
Caro Enzo,
la lettera che mi hai scritto (e che si può leggere qui) , dopo il nostro confronto pubblico (di cui si trovano qui e qui tutti i passaggi), credo che aiuti a comprendere su che cosa siamo d’accordo e direi in piena sintonia e dove, invece, ci troviamo in dissenso. Questo non deve turbare nessuno: nella Chiesa è giusto discutere su ciò su cui non si è d’accordo. Come mi hai scritto nel messaggio con cui hai accompagnato la lettera, è difficile capire perché ci ritroviamo a parlarne solo noi due, mentre gli altri stanno semplicemente a guardare oppure aspettano semplicemente ordini dall’alto. Con te auspico un dibattito ampio e articolato, di cui hanno bisogno tanto le coscienze personali quanto le decisioni pastorali
Al di là di questo, sono convinto, grazie al tuo secondo scritto, di aver capito meglio in quale misura io mi trovi d’accordo con te. Metto in primo piano questo consenso, che riguarda tre punti:
a) La contestazione aperta della soluzione “universalistica”. Come tu scrivi con chiarezza, la via proposta da Summorum Pontificum non poteva funzionare, per due motivi: perché creava un parallelismo generale tra due forme (ordinaria e straordinaria) del rito romano e perché sottraeva ai vescovi la autorità sulla liturgia nelle loro diocesi, affidandola invece ad un organismo centrale (Commissione Ecclesia Dei).
b) La convinzione che la liturgia della chiesa cattolica è quella riformata dal Concilio Vaticano II e dalla Riforma che esso ha determinato
c) Tu stesso hai lavorato, con meriti obiettivi per la Chiesa italiana, sul piano della attuazione della riforma, con una “inculturazione monastica” che da Bose ha lasciato il segno durevole su molti monaci, preti e laici, non solo in Italia.
Su questi tre punti siamo del tutto d’accordo.
Tu dici però di non capire perché io, pur condividendo con te questi tre punti, ritenga che l’uso del “vecchio rito” non possa essere riconosciuto a coloro che, come tu hai scritto nell’articolo per Vita Pastorale, si attengano a 4 condizioni:
1) Riconoscere la validità delle quattro Preghiere eucaristiche del Messale di Paolo VI e anche l’Ordo Missae che porta il suo nome.
2) Concelebrare alla messa crismale presieduta dal vescovo per testimoniare l’unità della
chiesa e del presbiterio attorno al vescovo.
4) Accettare del
Concilio Vaticano le costituzioni dogmatiche (Sacrosanctum concilium, Dei Verbum, De Ecclesia).
Proprio qui io vedo il problema, che ti ho già manifestato nei due testi che ho scritto. Questa è la occasione per dire con maggiore chiarezza in che modo, quello che tu suggerisci, diventerebbe secondo me un duplicato della soluzione illusoria proposta da Summorum Pontificum
1) Le preghiere eucaristiche non sono anzitutto “proposizioni dottrinali” cui dare l’assenso, ma forme della preghiera della Chiesa, forme con cui la Chiesa diventa se stessa. Sarebbe curiosa una situazione in cui una parte della Chiesa usa soltanto il canone romano, ma non usa mai le altre preghiere (che il rito del 1962 ovviamente non contiene) ma ne “riconosce la validità”. Che cosa significa? Un atto formale con cui io, che uso solo il canone romano, concedo ad altri di usare altre preghiere eucaristiche? In che cosa consisterebbe questo riconoscimento? In una dichiarazione “una tantum”, una specie di “giuramento”?
2) La messa crismale, come salvaguardia della “unità della Chiesa”, mi pare una forzatura. Potrebbe essere davvero in comunione con la Chiesa chi celebra la messa crismale col vescovo, ma che per tutti i giorni dopo, celebra il triduo pasquale senza comunione con il Vescovo? Cerco di capire che tu vorresti indicare un punto di “resistenza” del rito comune, ma una comunione fondata soltanto sulla condivisione di un rito sulla soglia del Triduo Pasquale mi pare che avrebbe una funzione solo formale, senza alcuna incidenza sulla identità dei soggetti in questione.
