Una lettera sul rito romano (di Enzo Bianchi)


La discussione sul rito romano, che si è accesa dal 2007 a causa del MP Summorum Pontificum, e che ha trovato una soluzione istituzionale con il MP Traditionis custodes,  ha visto intervenire di recente Enzo Bianchi, con un testo pubblicato sul Vita Pastorale, al quale ho risposto con un mio post (entrambi i testi si possono leggere qui). Ci sono stati poi anche i brevi interventi di Alberto Melloni, con cui ho dialogato in un secondo e terzo post (che si possono leggere qui e qui).  L’altro ieri ho ricevuto da Enzo Bianchi questa lettera, nella quale mi pare che precisi ulteriormente il suo punto di vista. A questo testo rispondo in un altro post (che il lettore interessato potrà leggere qui).

Mi sembra che il dialogo permetta di riconoscere ora più chiaramente i punti di intesa e quelli su cui la discussione resta aperta. In gioco vi è come interpretare la continuità della tradizione. Lo scambio nella parresia con Enzo può aiutare a uscire dalle contrapposizioni frontali, che spesso caratterizzano il dibattito sul tema del “vetus Ordo”. Oggettiviamo bene il dissenso e così saremo tutti più lucidi.

Ecco la lettera di Enzo Bianchi, che ringrazio (ag)

Vigilia di Pentecoste, 23 maggio 2026

Caro Andrea,

grazie della lettera aperta con cui hai iniziato una discussione su quanto avevo scritto in un articolo su Vita pastorale (maggio 2026) e grazie di essere tornato con un approfondimento pubblicato sul tuo blog Come se non e non su una rivista online il cui direttore nutre nei miei confronti un’inspiegabile inimicizia (dopo vent’anni di collaborazione gratuita con le sue edizioni!) definendomi un “apologeta del vecchio rito”.

Nel 2007, dopo la pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum, ho scritto su Repubblica un articolo molto critico sulla decisione di Benedetto XVI e, nutrendo da anni un’amicizia con lui, gli ho anche manifestato direttamente la mia contrarietà dicendo: “Ubbidiamo, pur dissentendo lealmente e con pieno rispetto”. Significativamente Andrea Tornielli mi attaccò ferocemente per la mia posizione critica nei confronti del motu proprio e per aver messo in luce i pericoli dell’anarchia liturgica o di una maggior divisione.

Sono maturato con il Vaticano II e ho cercato di realizzare la riforma liturgica a Bose, in parte anche in modo molto diverso dalla celebrazione che avviene in molte chiese d’Italia. Noti liturgisti che frequentavano Bose, come Albert Gerhards e Paul De Clerk, dichiaravano che quella celebrata a Bose era una liturgia creativa e veramente fedele alla riforma post-conciliare. E io, io solo sono stato il primo responsabile della celebrazione della liturgia delle ore e di quella eucaristica a Bose, così come ora avviene alla Madia e a Cellole.

Non sono un apologeta del Vetus Ordo, ma cerco di capire questi fratelli e queste sorelle che sono cattolici, appartengono alla nostra stessa chiesa, allo stesso Corpo di Cristo. Posso assicurare che i monasteri di Barroux, Fontgombault e Triors vivono una radicalità esemplare che non è facile trovare in altri monasteri: pregano e celebrano con l’antico rituale, cantano in gregoriano e lavorano seriamente, non sono custodi di santuari o guide turistiche, né svolgono funzioni pastorali: Tunc vere monachi sunt (RB 48,8).

Di quanto scrivi, caro Andrea, fatico a comprendere questa tua posizione, che personalmente ritengo eccessivamente rigida, secondo la quale nella chiesa cattolica di rito romano solo la liturgia di Paolo VI esprimerebbe la lex credendi della chiesa cattolica. Tra i riti latini non romani c’è il rito Ambrosiano, il rito Mozarabico, il rito di Braga. Certo, sono locali (Milano, Toledo), ma esprimono la lex credendi della chiesa cattolica. A questi vanno aggiunti i riti propri tradizionali di alcuni ordini religiosi: il rito certosino, domenicano, carmelitano, premostratense. Non va dimenticato il Messale romano per le diocesi dello Zaire, che è l’unico rito liturgico pienamente inculturato all’interno della chiesa cattolica latina approvato dopo il Vaticano II.

