“Alter Christus”: breve storia di una locuzione equivoca


La recente citazione, in un discorso di papa Leone XIV, della espressione “alter Christus”, riferita al presbitero/sacerdote, ha suscitato un grande interesse verso una locuzione che ha goduto di una certa fortuna, ma la cui origine resta avvolta nel mistero. Dico subito che una ricerca diretta delle occorrenze della espressione sembra lasciare deluso il lettore. Quella che appare come una “formulazione antica”, in realtà non trova fonti certe, ma solo somiglianze, assonanze, atmosfere, tutte però caratterizzate da significati difformi da quanto cercato. Tento perciò di ricostruire rapidamente la questione del testo e del suo significato, per vedere anche sviluppi reali o solo possibili.

1. Un primo indizio

Vorrei partire da uno dei pochi passi in cui si tenta una radicazione antica del termine. Si tratta di un libro di papa Giovanni Paolo II, Dono e mistero, del 1996, in cui si legge questa frase:

“Se San Cipriano ha detto che il cristiano è un «altro Cristo» — Christianus alter Christus — a maggior ragione si può dire: Sacerdos alter Christus.

La frase contiene tra affermazioni:

a) che la fonte della espressione “alter Christus” sarebbe Cipriano,

b) che l’espressione è indirizzata alla comprensione del cristiano, del battezzato

c) e che però, “a maggior ragione” la espressione potrebbe essere usata per “sacerdos”.

Le prime due affermazioni sono di carattere storico, mentre la terza è di carattere sistematico. Proviamo a cercare conferma delle tre affermazioni.

2. Cipriano e la assenza del termine nei padri

La ricerca del testo, in Cipriano, dà però esito negativo. Alcune fonti rimandano al testo De vanitate idolorum, nel quale, tuttavia, non si trova la espressione letterale, ma solo alcune probabili parafrasi, come al §15: Quod est Christus erimus Christiani, si Christum fuerimus imitati”, o al § 11, dove si legge in modo simile: “Quod homo est esse Christus voluit, ut et homo possit esse quod Christus est.” Tuttavia l’espressione “alter Christus” non si trova nell’opera di Cipriano. Né in altri padri latini. Si trovano, in realtà, una serie di passi simili a Cipriano nella letteratura patristica intorno al battesimo e alla cresima, che rendono “simili a Cristo” i cristiani. Ma non si trova mai letteralmente l’espressione citata.

3. Una espressione che descrive S. Francesco d’Assisi

E’ probabile che la locuzione sia entrata nel latino ecclesiastico per una via traversa: ossia dalla “fonti francescane” (Actus beati Francisci et sociorum eius), dove si trova questa affermazione:

“Verissimus servus Christi Franciscus, quia in quibusdam fuit quasi alter Christus datus in mundo, ideo Deus pater tam felicem hominem in multis Christo Filio suo esse fecit conformem, sicut apparuit in sanctorum sociorum sacro collegio, in stigmatum crucis mirando mysterio et in sancto quadragesimae continuato jejunio.” (cap VI, par. 1)

Nella stessa fonte si legge, più avanti:

“Procidens autem illa ad illos pedes divinis characteribus consignatos, tantam ibi accepit consolationem et gratiam et copiam lacrymarum, quod sicut Maria Magdalena pedes Christi lacrymis lavit et devotissime amplexando et geminando oscula circumquaque quasi alterius Christi pedibus fidelia labia imprimebat, ita quod fratres a pedibus sancti illam avellere non valebant.” (cap. 18, par 26)

Si deve notare come la espressione sia però sempre preceduta dalla attenuazione “quasi”.

4. Il sorgere della accezione “sacerdotale”

Fino a qui è evidente che l’uso della locuzione riguarda i battezzati in generale o la condizione di santità di Francesco d’Assisi. Ma l’espressione “alter Christus” come diceva il Card. Mercier nel 1934, era già divenuta ai suoi tempi “una specie di adagio teologico” circa la identità del prete, o, meglio, del “sacerdote”. In effetti, come vedremo, nel XX secolo una ampia recezione della espressione entra nel magistero papale, a partire da Pio X. Ma ci sono dei precedenti? Come abbiamo visto non riguardano né la antichità, né il medioevo. Nel tempo moderno troviamo solo qualche attestazione in manuali del 1600 e poi, più consistenti, in documenti anche episcopali, che mettono in correlazione la santità di Francesco con la santità del sacerdote (cfr. 1694, vescovo di Freising, in Clerus animatus, 1740). Ma la storia della locuzione, in questo senso, attraversa quasi tutto il 1900 magisteriale. Vediamo le occorrenze maggiori, che appaiono formalmente solo dal 1908:

a) Pio X, Haerent animo, 1908, 50^ anniversario del suo sacerdozio

“21. Mediti su Cristo chi è ” alter Christus “

Perciò con ogni ragione la Chiesa ci impone di ripetere frequentemente quelle sentenze di Davide: ” Beato l’uomo che medita nella legge del Signore; vi perdura con diletto, di giorno e di notte; tutto quello che egli farà avrà prospero effetto ” (Sal 1,1-3). E alla meditazione ci sia di stimolo anche il pensiero che il sacerdote è un altro Cristo; e, se è tale per partecipazione di autorità, non dovrà essere tale per imitazione delle opere sante? ” Sia dunque nostra somma premura di meditare sulla vita di Gesù Cristo “.

