Dopo lo scisma: la tradizione viva/6. La memoria, la parresia e un solo messale bilingue (di fr. MichaelDavide Semeraro)
Questo contributo di fr. MichaelDavide costituisce il documento di un atto di memoria che si trasforma in una domanda di discernimento. La storia del monachesimo dell’ultimo secolo attesta la fatica di un passaggio tra forme rituali, che chiede una intelligenza accurata. La consapevolezza delle mediazioni delicate non permette generalizzazioni troppo marcate: ridurre la relazione con la liturgia a “gusto” o a “attaccamento” non interpreta correttamente né quanto è accaduto né quanto deve accadere. Per questo la proposta di una soluzione che faccia del Novus Ordo la base comune a tutti gli usi cattolico-romani si traduce nella ipotesi di introdurre un “messale bilingue” che avrebbe una funzione nuova. Non più, come 100 anni fa, per dare la luce di una lingua comprensibile ad un testo latino inaccessibile ai più, ma per dare uno sfondo latino comune alle diverse versioni delle lingue nazionali, di cui vive ordinariamente il popolo di Dio. In una tale soluzione, che riprende in modo assai diverso la proposta dell’Abate di Solesmes, si potrebbe custodire la unità liturgica, sia pure in sensibilità e gusti diversi. Questo post è costituito da un testo più lungo del solito, ma la lunghezza è motivata dal bisogno, davvero urgente, di contestualizzare doverosamente i criteri di discernimento, perché non siano ridotti alla piatta immediatezza o della mera emotività o della fredda amministrazione burocratica (ag)
La memoria, la parresia e un solo messale bilingue
Mi inserisco ancora una volta nel dialogo di “Tradizione viva” per condividere un ricordo personale e un pensiero che mi accompagna in questi giorni.
All’inizio del mio percorso monastico ho potuto ancora conoscere personalmente la coda delle fatiche comunitarie che hanno segnato i nostri monasteri sublacensi nella preparazione, ricezione e attuazione del Concilio.
La fatica di abbandonare il passato
Nel monastero de La Pierre-qui-Vire – il monastero di padre Ghislain Lafont – negli anni Ottanta c’era ancora qualche fratello cui era concesso di non partecipare alla liturgia della comunità in francese per celebrarla personalmente “in latino”. Il grande abate Denis Huerre aveva concesso questa possibilità ad alcuni fratelli che manifestavano un profondo malessere a vivere il cambiamento, ma senza permettere loro di farlo insieme, ma personalmente. Il messaggio era chiaro: comprendiamo il malessere e concediamo di poter continuare a celebrare secondo la propria abitudine, ma nel senso dell’epichéia, senza creare assolutamente una doppia possibilità comunitaria e senza dare un futuro alla fatica di abbandonare il passato.
Non va dimenticato e va ricordato che è proprio da un monastero sublacense – Tournay – che partì dom Gérard Calvet per fondare in seguito il monastero di Le Barroux. Questo monastero ancora oggi vanta l’ascendenza sublacense riconoscendo come propri “fondatori” dom Roman Banquet – fondatore di En Calcat – e lo stesso padre Muard, fondatore de La Pierre-qui-Vire. Nei nostri monasteri sublacensi di Francia il Concilio fu accolto con entusiasmo spirituale e – pur in gradi e modi diversi – ha segnato il cammino delle nostre comunità francesi attraverso una riflessione condivisa. Per anni la Pierre-qui-Vire è stata sede di uno Studium monastico che io stesso ho frequentato e in cui venivano invitati anche professori Protestanti oltre a personaggi come Paul Beauchamp per la Bibbia e Pierre Lenhardt per i rapporti con l’ebraismo come pure di Pierre Fruchon per un ripensamento di Platone a partire dall’ermeneutica contemporanea.
Ho conosciuto personalmente la fatica di alcuni fratelli ad accogliere i cambiamenti post-conciliari, ma anche la grande gioia della maggior parte nell’entrare in un processo di incremento di intelligenza evangelica e di riappropriazione della tradizione monastica. Personalmente sono grato per quello che mi è stato trasmesso da monaci e teologi come padre Ghislain Lafont in cui il rinnovamento del pensiero andava di pari passo con la fedeltà alla tradizione monastica non più relegata nella sua versione del tardo Ottocento e sempre più fondata nel suo plurisecolare processo di crescita e di trasformazione. Dello stesso monastero fu monaco padre Adalberto de Vogué che ha dedicato tutta la sua vita a rifondare gli studi sul monachesimo antico con l’acribia di un chirurgo e l’osservanza monastica degna di un fachiro.
