, fino al secondo scisma): la terza fase è la più problematica. In essa si tende a dimenticare che la questione è la riforma della liturgia, e si pensa di generare pace mettendo, sullo stesso piano, la soluzione e il problema. Si parla come se il VO fosse la soluzione del problema costituito dal NO. Addirittura inizia un incentivo da parte della Curia Romana e di non poche curie diocesane verso gruppi e istituti che di dedicano esclusivamente alla celebrazione VO.
In questi tre ventenni il VO (l’ordine rituale tridentino) subisce una sorta di rilettura e di forzatura, come se fosse un istanza metastorica, un principio di evidenza cattolica, capace di dare misura alla riforma liturgica. Un esame più accurato di ognuno di questi ventenni ci permette di capire che cosa sia in gioco, oggi, nel cattolicesimo, dopo il II scisma.
Esaminiamo ora sul piano teologico ciascuno di questi passaggi
1, 1969-1988: il VO deve essere sostituito dal NO
Questa è l’idea normale, pacifica, serena, del Vaticano II che Paolo VI, esecutore del suo programma, fa propria e difende fino in fondo. In una nota dichiarazione del 1976, riferendosi a Lefebvre, diceva
” L’adozione del nuovo «Ordo Missae» non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino.”
In questi stessi tempi, tuttavia, non solo Lefebvre è su una posizione diversa, sostenendo che si deve lasciare la facoltà ad ogni sacerdote ci celebrare con il NO oppure con il VO. Nel suo libro “Dalla mia vita” (1977) Ratzinger è convinto che la decisione di Paolo Vi di vietare il VO sia stata un tragedia per la Chiesa. Qui, a mio parere, si trova una differenza cristallina tra due posizioni: una classica, fatta propria dal papa, che pensa che la riforma di un Ordo significhi che un nuovo Ordo lo sostituisce: qui non c’è nessuna forzatura, ma la forza della tradizione. E c’è invece una posizione affettivamente condizionata, come quella di Ratzinger, che ritiene che se fai una riforma di un Ordo, devi comunque mantenere l’uso anche della forma precedente. Si deve notare che questa posizione era esattamente quella di Lefebvre, che Ratzinger adotta in modo piuttosto disinvolto. Sta di fatto che questo campo resta piuttosto confuso fino al 1988, quando si giunge all’atto (giuridicamente) irreparabile, che non è liturgico, ma giuridico: la “consacrazione” di 4 vescovi senza il consenso del papa collocano Lefebvre nell’ambito degli scismatici. Da quel momento, come è ovvio cambiano molte cose e inizia un secondo ventennio.
2. 1988-2007: Il VO deve essere difeso dal NO
Avvenuto lo scisma, subito, a caldo, la espressione più chiara, da parte dell’allora Prefetto della Congregazione della fede, appare quasi come una dichiarazione programmatica: lo scisma è un ottimo argomento per lodare lo scismatico e per censurare la riforma liturgica. Lo aveva già scritto dieci anni prima, ma è chiaro che le parole che si leggono a pochi giorni dallo scisma non lasciano molti dubbi: la riflessione sullo scisma lefebvriano induce un senso di colpa nei non lefebvriani. In che cosa abbiamo sbagliato? Si chiede Ratzinger? nel non coltivare il VO e nell’abbandonarlo per il NO. Così inizia un programma di “incentivo del VO”, anzitutto mediante la commissione “Ecclesia Dei”, che prende il nome dal documento di Giovanni Paolo II “Ecclesia Dei adflicta”. Che cosa affligge la Chiesa? La risposta a questa domanda non è univoca. In questo ventennio vengono poste le basi per un capovolgimento: la afflizione sembra derivare dal mancato rispetto del VO da parte del NO. La riforma non è più un vero obiettivo: l’obiettivo è la difesa del VO. A quale titolo? Teologicamente non lo si dice mai. Lo si lascia nel non detto come “tradizione cattolica” o come “continuità della Chiesa”. Questo ventennio vede anche il crescere di una autodifesa curiale dal Vaticano II, che tocca molti altri punti della tradizione liturgica: del tutto significativo è che si arrivi a chiedere “cautela” nel parlare di “assemblea celebrante” e che i criteri di traduzione dei testi liturgici smentiscano decenni di esperienza e cerchino nella “traduzione letterale dal latino” l’unica possibile. Questo ventennio arriva, alla fine, ad un passaggio di grado decisivo: con Summorum Pontificum l’argomento più antico, usato da Marcel Lefebre, negli anni 70, viene usato da un Papa. Ovviamente un argomento scismatico, se usato da un papa, perde ogni carattere formalmente scismatico: ma la questione della divisione e della lacerazione resta.
3. 2007-2026: Dal principio per cui VO e il NO hanno quasi gli stessi diritti ad una nuova esclusiva del NO
Il terzo ventennio, che ci porta fino al II scisma, è molto interessante. Inizia in modo solenne con un colpo di scena formidabile: SP costruisce una ipotesi sistematica molto audace: ci sono due “forme” del rito romano, una ordinaria e una straordinaria, che possono e anzi devono convivere. Bene. Poi però bisogna calare le forme nel reale e iniziano i problemi. La forma straordinaria è ferma al 1962, al codice di allora, al calendario di allora, al lezionario di allora, alla lingua di allora, mentre la forma ordinaria ha vissuto la sua storia, ha camminato. Si capisce bene presto che la soluzione originale appare un sofisma senza contenuto. E’ solo un modo per cercare di mettere insieme le cose, senza prendere davvero sul serio la riforma liturgica. 30 anni dopo Paolo VI, che considerava naturale la sostituzione del NO al VO, un papa dice che invece sarebbe naturale che VO e NO restino in parallelo. Che cosa è capitato? La diffidenza verso la riforma liturgica ha raggiunto qui il suo massimo grado, al punto da rendere “superflua” la sua presenza. Ma questo inizio sorprendente finisce gradualmente in crisi con il passaggio di pontificato. Dall’inizio del pontificato di Francesco il ritorno al Vaticano II lentamente comincia a toccare anche la sfera liturgica con una graduale ripresa della riforma sia per quanto riguarda le traduzioni, sia con il MP Traditionis Custodes (2021) sia con Desiderio Desideravi (2022). Qui, si torna, 45 anni dopo, alle evidenze classiche di Paolo VI: la riforma elabora il rito romano, che ottiene così la sua “unica lex orandi” nella forma del NO. Questo avviene negli ultimi anni di pontificato di Francesco. Con il nuovo papa Leone, dal 8 maggio 2025, è come se più di qualcuno, in Curia romana, volesse dare un colpo di spugna e tornare candidamente al “doppio canale”: così comodo per collocare le pratiche e per fare le riconciliazioni finte. Parallelismi di vita cattolica sono forme scismatiche non riconosciute, addirittura prodotte da Roma.
Tutto questo non ha impedito che gli scismatici della prima ora, dopo 40 anni, tornasse alla carica. E che si rinnovasse lo scisma. Che può insegnare a Roma una grande verità: chi vive di VO vuole fermare la storia e negare la realtà. L’unica vera soluzione è quella indicata da Paolo VI e e da Francesco: lavoriamo, tutti insieme, sull’unica lex orandi. Il NO ha una elasticità capace di riconciliare. Il VO, per come lo abbiamo usato negli ultimi anni, a partire da Lefebvre, è sempre più causa di sventura. Anzi, per dirlo nel modo più semplice: dopo la riforma liturgica il VO non esiste più. Chi si ostina a celebrarlo, si colloca fuori della storia.































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