b) Benedetto XV, Ai parroci e predicatori quaresimalisti, 1916

“Noi vi scorgiamo l’augurio che i sacerdoti incaricati di predicare in Roma nella prossima Quaresima non solo siano, ma anche appariscano, forniti della virtù propria del loro stato; così che di ciascuno si debba dire: « Sacerdos alter Christus »”

c) Pio XI, Ad catholici sacerdotii, 1935

L’Apostolo delle Genti scultoriamente compendia quanto si può dire intorno alla grandezza, alla dignità e ai compiti del sacerdozio cristiano, con queste parole: ” Così ci consideri ognuno come ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio ” [7]. Il sacerdote è ministro di Gesù Cristo; è dunque strumento nelle mani del divin Redentore per la continuazione dell’opera sua redentrice in tutta la sua mondiale universalità e divina efficacia, per la continuazione di quell’opera mirabile che trasformò il mondo; anzi il sacerdote, come ben a ragione si suol dire, è davvero alter Christus perché continua in qualche modo Gesù Cristo stesso: ” Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi ” [8], continuando anch’esso come Gesù a dare, secondo il canto angelico, ” gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà ” [9].”

d) Pio XII, 1958, Allocuzione per il 50^ della fondazione del Seminario regionale delle Puglie

“Con umiltà e verità il chierico deve assuefarsi a nutrire della sua persona un concetto ben differente e più alto di quello ordinario del cristiano, anche insigne: egli sarà un prescelto tra il popolo, un privilegiato dei carismi divini, un depositario del potere divino, in una parola un alter Christus, che sostituirà l’uomo con tutte le naturali sue esigenze e condizioni. La sua vita non sarà più sua, ma di Cristo: è anzi Cristo che vive in lui (cfr. Gal. 2, 20). Egli non « si appartiene », come non appartiene a parenti, amici, neppure ad una determinata patria : la carità universale sarà il suo respiro. Gli stessi pensieri, volontà, sentimenti non sono suoi; ma di Cristo, sua vita.”

In Giovanni XXIII l’unica occorrenza della espressione si trova solo come citazione del predecessore, Pio XII, nel documento del 1959 Sacerdotii nostri Primordia, per il centenario dalla morte del Curato d’Ars. Per il resto, l’espressione non appare nel vocabolario del “papa buono”.

5. Durante il Concilio e il post-concilio

Anche nel periodo conciliare e post conciliare, pur essendo stata riscoperta l’accezione più antica della espressione, continua l’inerzia dell’uso inaugurato nella prima metà del secolo.

e) Paolo VI usa la più antica come la più recente delle interpretazioni della espressione:

Qui ne parla nel senso di Cipriano:

“Ringraziamo il Signore di questa realtà. Occorrerebbero qui i pianti di gioia di Pascal per esprimere qualche cosa della impressione che tale ineffabile realtà deve suscitare dentro di noi,

Ma, ahimè!, il confronto non è completo: è vero che fra noi e il Signore esiste una parentela, anzi quasi una mistica identità; siamo alter Christus; ma questo basta? Non sorge da questa coincidenza mistica con Cristo tanto più forte, – e per fortuna, tanto più facile -, l’obbligo d’una coincidenza morale? cioè d’una imitazione di Cristo nei pensieri, nelle azioni, nei fini della vita, quale Egli ci insegnò? Qui la nostra impressione non può essere soddisfatta e felice, ma è turbata dall’osservazione della nostra difformità dal modello divino, su cui dobbiamo ricalcare la forma della nostra vita. Noi ne sentiamo, al tempo stesso, confusione e fiducia; perché, se è vero che tanto rimane in noi e nella Chiesa ed in ogni anima, anche cristiana, da correggere e da perfezionare per accostarci a quel tipo perfetto di umanità santificata dalla Grazia, che è Gesù Cristo, ne abbiamo almeno il desiderio, il proposito, la preghiera. Non è stato, a questo riguardo, il Nostro viaggio un umile, ma coraggioso atto di buona volontà? E non è il Concilio ecumenico, che stiamo celebrando, uno sforzo per dare a noi, alla Chiesa, al mondo, qualche migliore somiglianza con Gesù benedetto?” (Udienza generale, 15 gennaio 1964)