Monachesimo e Concilio Vaticano II: i segni dei tempi
Perché rammento tutto questo? Per non dimenticare quello che è avvenuto in questi ultimi decenni come sforzo e fatica per accogliere quanto il Concilio Vaticano II ha richiesto come conversione di mentalità e di postura all’interno e verso l’esterno. Non furono pochi i monaci che all’epoca del Concilio ritenevano che i suoi contenuti non toccavano la vita dei monasteri chiamati a custodire e riproporre le cose di sempre. In realtà, in molti nostri monasteri si è vissuto esattamente il contrario e il rinnovamento liturgico è stato l’anima trainante di un rinnovamento totale del modo di essere monaci nel tempo presente. La concessione ad alcuni fratelli di sottrarsi alla fatica dell’adattamento al nuovo ritmo di vita e, in particolare, liturgico era vissuto come un atto di carità che, in nessun modo, lasciava ambiguità sul cammino intrapreso a livello comunitario e nei confronti dei candidati alla vita monastica cui era richiesto di entrare decisamente in questo spirito.
Bisogna riconoscerlo con serenità e onestà: i monasteri che hanno accolto e vissuto le istanze del Concilio, soprattutto nella liturgia e nel modo di vivere le relazioni all’interno della comunità e con il mondo esterno, danno l’impressione di essere sterili. Mentre quelli che si rifanno in modo forte a forme tradizionali, tra il classico moderato e il tradizionalista spinto, non mancano di “uomini” e di “mezzi” tanto che fondano nuove realtà o adottano situazioni agonizzanti per farle rinverdire. Da un punto di vista “strategico” una resa incondizionata a questo modello emergente sarebbe non solo utile, ma consigliabile. Al contempo nasce una domanda: i candidati <neo-ortodossi> sono espressione dei “segni dei tempi” del nostro tempo o non sono forse la “moda dei tempi” del nostro tempo? Difficile rispondere a questa domanda e, sinceramente, forse prematuro, ma sempre più urgente dopo il 1 luglio 2026.
La domanda di discernimento dopo lo scisma
Dopo lo scisma consumatosi lo scorso 1 luglio a Ecône, si fa urgente porre la domanda a quanti si avvalgono della concessione di usare il Vetus Ordo nella Liturgia. Le ragioni di questa pratica viene da più parti – persino da Enzo Bianchi e da Alberto Melloni – giustificata e, dopo lo scisma, quasi sostenuta per rispetto ad una “sensibilità” e persino ad una questione di “gusto”. La domanda da porre sarebbe questa: <Quali sono le ragioni del malessere nell’usare l’Ordo approvato e promulgato da Paolo VI?>. Ho l’impressione che una risposta onesta a questa domanda rivelerebbe che le ragioni del malessere non sono dissimili – in buona sostanza – da quelle che finalmente si sono pienamente rivelate al momento del recente scisma nei gesti e nelle parole degli esponenti della FSSPX. Se il malessere è legato, come credo, proprio ai temi controversi che hanno portato allo scisma, allora è necessario un chiarimento ed è da esigere una conversione per non vivere nell’ipocrisia. Il rischio è di volere conservare e difendere il Vetus Ordo liturgico per ripristinare e radicalizzare il Vetus Ordo ecclesiale, antropologico, sociale, culturale e politico!
Ormai si fa urgente non solo ribadire l’importanza del Concilio Vaticano II, ma anche attivare dei criteri di discernimento per verificare se la sua accoglienza è autentica o solo formale.
Con la FSSPX le cose si sono finalmente chiarite perché sono venuti allo scoperto nel manifestare chiaramente che è la Chiesa cattolica a doversi convertire abiurando il Concilio e non il contrario, Ora bisogna chiarire la posizione di quanti continuano a dire – a parole – di accettare il Concilio e di obbedire al Papa come veri figli della Chiesa – citando inopportunamente Teresa d’Avila – e, invece, continuano a porsi sostanzialmente con la stessa postura nei confronti del mondo contemporaneo e del modo di essere Chiesa nel tempo presente. Il rischio che, aldilà delle affermazioni di principio, queste realtà definite <tradizionaliste> rimangono impermeabili alla riflessione teologica e al magistero di questi ultimi decenni.
Un ruolo “disfunzionale” della teologia?
Mi sembra che la consequenzialità teologica sia disfunzionale: la stragrande maggioranza dei preti, religiosi e i monaci hanno ormai studiato la teologia post-conciliare, eppure spesso sembra che, pur avendo superato gli esami brillantemente, questi studi non abbiano “formato” la loro “personalità credente e ministeriale”. Talora il percorso di studi teologi sembra vissuto come un pedaggio da pagare per avere poi via libera per seguire il proprio sentire o, per riprendere gli articoli di questi giorni, il proprio “gusto!
