Giovanni XXIII e Paolo VI concordano con Francesco: “il nuovo ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico”
In una bella intervista pubblicata ieri , Giuseppe Costa, dottore in teologia con specilizzazione liturgica presso l’ ILP di Padova e attivo nella diocesi di Palermo, mette l’accento sulla questione centrale: una pace liturgica deriva soltanto dalla comunione ecclesiale con la lettera e con lo spirito del Concilio Vaticano II. Egli afferma, giustamente: “La liturgia non è uno strumento per ottenere risultati”. E’ piuttosto il linguaggio primario della chiesa e della relazione comunitaria con il Dio di Gesù Cristo. Qui non si tratta di “convivenza pacifica”, ma di “unità di azione”, al cui interno si possono vivere le legittime diversità. Come si è già ripetuto più volte, la questione non è la “pace liturgica”, ma la capacità della liturgia di “inquietare” le vite, di orientare le volontà”, di convertire le menti, di dar forma ai corpi.
Può essere utile collocare le parole di Costa, che suonano forse in modo nuovo rispetto al canone acquisito negli ultimi 20 anni, nell’orizzonte delle parole dei “papi del Concilio”. Sia Giovanni XXIII, sia Paolo VI parlano la lingua di Giuseppe Costa, che papa Francesco ha faticosamente ricollocato al centro delle attenzioni ecclesiali. Può essere utile riascoltare ciò che Giovanni XXIII e Paolo VI hanno affermato sul tema, “ante factum” e “post factum”. Mentre un giovane dottore dell’ILP di Padova parla in una intervista, allo stesso tempo un ex Preside del medesimo Istituto, Mons. Alceste Catella, ormai vescovo emerito, lo stesso giorno, per telefono, suggerisce di rileggere un testo di Paolo VI del 1976. Una “alleanza tra 3 generazioni” può consentire di ricostruire una storia, che siamo stati abituati (purtroppo anche dall’alto) a leggere in modo ideologico e distorto. Ecco la ricostruzione sintetica di una evidenza rimossa.
a) Ante factum 1960: la previsione del Concilio
Tutto comincia con un “passaggio di pontificato”: Giovanni XXIII si trova in imbarazzo, perché ha ricevuto dal suo predecessore il progetto di riforma del Messale Romano, ma nel frattempo ha già convocato il Concilio Vaticano II. Che cosa deve fare? Risponde con il MP Rubricarum Instructum nel quale formula questo programma: farà una riforma “provvisoria” del Messale, in attesa che il Concilio (di cui non si conoscono ancora né le forme né i tempi) stabilisca di “altiora principia” su cui fare una Riforma completa della liturgia. Il Messale del 1962 nasce perciò provvisorio. La volontà di renderlo “definitivo” è solo un atto di oblio e di negazione della storia. Giovanni XXIII lo sapeva già prima. Ecco le sue parole del 1960:
“Dopo aver deciso di convocare, per ispirazione di Dio, un Concilio Ecumenico, non poche volte abbiamo riflettuto su che cosa si dovesse fare del progetto del nostro Predecessore. Dopo aver esaminato a lungo la questione, siamo giunti alla risoluzione di proporre ai padri nel prossimo Concilio gli “altiora principia”, riguardanti una generale riforma liturgica, senza rimandare ulteriormente la correzione delle rubriche del Breviario e del Messale”.
Solo un grave errore di prospettiva e di interpretazione ha permesso, a qualche cardinale, negli anni successivi al 2007, di chiamare questa piccola rettifica con in titolo di “grande riforma di Giovanni XXIII”. Si tratta soltanto di un aggiustamento provvisorio, di una “correzione delle rubriche”, in attesa del Concilio, di cui nel 1960 non si potevano immaginare ancora né i tempi né i modi.
b) Post factum 1976: la recezione del Concilio
Una volta realizzata la Riforma del Messale (1969) ci furono subito le resistenze dei tradizionalisti, anzitutto di Marcel Lefebvre. Alcuni anni dopo papa Paolo VI, nel Concistoro del 1976, fissò, in modo chiaro, come doveva essere compresa la situazione e come doveva essere assicurata la “pace liturgica”. Lamentando le divisioni causate da chi si opponeva al Concilio, affermava:
“E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio là dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo «Ordo Missae» non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino.”
La cosa più rilevante è duplice:
– da un lato è evidente che si dice, apertamente e ragionevolmente, che “il nuovo ordo sostituisce l’antico”;
– dall’altro che le eccezioni sono subordinate a tre condizioni: autorizzazione dell’ordinario, infermità o anzianità del ministro, assenza del popolo.
In altri termini, il Vescovo controlla la liturgia diocesana, i soggetti abilitati a chiedere la eccezione sono limitati e la condizione è la assenza del popolo.
c) Post 2007: la rimozione della memoria del Concilio
Il MP Summorum Pontificum, infrange la norma di sempre, introduce una discontinuità molto audace e crea, per la prima volta nella storia, un “parallelismo rituale”, affiancando una “forma straordinaria” alla “forma ordinaria” del rito romano. Di particolare gravità appare il dispositivo del n. 2 del documento, dove si afferma:
“Art. 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro. Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.”
a cui si deve aggiungere, però, il dettato insidioso dell’art. 4
Art. 4. Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all’art. 2, possono essere ammessi – osservate le norme del diritto – anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.
