Dopo lo scisma: la tradizione viva/5. La liturgia è teologia e il vizio non è carisma: 10 proposizioni per uscire dal guado


Tra gli aspetti più singolari del dibattito che ha accompagnato lo scisma, prima e dopo il 1 luglio, c’è un aspetto che considero assolutamente decisivo e che viene ignorato da una buona parte dei commentatori. Per introdurlo vorrei citare ciò che ha detto, due giorni fa, uno dei massimi storici della chiesa, Alberto Melloni, quando ha osservato che il vizio che sta alla base di molti giudizi sulla liturgia deriva da un “errore di Ratzinger”, che avrebbe “teologizzato il rito tridentino”. Di fronte a questo errore, risalente agli anni 80, si dovrebbe “derubricare la messa in latino ad una questione di gusto”. Questo giudizio dimentica 1almeno 00 anni di storia e determina una serie di conseguenze piuttosto gravi, rispetto alle quali credo che sia necessario impostare le cose in modo totalmente diverso. Per capire bene come stanno le cose e per chiarirle a chi non è esperto ho pensato di organizzare logicamente una sequenza di proposizioni, che hanno un duplice obiettivo:

a) affermare la natura teologica della liturgia, contro la tradizione che ha considerato teologiche solo le proposizioni dogmatiche, riducendo la liturgia ad una mera “cornice cerimoniale”

b) superare la ambiguità ecclesiale che discende da questa prima affermazione, che può concepire un “parallelismo rituale”, tra forme tra loro contraddittorie, senza considerare questo un problema per la fede.

La ricaduta di queste proposizioni può permettere di uscire da quel “guado” nel quale siamo entrati con Summorum Pontificum e dal quale, nonostante Traditionis Custodes, non siamo ancora usciti. Ecco le 10 proposizioni

