Un Abate immune dal Vaticano II. Sulla intervista a Dom Pateau (Fontgombault)
Una buona intervista non può scaturire solo da buone risposte: chiede anche domande all’altezza del tema, non atti di compiacimento o di indottrinamento verso il lettore e verso l’interlocutore.
Dom Pateau non è la prima volta che esprime le sue idee estremistiche sul tema della liturgia, pretendendo di farsi coprire dalla tradizione monastica, che legge in modo ideologico e rigido. Non posso dimenticare di avere intrecciato con lui, a distanza, un carteggio piuttosto articolato, subito dopo la pubblicazione del MP Traditionis Custodes (si può leggere la ricostruzione dello scambio di testi qui). Già allora restai molto sorpreso dalla ostinazione con cui l’abate di Fontgombault resisteva all’unica possibilità di comunione con Roma, ossia far entrare in uso, anche presso il loro monastero, il medesimo rito di tutti i battezzati cattolici. In questi giorni abbiamo letto della proposta, piuttosto sorprendente, dell’abate della Abbazia di Solesmes (dalla cui Congregazione benedettina dipende anche la Abbazia di Fontgombault) che, imbarazzato dalla divisione interna alla sua stessa congregazione, ha avanzato la strana soluzione di compilare un solo messale che ne contenga due: quello nuovo insieme a quello vecchio. Per il lettore è utile spiegare che Solesmes, che non è certo una barricata progressista nella Chiesa di Francia, da subito, dopo il Concilio, ha adottato il nuovo rito romano, frutto della Riforma Liturgica. Lo celebra in latino, con il canto gregoriano, come è suo diritto fare. Ma sta nella comunione ecclesiale. Fontgombault, invece, non accetta il nuovo rito e usa ordinariamente il vecchio, creando, nella stessa congregazione, un attrito imbarazzante.
Per questo sentir parlare di “pace liturgica, senza rigidità né ideologia” da parte di Pateau è quanto meno curioso: a che titolo chi non accetta la tradizione vivente può dare lezione di tradizione a qualcuno? Come possiamo considerare autorevole la parola marginale di un isolato nella sua stessa Congregazione benedettina?
Ma esaminiamo meglio alcune risposte di Pateau in questa recente e lunga intervista , leggendo le quali si torna, 5 anni dopo, agli stessi toni intransigenti di 5 anni fa, accompagnati dalla retorica di domande compiacenti e talora imbarazzanti per lo stesso intervistato.
Le messe celebrate “a capriccio”
Molto curiosa appare la risposta alla domanda se a Fontgombault si celebri con il Messale di Paolo VI. Di fatto la risposta dice: solo eccezionalmente, mentre la messa conventuale ha una forma che sta tra il 1965 e il 1962. Una strana risposta. Tradotta in parole semplici vuol dire che a Fontgombault ci si prende la libertà di celebrare non secondo il rito comune: la messa conventuale non viene celebrata nel medesimo rito di Roma. Questo sarebbe l’esempio da ammirare? Pateau, tuttavia, quando risponde alla domanda sulle parole di papa Leone XIV e del Card. Parolin, a proposito della soluzione necessaria alle tensioni sulla liturgia che riguardano anzitutto la Francia, ha l’onestà di ricordare che in quel testo del Segretario di stato si invocano
“soluzioni concrete che permettano di includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo, nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia liturgica”.
Il rispetto degli orientamenti voluti da Concilio Vaticano II, purtroppo per Pateau, sono contenuti letteralmente in Sacrosanctum Concilium e chiedono una revisione del rito romano che è avvenuta tra il 1963 e il 1969. Chi pretende di celebrare con riti precedenti si mette obiettivamente contro il Concilio. E’ a questo proposito che Dom Pateau, tuttavia, si lancia in una analisi teologicamente disarmante. Parla di un “lezionario” alternativo a quello del 1962, che in un eventuale Messale “doppio” (come proposto da P. Kemlin, abate di Solesmes) permetterebbe a suo avviso quell’”arricchimento reciproco” che a suo avviso, sarebbe il vero obiettivo. E aggiunge:
“In ogni caso, la scelta di affrontare la questione dell’arricchimento dei messali in modo pragmatico, quale che sia la soluzione proposta, mi sembra molto positiva e l’unica via feconda nel lungo periodo. Essa consente di evitare due scogli: la rigidità e l’ideologia. Del resto, la liturgia è anzitutto una pratica.”