Come scrivevo nella prefazione alla Liturgia di Bose, nel 1973 osavo pubblicare quella “nostra liturgia” nella consapevolezza della ricchezza costituita da vari riti liturgici che il concilio Tridentino riduceva in un solo messale mettendo ordine sì, ma anche ponendo fine a una pluralità ricca e feconda.

Sono assolutamente convinto che il rito oggi praticato dalla chiesa cattolica sia e debba essere quello scaturito dalla riforma liturgica del post-concilio, che solo quello è il rito ordinario e che solo quello riflette la fede scaturita dal Vaticano II. Ma seppure in una crescita, in uno sviluppo, è sempre la stessa fede di prima del concilio che istituiva la lex credendi. Non vi è rottura ma continuità, pur nello sviluppo organico.

Caro Andrea, sogno una chiesa cattolica che permetta diverse ritualità e mi dispiace che non sia ancora portato a completezza il rito Amazzonico, nonostante i voti di un sinodo del 2019. Non è ancora un rito definitivo e strutturato, ma un cammino liturgico e teologico concreto approvato dal Vaticano. Anche questo rito conterrà la lex orandi della chiesa cattolica.

La comunione è plurale e noi dobbiamo includere, non escludere. Papa Francesco, con cui ho parlato di questo tema più volte, era convinto di questa pluralità che non temeva, che amava e che arrivava a chiamare, citando san Basilio, “armonia delle differenze”.

Il mio più vivo desiderio è che finiscano le contestazioni e la diffidenza di molti tra i tradizionalisti verso la riforma liturgica, ma vorrei anche che la celebrazione eucaristica dovuta alla riforma fosse una celebrazione degna di essere assemblea davanti al suo Signore, il Signore che viene, e che si riprendesse la liturgia delle ore. Di molte celebrazioni possiamo solo vergognarci e chiedere perdono al Signore perché non solo sono sciatte, ma sovente sono celebrate senza fede, creazioni bizzarre e mondane.

Evitiamo di incasellarci: tu teologo, Melloni storico e il sottoscritto monaco, perché anche tu attingi doverosamente dalla storia, Melloni fa anche teologia, e di qualità, e il monaco non sta solo in contemplazione tra le mura della sua cella ma vive nella chiesa e nella compagnia degli uomini.

La liturgia eucaristica ordinaria è certo quella della riforma (anche se va interpretata con fedeltà ed è tempo che si abbia il coraggio di continuare la riforma necessaria!), ma si possono accogliere come fratelli e sorelle, come figli della chiesa non bastardi, anche quelli legati alla tradizione che celebrano con il Vetus Ordo. Papa Francesco, come ricordi tu, con il motu proprio Traditionis custodes ha indicato bene il cammino che può aiutare la chiesa a ritornare in comunione e riportare l’ordine ecclesiale, ma significativamente agli abati di monasteri tradizionalisti francesi che lo hanno interrogato ha detto di continuare l’osservanza del Vetus Ordo. Carità, misericordia sempre regnino nella chiesa!

Dunque nessun uso universale e libero del vecchio rito, come già dicevo a Benedetto XVI nel 2007, nessuna negazione del concilio ma anzi la chiara accettazione delle tre costituzioni dogmatiche e sempre il riconoscimento dell’autorità del vescovo della chiesa locale con il quale si deve manifestare la comunione almeno nella messa crismale concelebrando la stessa eucaristia.

Caro Andrea, in questi anni ho sempre mantenuto aperto il dialogo e vissuto una vicinanza con i tradizionalisti. Potevo forse praticare dialogo e carità con chi non ha più comunione con la chiesa cattolica (come orientali, ortodossi, riformati e anglicani) e non viverla con i cattolici come me? E come posso non soffrire per lo scisma che il prossimo mese si consumerà quando con l’ordinazione di nuovi vescovi la fraternità San Pio X sarà colpita da scomunica?

Spero tu mi capisca e comunque grazie del confronto perché non trovo in te ipocrisia ma parresia e questo è raro nella chiesa.

fr. Enzo Bianchi

fondatore di Bose

monaco alla Madia

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