  1. La linea portante del Movimento Liturigico, la sua recezione da parte prima di Pio XII e poi del Concilio Vaticano II, fino alla Riforma liturgica ha scoperto la “natura teologica delle azioni rituali”. Se si nega questo, si fraintende la storia di un secolo di pensiero cattolico, che ha scoperto il “senso teologico della liturgia” (Vagaggini). Lo stesso Ratzinger ha riconosciuto tutto questo, dicendo che il merito maggiore del Movimento Liturgico è stato quello di introdurre nella Chiesa cattolica un nuovo significato di “forma”. Precisamente la “forma rituale” diventa il linguaggio elementare di tutta la Chiesa, cui tutti i battezzati debbono partecipare.
  2. La Riforma Liturgica, realizzata dopo il Vaticano II (ma iniziata già negli anni 50), ha iniziato a rendere possibile questa “teologia della liturgia”, rimuovendo gli ostacoli che gli ordines tridentini avevano introdotto da secoli nella esperienza ecclesiale. A questa riforma, già negli anni 50, hanno reagito coloro che volevano ostacolarla. Anzitutto Giuseppe Siri, cui spetta il merito di aver inventato l’argomento della “riforma opzionale”: di fronte alla riforma della Veglia Pasquale, ha usato per la prima volta l’argomento delle “forme parallele”. Poi, visto il potenziale scismatico dell’argomento, lo ha abbandonato. Ma lo stesso argomento è stato usato, 20 anni dopo, da Marcel Lefebvre, che non lo ha mai più abbandonato, fino allo scisma del 1988.
  3.  Questo argomento, analizzato nel suo nucleo centrale, non può pensare la liturgia come teologia. Può al massimo considerare la liturgia come cerimonia, essendo l’unica teologia quella custodita dalla tradizione dogmatica. La liturgia non ha alcun spessore teologico. Per questo si può concepire che esistano, contemporaneamente, diverse “leges orandi”, essendo solo la “lex credendi” a dare significato alla tradizione teologica.
  4.  La cosa interessante è che dopo lo scisma del 1988 questo argomento inizia a diventare il cavallo di battaglia della Commissione Ecclesia Dei. Si inizia, mediante l’indulto, a prevedere che ci siano fraternità o associazioni o comunità che usano il rito tridentino, senza perdere la comunione con la Chiesa cattolica. L’argomento scismatico di Siri e di Lefebvre inizia a circolare come argomento della stessa istituzione che si occupa del rapporto tra cattolici e lefebvriani.
  5. Dal 1988 al 2007 questa situazione vede il sorgere di diverse realtà, spesso favorite direttamente da Ecclesia Dei, che sviluppano non solo usi del VO, ma fratellanze, seminari, luoghi di formazione, profondamente ostili non solo alla Riforma liturgica, ma a tutto il Concilio Vaticano II.
  6. Nel 2007, con il MP Summorum Pontificum, lo stesso J. Ratzinger che nel 2001, proprio a Fontgombault, si rendeva conto del potenziale scismatico dell’argomento di Siri-Lefebvre, usa questo argomento per inventare un “parallelismo rituale”, tra due forme dello stesso rito romano (una ordinaria e una straordinaria). Questa invenzione canonica diventa un provvedimento generale, che colloca ogni prete e ogni comunità di fronte alla possibilità di usare una o l’altra forma, in parallelo. Questa svolta, che durerà fino al 2021, fa diventare l’argomento scismatico la norma comune della chiesa cattolica, privando la liturgia di spessore teologico.
  7. Un effetto di SP è stato che alcuni seminari, ad ed. il North American College di Roma, iniziano a proporre ai seminaristi, in parallelo, una formazione al NO e una formazione al VO. D’altra parte, grazie a SP, si inizia a considerare il VO non la resistenza alla riforma liturgica, ma una tradizione che merita di essere custodita e addirittura favorita.
  8. La esperienza ha mostrato che la lettura “pacificatrice” di questo parallelismo tra forme rituali era una lettura ideologica, che nascondeva sotto la forma straordinaria del rito romano una viscerale resistenza alla svolta conciliare del cattolicesimo, non solo sul piano liturgico.
  9. Di questo ha preso atto, dopo anni di pontificato, con prudenza, papa Francesco, con il MP Traditionis custodes (2021) che supera, definitivamente, almeno in astratto, l’argomento scismatico delle “forme parallele”. Affermare che c’è una sola lex orandi significa che la liturgia ha una dimensione teologica ed ecclesiologica costitutiva. La medesima chiesa non può usare, contemporaneamente, due forme rituali tra loro non coerenti. Qui è chiaro che TC ha ristabilito il valore teologico della liturgia, contro il tentativo di rendere di nuovo la liturgia una mera cornice cerimoniale, come era stata per secoli.
  10. Purtroppo il principio di TC si è accompagnato, contraddittoriamente, con la identificazione di un “carisma” in Istituti e Associazioni che fanno del VO , almeno in apparenza, la loro ragion d’essere. La “forma straordinaria”, di fatto abolita da TC, continua a rivivere in questa forma “spirituale”. Questa scelta, certo transitoria, con lo scisma del 1 luglio 2026 è diventata una palese contraddizione con la comunione ecclesiale. L’unica lex orandi, ossia il Novus Ordo (per la messa come per tutti i riti ecclesiali) è il testo comune a tutte le comunità cattolico-romane. Le diverse sensibilità, più classiche o più dinamiche, sono accomunate dal medesimo testo, che permette – e diremmo esige – di essere impiegato selettivamente ed elettivamente. L’attaccamento al rito tridentino non è più un carisma, ma un vizio. L’unica forma del rito romano è il NO, nella sua ricchezza e articolazione, che può anche essere celebrato in latino, con una scelta dei testi e dei gesti, ma con lezionario e calendario comune. Un vizio liturgico – ossia non accettare la riforma liturgica e vivere come non ci fosse mai stata – non può più essere confuso con una tradizione da custodire. La parola è sbagliata: si tratta di tradizionalismo, non di tradizione, di morte del cattolicesimo, non della sua resistenza. Il tradizionalismo possiamo lasciarlo ai lefebvriani. Ai cattolici sta a cuore la tradizione viva.
Share