3) In che modo si può esprimere il “non disprezzo” verso la liturgia riformata, se si vive solo delle forme precedenti? Se tu mi prepari un buon pranzo, tutti i giorni, e io mi tengo lontano dalla tua cucina, e mi preparo sempre a parte un pranzo diverso, per quanto io possa rassicurarti, esprimo con il mio comportamento molto più del disprezzo. E non ci sono “prescrizioni” (sanitarie o formali) che impongano questa “astinenza” dalla nuova liturgia. Se non a chi vuole contestare il Vaticano II.
4) L’ultimo punto che tu citi mi pare, tra tutti, il più paradossale. Coloro che vivono la loro liturgia secondo il rito “preconciliare” dovrebbero accettare le costituzioni dogmatiche del Concilio Vaticano II. Ma come possono farlo? Se io determino la mia vita indipendentemente dalla nuova comprensione della rivelazione, della chiesa e della liturgia, come posso “accettare” ciò che dovrebbe cambiare la mia vita? Se la Costituzione Liturgica mi chiede, esplicitamente, di cambiare quei riti a cui mi sono legato per identità, come posso dire di accettarla a parole, se non la accetto con la vita? Io capisco bene la tua intenzione, ma alla intenzione buona non corrisponde un metodo convincente: tra intenzione e soluzione trovo una contraddizione.
Vorrei concludere con una considerazione più generale, nella quale entro nel mondo che non è mio, ma tuo: il mondo monastico. Tu scrivi, a un certo punto, riferendoti ad alcuni monasteri:
pregano e celebrano con l’antico rituale, cantano in gregoriano e lavorano seriamente, non sono custodi di santuari o guide turistiche, né svolgono funzioni pastorali: Tunc vere monachi sunt (RB 48,8).
Qui io osservo come, nella tua lettura, per essere “veri monaci”, quale liturgia si celebri non ha alcun rilievo. O la nuova o la vecchia, pari son. Qui io ti chiedo: se dal lato monastico non c’è ragione di dubitare della natura “monastica” di questi monaci, si può essere certi della natura “cattolico-romana” di questo monachesimo? Non sarà forse che, nel rapporto di vicinanza con questi monaci, che tu vivi con un comprensibile interesse monastico, venga meno la chiarezza del fatto che, se un monaco celebra continuamente solo con il rito vecchio, esce senza accorgersene dalla comunione cattolico romana?
La pluralità di riti, che tu ricordi ad un certo punto della tua lettera, non riguarda la tradizione cattolico-romana, ma la tradizione cattolica, che ha al suo interno diverse tradizioni rituali. Il punto delicato sta proprio qui: chi non usa altro che il rito romano del 1962 (che ha il solo canone romano e che parla solo latino) non rispetta la Chiesa che si è data un nuovo Ordo che continua a contenere sia il Canone Romano, sia la lingua latina, insieme a tante altre preghiere eucaristiche e a tante altre lingue, culture, sensibilità.
Tu sai bene che i “veri monaci” di quei monasteri hanno grossi problemi nell’accettare la libertà di coscienza e preferiscono usare la “regola” più come un “regime antimoderno per difendere Cristo re” che come una “trasgressiva esperienza di humilitas in Cristo”. Qui il monachesimo, se non vuole vivere in una turris eburnea, non deve trascurare le questioni teologiche, ecclesiologiche, antropologiche e politiche che derivano da queste scelte “monastiche”.
Questo dissenso, che ho cercato di argomentare, mi fa dire che le tue intenzioni, con cui concordo, non trovano la via adeguata per realizzarsi. Il motivo è che la liturgia non è un accessorio della fede, ma il suo linguaggio più elementare. Se vivi una liturgia che la Chiesa ha voluto esplicitamente superare, ti metti fuori delle comunione cattolica. I criteri con cui i vescovi possono concedere una tale possibilità, nel tempo, diventano sempre più stretti. Questo è inevitabile e non deve far soffrire. Io soffro di più per la illusione in cui si fanno cadere giovani monaci e giovani preti, (o giovani laici) permettendo che siano educati a trovare il punto più alto della loro giornata in una celebrazione solitaria e clericale del sacrificio eucaristico alle 4 del mattino. Mi preoccupa di più la possibilità offerta di questa distorsione che non la educazione paziente, ma esigente, alla messa comunitaria. Ma forse, nel dire questo, non mi pare di trovarmi così lontano da quello che pensi anche tu. E con questa sensazione positiva e promettente voglio anche chiudere questo testo, confermando anche a te la importanza di un confronto limpido e ricco, come quello che tu hai generosamente promosso e richiesto.