La questione liturgica è l’elemento rivelativo di una sensibilità e ora diventa doveroso smetterla di coccolare e di vezzeggiare i “tradizionalisti” di casa nostra per chiedere loro di dichiararsi e non di mimetizzarsi. Ciò va fatto con lo stesso rigore e impazienza con cui si arginano le posizioni ritenute “avanguardiste”. Come gli organi competenti frenano le corse in avanti, penso a tutte le questioni poste dalla Chiesa tedesca, è necessario che chiedano di accelerare il passo a chi rimane indietro indisturbato e quasi protetto da una sorta di immunità legata al rispetto della “loro” sensibilità spirituale e del loro particolare “gusto”. Se fosse così, allora bisognerebbe accondiscendere anche ad altri “gusti” anche se di segno radicalmente opposto.
Nella logica della comunione bisogna esigere non solo di frenare, ma anche di accelerare.
Da questo punto di vista tutto ciò che riguarda la teologia del sacramento dell’Ordine e della celebrazione dell’Eucaristia diventano cruciali nel discernimento ecclesiale. Invocare la pazienza e l’epichéia per sé manifestando chiaramente che, in caso ci si trovasse dall’altra parte e in posizione di forza, la si negherebbe a tutti gli altri, mi sembra disonesto.
L’unico rito comune e le sue forme
La tesi difesa in questo blog mi sembra fondamentale: l’unico Rito approvato come luogo di esperienza di comunione e di crescita nella comunione pur vissuto in modo selettivo-elettivo diventa un’esigenza ineludibile. Infatti, chi negasse di poter “pregare” così dovrebbe spiegare onestamente, prima di tutto a se stesso e poi agli altri, perché l’Ordo promulgato da Paolo VI pone problema nella vita spirituale. Ho l’impressione che le spiegazioni – qualora fossero onestamente esplicitate – si rivelerebbero non molto diverse, né sufficientemente distanti da quanto abbiamo finalmente potuto leggere ed ascoltare in questi ultimi giorni dai fratelli <fideisti>, come mi permetto di chiamarli.
Molti in queste ore parlano di un momento di dolore e di crisi per questa separazione conclamata. Ma, come già in passato, questa crisi potrebbe e forse dovrebbe essere un’occasione di discernimento se la si prende sul serio dal punto di vista teologico e non semplicemente emotivo. Ogni discernimento spirituale ha come condizione previa la disponibilità a perdere tutto per tutto ritrovare nella logica pasquale ed evangelica.
Se invece – e sarebbe da sperare – il malessere di quanti praticano il Vetus Ordo nella piena comunione cattolica non corrisponde a quello dei “fideisti”, allora penso che bisogna chiedere di adottare l’Ordo approvato in modo selettivo-elettivo come fanno tutti gli altri. Nel loro caso prediligendo le forme più prossime alla loro sensibilità come la lingua – il latino – e l’eucologia – il Canone Romano.
Una edizione “bilingue” del Messale Romano, con testo latino a fronte
Per aiutare ad evitare la confusione tra la lingua adottata nella celebrazione e la differenza dell’Ordo, si potrebbe ipotizzare la pubblicazione di una edizione bilingue del Messale Romano nelle varie traduzioni debitamente approvate con il testo latino a fronte: così a nessuno sfuggirà si tratta del medesimo e unico Ordo e non si barerà più sulla confusione tra celebrazione in latino e celebrazione in Vetus Ordo. In tal modo si farebbe tesoro della suggestione dell’abate di Solesmes, ma sub contrario evitando così di accostare i due Ordines in un medesimo libro di fatto equiparandoli, quando non sono equiparabili come ha chiarito papa Francesco con Traditionis Custodes.
È giunto il tempo delle domande giuste per arrivare con onestà a tentare delle risposte adeguate. Per fare questo non bisogna lasciarsi prendere dalla paura che qualcuno ancora se ne vada, ma darsi reciprocamente e onestamente i mezzi per qualificare la comunione fino a saper pagare il prezzo della comunione.
Datare accuratamente la liturgia “di sempre”
Sarebbe inoltre assai utile cominciare a datare quella che viene invocata come “tradizione ab immemorabili”. Com’è stato ricordato da Grillo, in realtà e nonostante tutto, la “liturgia di sempre” ha subito un cambiamento considerevole con il ripristino della Veglia Pasquale negli anni Cinquanta del secolo scorso per volere di Pio XII. Come mai questa innovazione osteggiata palesemente dal cardinal Siri è accolta e praticato e non tutto ciò che è avvenuto dopo sotto la spinta di un intero Concilio? Quando poi si parla della Liturgia <di sempre e da sempre>, a conti fatti, si tratta di un quarto dei due millenni di cristianesimo, una manciata di cinque secoli! Anche su questo punto ci si dovrebbe intendere. Quando sul sito di Solesmes si parla con ammirazione e nostalgia della bellezza del latino nella liturgia si dice che <Pour conserver et faire vivre ce trésor, il ne nous paraît pas excessif de passer quelques mois à apprendre le latin. Du reste, au bout de quelques années de pratique, les textes nous deviennent très familiers>. E perché non impiegare un anno per imparare il greco liturgico e due anni per imparare l’aramaico parlato da Gesù?
