Le cose e le parole non si fermano. Come cambia la chiamata al ministero ecclesiale


Le parole balbettanti della Commissione sul Diaconato femminile e lo sguardo piuttosto confuso del Rapporto del Gruppo di Studio n. 5, sulla partecipazione delle donne al governo della Chiesa, restano sullo sfondo rispetto a tre notizie/eventi che entrano nella nostra considerazione degli ultimi giorni e ci svegliano dal torpore clericale. Consideriamo i tre fatti:

a) Domani, 25 marzo, a Londra, ci sarà l’insediamento del nuovo Arcivescovo di Canterbury nella persona di Sarah Mullally. L’evento ha una rilevanza simbolica piuttosto alta e costituisce, come ha scritto ieri S. Sodaro (qui,), una “svolta culturale profonda”, un passaggio storico che solo un’analisi superficiale e paurosa può rinchiudere in una “stranezza anglosassone”.

b) Il cardinale Hollerich, in una recente intervista, ha dichiarato apertamente, come mai aveva fatto, di non essere contrario né alla ordinazione diaconale, né alla ordinazione sacerdotale delle donne.

c) Il Vescovo di Anversa, Johan Bonny, ha dichiarato di aver fissato per il 2028 il termine ultimo, entro cui poter ordinare al presbiterato degli uomini sposati.

Le novità e la teologia impaurita

Si tratta di tre notizie che assumono la figura di evento, visto che intervengono su tre piani diversi, ma unificati dalla medesima novità: la riconsiderazione della donna e del rapporto con la donna come orizzonte non più incompatibile con l’esercizio della autorità apostolica. Né essere una donna, né sposare una donna viene più riconosciuto come “impedimento” alla ordinazione. Non è cosa da poco, teologicamente parlando, anche se i teologi non ne parlano, salvo rarissime eccezioni. Non è perché i teologi stannoper lo più muti che un tema “non è maturo”. Semmai ad apparire immaturi sono i teologi, non il tema. Ma una teologia immatura subisce la storia, resta incapace di anticiparla e di orientarla.

E’ interessante che i tre eventi citati riguardino tre fenomeni nuovi, che sono entrati nella cultura ecclesiale, anche cattolica, da almeno 60 anni, e che la verbalizzazione del magistero, a tutti i livelli, non riesce a prendere veramente sul serio: i documenti, dal 1976 sono laconici, tergiversano, cambiano discorso, esitano, fanno silenzio, si irrigidiscono in modo autoritario, più frequentemente, con la sponda di teologi piuttosto tiepidi, predicano la santa pazienza. Dio suggerirebbe (non so a chi) che non resta che attendere, stare a guardare, studiare, capire, esitare e nient’altro. Nessuna decisione in ogni caso sarebbe autorizzata dalla stessa rivelazione.

Come cambia la chiamata al ministero

Nel frattempo la realtà (e lo Spirito) non si ferma. Osserviamo bene come si allarga la base dell’esercizio della autorità nei fatti, mentre commissioni spaventate e male orientate mettono ai voti proposizioni scandalose e parlano con documenti vuoti di ogni deliberazione.

Dalle notizie considerate vediamo che

– La Chiesa di Inghilterra sceglie, come Primate, un Vescovo donna.

– Un cardinale parla apertamente di ordinazione diaconale e sacerdotale

– Un vescovo dice, altrettanto apertamente: nel 2028 ordinerò presbiteri uomini sposati.

Qui non c’è nessuna rivoluzione. E’ solo l’allargamento della platea dei soggetti ordinabili, come inevitabile risposta al venir meno della classica forma di “provvista” del “ministro ordinato”, prodotta da un sistema di formazione che il Concilio di Trento ha pensato come “seminario”, in cui entrano rigorosamente solo maschi i quali, educati alla vita celibataria, seguono il cursus honorum e vengono condotti al diaconato, al presbiterato e in qualche caso all’episcopato. Il sistema, inventato dopo il Concilio di Trento, è stato studiato accuratamente ed è diventato un fiore all’occhiello della cultura europea, tra il 600 e l’800. Oggi bisogna cambiare modello, bisogna essere capaci di pensarne un altro, diverso, altrettanto efficace.

La profezia del Concilio di Trento e la nostra

I “segni dei tempi” chiedono alla Chiesa cattolica di uscire dal guscio, di non buttare la palla in tribuna, di non chiamare prudenza la paura e pazienza la testa infilata nella sabbia. Si tratta di entrare nella prospettiva di una svolta, prudente ma decisa, di ripensamento delle condizioni per essere ordinati, un ripensamento da assumere come compito comune. La condizione del “celibe maschio”, senza essere superata, non sarà più esclusiva. Ci saranno anche maschi coniugati che possono essere ordinati. Ci saranno anche donne (nubili o coniugate) che potranno essere ordinate. Non si tratterà di estendere ai coniugati e alle donne il seminario, ma di cambiare il modello del seminario per riconoscere la possibilità di chiamare al ministero anche i maschi coniugati e anche le donne (nubili o coniugate).

Mettere a tema, apertamente e serenamente, questi tre eventi (quello che altri già hanno deciso e ciò che noi dobbiamo poter decidere), senza fuggire e senza cambiare discorso, mi pare una cosa molto seria. Si tratta di fare, in un altro mondo, ciò che fece, a suo tempo e con i suoi strumenti, il Concilio di Trento di fronte alla sfida moderna, non solo protestante, ma delle forme nuove di vita e di pensiero. La profezia tridentina non impedisce alla Chiesa contemporanea di provare ad essere profetica, senza pensare di poter vivere di rendita della profezia di 500 anni fa.

Mettersi a ripensare la “capacità di ordinazione” dei soggetti battezzati, uscendo da evidenze storiche un tempo autorevoli, ma oggi culturalmente e socialmente superate, almeno in una parte considerevole del mondo, è una esigenza inaggirabile e non rinviabile. Possiamo e dobbiamo farlo con la coscienza di una Chiesa che, dopo il Concilio Vaticano II, deve pensarsi come una sola Chiesa, ma dislocata su cinque continenti, caratterizzati da culture, da società e da relazioni profondamente diverse. Di fronte a questa pluralità, oggi abbiamo non minori, bensì maggiori opportunità di formazione di quante ne avesse il Concilio di Trento ai suoi tempi. Ma allora i padri tridentini ebbero coraggio. Oggi noi dobbiamo vincere la paura e uscire dal blocco sistematico su ogni decisione lungimirante. Dobbiamo partire da una evidenza nuova: la eguaglianza di tutti i battezzati di fronte alla possibile ordinazione. E organizzare la disciplina ecclesiale in questa direzione, che non cozza in alcun impedimento sul piano dottrinale. Come ha scritto S. Sodaro nel suo appassionato intervento di ieri citato all’inizio, fare i conti apertamente con la questione del ministero, nel modo più realistico possibile, ha un significato morale rilevante: È la restituzione della dignità dell’età adulta nella vita ecclesiale.”

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