Questa conclusione sulla “pratica liturgica”, con cui Pateau vorrebbe raddrizzare una cosa storta, è veramente un capolavoro. La incompatibilità ecclesiale, giuridica e teologica tra due riti, di cui uno è la esplicita e dovuta correzione dell’altro, diventa una sorta di “bricolage” in cui ognuno si fa il suo lezionario “senza rigidità e senza ideologia”. Come fa, Dom Pateau, a non vedere, che proprio questa è la ideologia peggiore: negare che vi sia un “cammino comune”, un uso comune del medesimo rito romano, sia pure in una versione (la nuova) che è elastica, rispetto a quella precedente, che era rigida. Lui parla “senza rigidità” volendo solo il rito rigido e superato, mentre l’autorità ecclesiale, che vuole il rito riformato e elastico, sarebbe rigida? Siamo forse dispensati dal principio di non contraddizione quando a parlare è un Abate? Come fa a non vedere che la scelta del lezionario dipende dalla struttura dell’anno liturgico, che è diversa nei due Ordines? E come fa a non notare che diversa è anche la interpretazione giuridica, secondo codici diversi, di cui uno è vigente e l’altro non più vigente? Come fa a pensare che gli scogli vengano dal nuovo ordinamento, e non dalla confusione tra vecchio e nuovo che lui propone come soluzione? La sua soluzione è il vero problema.
La questione della unità ecclesiale
Un secondo punto su cui occorre soffermarsi è la descrizione settaria che della liturgia a Fontgombault propone Pateau, aiutato dalle domande nostalgiche del giornalista. L’Abate cerca di avvalorare la coesistenza, nella medesima comunità, di una cosa e del suo contrario: della messa letta solitaria e della concelebrazione. Qui però Pateau commette un grave errore. Fa una citazione che gli si rivolge contro, come un boomerang, senza che l’intervistatore se ne renda conto. Egli dice infatti:
“Va però ricordato che alcuni giovani scelgono di entrare nella nostra comunità proprio a motivo di questa celebrazione materialmente solitaria, ma nella quale è presente tutta la Chiesa. Il cardinale Ratzinger, durante la sua visita a Fontgombault nel 2001, ne rimase molto colpito e concluse: «Questa è la Chiesa cattolica!» “
Far benedire da J. Ratzinger l’arbitrio di determinare la coesistenza tra rito vecchio e rito nuovo è un falso storico. Purtroppo per Pateau, quella visita a Fontgombault del Prefetto Ratzinger, accompagnato da Roberto de Mattei, ha prodotto un volumetto, (La questione liturgica. Atti delle Giornate Liturgiche di Fontgombault (22-24 luglio 2001) – Roma, 2010) in cui è stata pubblicata la relazione del cardinale. In quella conversazione, nel dibattito, si può leggere una affermazione allora decisiva: la richiesta di una “liberalizzazione generale” del Vecchio Rito, che già allora circolava come proposta, doveva essere respinta, perché avrebbe causato una rottura irrimediabile sul piano ecclesiale. Nel 2001, a Fontgombault, Ratzinger era ancora limpido su questo tema. Qualche anno dopo avrebbe ceduto alle pressioni esterne ed interne, inaugurando quella fase di confusione che va dal 2007 al 2021 e che oggi stiamo faticosamente superando. E’ sorprendente notare con quanta nonchalance Dom Pateau ricostruisca in modo rigido e ideologico la storia del suo stesso monastero, con poca memoria storica e senza alcun spessore teologico.