Se si legge questo combinato disposto alla luce delle parole del 1976, si comprende la volontà di capovolgere la situazione: nessun potere resta al Vescovo, nessuna condizione soggettiva è richiesta al prete, nessun vincolo del “senza popolo”, facilmente aggirato.
Queste disposizioni, come è evidente, contraddicono la logica della riforma liturgica, rendendola di fatto superflua: equiparando la “forma straordinaria” alla “forma ordinaria”, rendendola indipendente da ogni autorizzazione e da ogni condizione personale, facendola dipendere soltanto dall’arbitrio personale del ministro, crea quella condizione che Gianfranco Zizola chiamò, già dal 2007, “anarchia dall’alto”. La pace è alterata radicalmente da questo arbitrio soggettivo. Se la liturgia dipende da un “attaccamento personale”, perde la sua qualità principale: non è più linguaggio comune, ma opzione personale. Il “parallelismo rituale” diventa “parallelismo ecclesiale”, “parallelismo teologico”, “parallelismo spirituale”. Così non si fa la pace, ma si fomenta la guerra.
d) Post 2021: la ripresa delle evidenze del Concilio
L’affermazione che sta al centro del MP Traditionis custodes (2021) non è affatto uno “strappo”, una esagerazione, una rottura, una forzatura. Nulla di tutto questo. Papa Francesco ha solo ripristinato la “sana tradizione”, stabilita autorevolmente da Giovanni XXIII e Paolo VI, dicendo, come loro: c’è un’unica lex orandi La pace liturgica si può costruire solo fuori da ogni anarchia, fuori da ogni parallelismo conflittuale. Lavorando con libertà e creatività nel comune rito riformato, che ogni comunità (monastica o diocesana) può adattare alle proprie sensibilità, avendo in comune il medesimo testo, che ha al suo interno una plurlaità di possibilità. La domanda (o la pretesa) di usare stabilmente un rituale “non vigente” è un fatto ecclesiologicamente e teologicamente lacerante. La ostinata perseveranza nel pensare “riti paralleli” si scontra contro la evidenza elementare, così ben formulata da Paolo VI:
“Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico”.
Lavorare per la pace può accadere solo nel rispetto di questo principio elementare, che non è neppure di livello teologico, ma è anzitutto istituzionale e giuridico. Ciò che difetta, nel dibattito attuale, è anzitutto un minimo di buon senso. Stupisce che sia così raro nelle parole dei liturgisti, che spesso preferiscono tacere.































Area personale











Egregio prof. Grillo,
leggo regolarmente, da molti anni, il Suo blog ricavandone sovente un interesse marcato per le tematiche che ne vengono affrontate.
Preciso, con intento di realizzare una rispettosa trasparenza, che ciò non coincide con una sintonia di vedute: viceversa, salvo alcune rare circostanze, mi è accaduto che il confronto del mio pensiero con le posizioni da Lei formulate abbia determinato un irrobustimento delle mie convinzioni intellettuali e della bontà delle argomentazioni da Lei contestate.
Il proposito perseguito da questo mio intervento è essenzialmente un apprezzamento formale di questo Suo articolo: esso sintetizza in maniera a mio avviso riuscita la prospettiva di coloro che ravvisano in _Traditionis Custodes_, come con coerenza Lei afferma da anni, il ripristino di una “sana tradizione”.
Ciò non significa appunto una condivisione da parte mia di tale conclusione – al contrario, con sincerità vi rilevo una lacunosa incomprensione della visione profonda e spirituale che ha animato il testo e le disposizioni di _Summorum Pontificum_ (visione talmente profonda che non emerge in tutta la sua ampiezza neppure nelle recenti valutazioni pur chiaramente autorevoli di Dom Jeremias Schröder) – e tuttavia ritengo che proprio la chiarezza espositiva delle Sue tesi favorisca l’individuazione di un problema con il quale in questa stagione sia necessario misurarsi a livello ecclesiale: una dimensione liturgica che non sia primariamente crescita graduale della Chiesa nella comprensione di se stessa (esposta al rischio, se mal interpretata, di scivolare in una sterile autocelebrazione), bensì maturazione della capacità della Chiesa di affinare il riconoscimento dell’azione santificatrice di Dio nella storia e così traduzione vitale anche nelle forme rituali di tale grata e commossa consapevolezza (questo il valore fecondo del benedettiano sacro che “anche per noi resta sacro e grande”).
È dunque la mia esperienza di fede – di persona nata nel 1980, nel nord Italia, cresciuta in contesti ecclesiali non certo tradizionalisti e simultaneamente in grado di offrire un valido nutrimento con percorsi spirituali radicati e seri – a farmi avvertire non evidente che _Summorum Pontificum_ contraddica il senso ultimo della Riforma Liturgica, il quale esprime invece un respiro tristemente non colto da _Traditionis Custodes_.
Non ho titoli accademici da vantare per accreditare le mie posizioni; al massimo il tempo cospicuo dedicato allo studio ed all’approfondimento di queste materie, a partire da come esse si sono sviluppate nei secoli nella fede della Chiesa.
Ringrazio per lo spazio concessomi e confido che, anche tenendo conto dei toni aspri che frequentemente qualificano i Suoi articoli, la mia schiettezza non sia risultata poco educata