Per non minimizzare sul Vetus Ordo: una lettera di Fratel MichaelDavide Semeraro, osb


Dopo la pubblicazione del dibattito con Enzo Bianchi, e già prima delle valutazioni di alcune autorità sulla liturgia del monachesimo in Europa e nel mondo, un utile approfondimento può venire da questa lettera, che ho ricevuto da Fratel Michael Davide di Novalesa. La relazione tra vita monastica e forma liturgica mi pare un piano di grande interesse, per valutare in che modo siamo eredi del Concilio Vaticano II e fino a che punti possiamo rischiare di minimizzare l’impatto di alcune scelte rituali e istituzionali. Mi sembra importante fare entrare questa lettera nell’ambito del giusto dibattito che si è aperto nella Chiesa cattolica con l’inizio del Pontificato di Leone XIV. Ringrazio di cuore Fratel MichaelDavide per aver accettato che questo suo testo potesse essere pubblicato. (ag) 

Novalesa, 31 Maggio 2026

Caro Andrea,

seguo abitualmente quanto scrivi e, in particolare, sto seguendo il tuo dialogo con Enzo Bianchi. Nell’ultima tua lettera lamenti una cerca assenza di partecipazione al dibattito e immagino che ti meravigli del silenzio dei monaci benedettini a riguardo.

In realtà, alcuni mesi fa, rieditando, dopo 10 anni, con la San Paolo il mio testo sulle sfide della vita consacrata – Non perfetti, ma felici – tra l’altro ho aggiunto un capitolo proprio sulla questione dei nostri fratelli Vetus Ordo (ti allego l’estratto).

Mi preme e mi piace dirti che concordo interamente con le tue analisi, valutazioni e conclusioni. Non sono invece d’accordo con la linea presa da Enzo Bianchi che mi sembra cadere nella trappola della minimizzazione – peraltro solo apparente – come quella dell’abate Pateau.

Nell’ultimo Congresso degli abati (2024), in realtà, la questione è stata affrontata nel momento in cui si è trattato di ammettere nell’Ordine il monastero de La Garde fondato dal Barroux. Nella discussione, più lunga del previsto, a un certo punto intervenne l’abate Luc de la Pierre-qui-Vire. Infatti, molti abati di altre Congregazioni non riuscivano a capire come mai i monaci “del Barroux” che si professano figli di p. Muard – fondatore de La Pierre-qui-Vire – e reclamano un’ascendenza con i nostri monasteri sublacensi di En Calcat e Tournay non potevano essere accolti o ri-accolti nella nostra Congregazione Sublacense-Cassinese. La risposta – breve e chiara – dell’abate Luc fu la seguente: <Il motivo per cui non ci sentiamo in sintonia con i fratelli “del Barroux” non è, prima di tutto, legata alle questioni liturgiche – peraltro importanti – ma a motivo di uno “sguardo completamente diverso sul mondo contemporaneo”.

In poche parole, il problema non è prima di tutto la Sacrosanctum Concilium o la Lumen Gentium, ma la Gaudium et Spes e Nostra Aetate!

Ed è su questo punto che dovremmo argomentare per discernere quali manovre siano possibili e quali invece assolutamente escluse.

Concordo pienamente con te circa la valutazione che dai su alcuni punti critici del modus cogitandi et operandi nei monasteri “tradizionalisti”. Mi meraviglia molto che Enzo Bianchi ne parli come di realtà monastiche “esemplari”. O meglio, non mi meraviglia più di tanto: non bisogna dimenticare che se non è difficile essere monaci esemplari, è assai più complesso diventare monaci cristiani e cattolici.

Troppo spesso si dimentica che il fenomeno monastico è l’espressione di una predisposizione antropologica a vivere “monasticamente” e non basicamente una forma di “sequela Christi”. Infatti, ci sono monaci in altre tradizioni religiose persino precedenti al monachesimo cristiano esploso nel IV secolo. Così pure ci sono persone che vivono secondo la forma monastica persino in modo filosofico o agnostico.

Identificare l’esemplarità a partire solo dalla “pratica/osservanza” può essere assai riduttivo. La vera sfida per noi monaci cristiani e cattolici è di meritare l’elogio di essere censiti come <veri monachi>, ma con tutta la sfida che la nostra vita monastica oltre che essere irreprensibile quanto alla griffe “monastic”, sia evangelicamente compatibile. La compatibilità evangelica come “imitatio Christi” non si discerne nei riti e nel culto, ma nella compassione e nell’empatia con i nostri fratelli e sorelle in umanità del mondo reale in cui viviamo, quel <mondo> per cui ol Padre ha dato il suo Figlio!

In ogni modo non mi è difficile intuire quanto il mondo monastico tradizionalista rappresenti una sfida spirituale di compatibilità evangelica. Come pure non mi sorprende l’atteggiamento di Enzo Bianchi. I nostri monasteri francesi sublacensi hanno anticipato e lavorato appassionatamente alla ricezione del Concilio Vaticano II non solo nella Liturgia, ma in tutti gli aspetti della vita monastica soprattutto a livello relazionale al pari di molti monasteri trappisti. Ad oggi se si mettono insieme tutti i monasteri Sublacensi di Francia il numero dei novizi è minimo o inesistente e la morte degli anziani conduce alla prospettiva della chiusura. Ad esempio, i Trappisti hanno lasciato Bellefontaine dove l’11 luglio prossimo i monaci del Barroux si insedieranno ufficialmente.

È chiaro che davanti al <successo>, in uomini e mezzi, dei monasteri tradizionalisti e all’impoverimento dei monasteri che hanno creduto nelle sfide del Concilio il rischio è di sentire il peso di un “fallimento”. E qui ancora ritorna la questione evangelica e la logica pasquale in senso non rituale, ma esistenziale: cerchiamo il successo monastico-religioso o la vita monastica <sotto la guida del Vangelo> per tornare alla Regola? Questa è, a mio parere, una domanda urgente, ma difficile da onorare tra noi monaci in questo momento in cui abbiamo paura di estinguerci col rischio di preferire snaturarci!

Non voglio tediarti oltre, ma la cosa che mi sembra più pericolosa e inquietante è la tecnica attualmente usata da nostri fratelli tradizionalisti: minimizzare! Di fatto si tende a dire che non è poi così importante come si celebri e che non vale la pena esagerare nel richiedere una conformazione piena al Concilio Vaticano II e al suo sviluppo in questi decenni. In questo modo di ragionare il ruolo della teologia, come luogo di incremento di intelligenza evangelica, diventa irrilevante per sbilanciare tutta l’attenzione sulla ripetizione che rischia di diventare una rievocazione storica per tenere al caldo e al sicuro il proprio modo di stare al mondo senza fare attenzione al mondo in cui viviamo.

Ti ringrazio per il tuo coraggio e la tua chiarezza

Fratel MichaelDavide, osb

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