La Commissione Ecclesia Dei
Forse il punto più sorprendente è la domanda in cui l’intervistatore fa una sorta di panegirico della Commissione Ecclesia Dei, e trova però una risposta da parte di Pateau che suona molto più prudente e cauta della domanda. Per costruire la “pace liturgica” la via chiusa è il parallelismo dei riti. Su questo i due interlocutori non hanno le idee chiare. Ma Pateau almeno ha capito che una gestione centralizzata da parte di una Commissione Pontificia non sarebbe affatto una soluzione da riproporre. Di per sé la Commissione Ecclesia Dei è stata una delle pagine più tristi con cui, negli ultimi 40 anni, si è cercato di affrontare la questione della resistenza alla riforma liturgica. La storia della Commissione ha dimostrato che era logico sopprimerla, come ha fatto Papa Francesco. Essa lavorava non per la pace, ma per la guerra: questo lo sa bene Mons. Pozzo e può darne anche oggi testimonianza autorevole. La goccia che fece traboccare il vaso avvenne nel 2020, durante la pandemia, quando la Sessione della Congregazione per la Dottrina della fede, a cui era stata ridotta la Commissione, lavorava alla “riforma del rito del 1962”, mentre concedeva alle domande soprattutto dagli USA di celebrare il Triduo Pasquale con i riti precedenti il 1956… Sarebbe questo disastro ecclesiale e liturgico l’oggetto della nostra nostalgia? questa sarebbe la pace a cui tendere? Persino Pateau non se la sente di approvarlo.
Il dibattito falsato sulla liturgia
Siamo di fronte a tentativi maldestri di capovolgere le cose. Si cerca di accreditare come “senza rigidità e senza ideologia” la resistenza di soggetti in una condizione di “tradizione malata”. Questi monaci rigidi e ideologizzati fanno della “messa letta” in solitario da ciascun monaco l’ideale di San Benedetto. Povero Benedetto! Il cammino ecclesiale, che si libera delle forme non sane della tradizione, esige pazienza, senza dubbio. Ma non può esitare sui principi. La grande tradizione del rito romano conosce un solo rito vigente, non due riti paralleli e contraddittori, tra cui poter fare bricolage spirituale. Il tentativo di salvaguardare la ostinazione di chi non vuole entrare nella tradizione viva e preferisce il museo al giardino deve essere chiamato con il suo nome: è un vulnus alla unità e alla comunione. Così lo giudicava Ratzinger nel 2001, proprio a Fontgombault; così lo ha giudicato Bergoglio nel 2021. Traditionis custodes è un atto di pace, contro il tentativo bellicoso di portare la confusione nella Chiesa, anche nella sua forma monastica, dove però il monastero si confonde facilmente con la setta, di cui lo stesso Benedetto si sarebbe preoccupato.
Di fronte a queste evoluzioni, la giusta intenzione di portare la pace deve essere nutrita di teologia. Non sorprende che Pateau preferisca ridurre la liturgia a una “pratica”, per essere libero di costruirsi la sua liturgia, la sua chiesa, la sua tradizione monastica, con molto attaccamento, ma senza teologia.
La parola più chiara, verso questi tentativi, attestati bene dal regime comunicativo di tutta questa intervista, l’ho ascoltata molti anni fa da un bravo prete padovano, che è stato a lungo professore e Vicario per la Formazione del Clero: Don Giuseppe Zanon. Una volta disse una frase che ritengo formidabile per capire tutta la “fissazione liturgica”, che spesso avvelena la relazione con il culto cristiano:
“Quando un giovane seminarista, o un giovane prete, mi dice che vuole studiare liturgia, gli rispondo: prima fai 10 anni il camionista, poi quando sarai tornato, se avrai ancora la passione, lo studio ti farà bene”.
Solo così la liturgia eviterà di diventare lo schermo su cui vengono proiettate le rigidità ecclesiali e le ideologie teologiche. Chiamarle spiritualità non risolve il problema, ma lo complica.
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