La riscrittura della tradizione
I fratelli di Solesmes giustamente ricordano quanto segue: <Une grande partie des textes de la liturgie latine sont très anciens. Certains ont plus de 1500 ans. Ce sont des véritables joyaux doctrinaux et littéraires, polis par des siècles d’usage ininterrompu. On peut en dire autant du chant grégorien : ces mélodies, souvent vieilles de plus de 1000 ans, ont été spécialement composées pour mettre en valeur des textes rédigés en latin, pour la plupart tirés de la Bible>. In questi ultimi sessant’anni in alcuni monasteri e sono solo – soprattutto francesi – il lavoro di ri-scrittura di testi e della loro ri-musicazione è stato poderoso e, laddove è stato fatto, marcatamente fedele al principio di lex orandi-lex credendi. Per quanto riguarda i testi si è superato l’impianto amartiocentrico dell’innografia latina per fare spazio a una centralità della grazia e della misericordia del Vangelo! Per quanto riguarda le musiche basti pensare ai canoni di Taizé che hanno fatto vibrare – seduti per terra a gambe incrociate – migliaia di giovani di tutto il mondo e il cui primo compositore – Jacques Berthier – ha collaborato assieme ad altri al rinnovamento del repertorio liturgico in lingua francese1 ripreso anche, talora, in italiano. Non si tratta di certo di imporre questo, ma è tempo di superare l’idea che ciò che è “datato” è automaticamente “più adatto”, talora può essere almeno equivalente per nutrire la vita spirituale dei credenti.
L’insistenza, talora ossessiva, sulle forme liturgiche e consuetudinarie recepite come Lex vitae che producono un giudizio negativo sul modo di vivere e di sperare della stragrande maggioranza dei nostri fratelli e sorelle in umanità fa sorgere qualche domanda circa la compatibilità evangelica di un simile modo di percepirsi all’interno e di percepire l’esterno. La Liturgia come luogo di apertura alla trascendenza, sempre eccedente su ogni sua formalizzazione dogmatico-rituale, ha prodotto in questi ultimi sessant’anni grandi esperienze di autentica spiritualità oltre ogni forma di ghettizzazione con il conseguente rischio di lasciarsi tentare dal senso di esclusività che, spesso, genera l’esclusione per coltivare l’esclusivismo.
Il prezzo da pagare per la conversione
Forse il vero malinteso circa la spinta verso una Chiesa evangelizzata prima che evangelizzatrice del Concilio Vaticano II è stato l’ingenua rimozione del prezzo da pagare che questo cammino di conversione avrebbe comportato e continua a richiedere per chi non se ne discosta. Rinunciare ad una postura sacrale prendendo le distanze da un supporto cultural-politico per sostenere la propria identità e missione, secondo lo stile costantiniano, non poteva non avere delle conseguenze in termini di minimalità numerica, di irrilevanza e di marginalità come ebbe a “profetare” il teologo Joseph Ratzinger a Concilio appena concluso e Post-Concilio appena cominciato. Riconoscere la bontà della sessualità e il diritto ad una felicità piena, non solo nell’aldilà ma anche in questa vita percepita come parte della vita eterna promessa e non come sofferta preparazione delle gioie future, non poteva che mettere in crisi un sistema il cui funzionamento e ricambio generazionale doveva molto a situazioni di povertà materiale in cerca di promozione sociale e ad una radicale colpevolizzazione delle coscienze per poterle controllare ed orientare.
Parlare con parresia
A sbagliarsi era stato chi aveva pensato che il Concilio avrebbe rafforzato l’immagine e il funzionamento della Chiesa rendendola più a portata di mano. La conversione evangelica ha creato margini di libertà come conseguenza del recupero di una pari dignità di tutti i battezzati e il riconoscimento della rispettabilità delle altre religioni e di diversi percorsi spirituali. Che i seminari e i conventi si svuotassero dei numeri abituali e desiderabili era una conseguenza naturale e, paradossalmente, provvidenziale. Detto ciò, non significa che si possa migliorare e crescere in questo processo di conversione e di rinnovamento, come pure integrare ciò che, forse troppo frettolosamente, è stato messo da parte. Nondimeno, è indesiderabile ricreare un mondo e un modo di stare al mondo che, nonostante la sua bellezza estetica ed etica, non onora la logica dell’incarnazione in virtù della quale la salvezza è incardinata nella storia in fieri per sua natura.
Forse è giunto il tempo di parlare con parresìa di tutto questo e non del <latino>!
Fratel MichaelDavide
Novalesa – 6 luglio 2026
1 Interessante è il repertorio di Inni della Liturgia delle Ore in francese: Prière du Temps Présent.































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