Qui invece si esprime in linea con i papi del XX secolo

“Donde una terza certezza, tormentosa forse perché implacabile nelle sue esigenze, ma estremamente fortificante, quella della santità, che deve stilizzare la vita d’un uomo a cui è toccato, da un lato, d’essere scelto da Cristo per suo, ministro, dall’altro d’essere destinato a trasmettere agli altri «i misteri di Dio» (cfr. 1 Cor. 4, l), non mediante un ministero impersonale, burocratico, puramente canonico, ma mediante un ministero vivo, che sia quasi la personificazione della Parola predicata, mediante uno sforzo vitale di farsi modello, di farsi davvero «alter Christus». Anche questa certezza d’essere obbligato alla santità infonde nel Sacerdote un coraggio caratteristico; egli non teme più né di se stesso, né degli altri, affrancato com’è dai vincoli d’ambiziosi egoismi, e cammina umile e ardito verso il compimento del suo sacrificio nell’imitazione di quello di Cristo, verso la perfezione e la pienezza della carità.

LA SANTITÀ DELL’«ALTER CHRISTUS»

Noi vogliamo credere che non manchino a voi i conforti di queste certezze; e se Noi ve lo ricordiamo, si è per avvalorarle, e per rinnovare a voi, Parroci, Sacerdoti e Religiosi, che avete la ventura d’appartenere al Clero Romano, l’esortazione alla piena ed esemplare fedeltà al Sacerdozio cattolico. Pensate sempre alla vostra vocazione: «Videte enim vocationem vestram, fratres» (1 Cor. 1,26), e ricordate che l’irradiazione del vostro esempio assume, proprio perché siete Romani, un’ampiezza universale, e si allarga non solo su tutta la Chiesa, ma anche oltre i suoi precisi confini verso i Fratelli Cristiani da noi separati, verso il mondo tutto che guarda a questa Città e giudica spesso la religione cattolica dal modo con cui voi la vivete e la presentate”. (1968, ai Parroci e Predicatori quaresimalisti di Roma)

Dopo Paolo VI, nel magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI riemerge l’espressione, come abbiamo visto nella citazione che ha aperto questa rassegna. Si deve ricordare, ovviamente, la ripresa recente più ampia, collegata all’Anno sacerdotale, voluto da papa Benedetto XVI, dove il termine riappare in una accezione esclusivamente riferita al ministro:

f) Benedetto XVI

“Alter Christus, il sacerdote è profondamente unito al Verbo del Padre, che incarnandosi ha preso la forma di servo, è divenuto servo (cfr Fil 2,5-11). Il sacerdote é servo di Cristo, nel senso che la sua esistenza, configurata a Cristo ontologicamente, assume un carattere essenzialmente relazionale: egli è in Cristo, per Cristo e con Cristo al servizio degli uomini. Proprio perché appartiene a Cristo, il presbitero è radicalmente al servizio degli uomini: è ministro della loro salvezza, della loro felicità, della loro autentica liberazione, maturando, in questa progressiva assunzione della volontà del Cristo, nella preghiera, nello “stare cuore a cuore” con Lui. È questa allora la condizione imprescindibile di ogni annuncio, che comporta la partecipazione all’offerta sacramentale dell’Eucaristia e la docile obbedienza alla Chiesa.” (Benedetto XVI 2009, Udienza generale del 24 giugno)

g) gli sviluppi possibili

Accanto alle riprese della terminologia più antica, inaugurata da Paolo VI, che si colloca dialetticamente rispetto all’uso esclusivo per il ministro ordinato, si profilano sviluppi interessanti, che escono da una comprensione solo clericale della espressione. Possiamo considerarne almeno due:

una lettura liturgica

L’ espressione, nella sua radice battesimale, che è quella originaria, rimanda ad una “vocazione” che riguarda ogni battezzato, uomo o donna. La collocazione liturgica di questa “alterità” trova in SC 7 un luogo ermeneutico potente. Le forme della “presenza” del Signore si articolano a diversi livelli. Ma sempre fanno riferimento ad una esperienza comunitaria. Essere “alter Christus” è riservato a diverse esperienze (allo stesso tempo personali, relazionali, attive e passive) che investono non tanto singoli soggetti o azioni, ma sequenze rituali comunitarie. 

una lettura escatologico-esistenziale

Alter Christus non significa solo “un altro Cristo”, ma anche l”altro come Cristo”. Qui la efficacia escatologica di Mt 25, con il giudizio universale, diventa criterio di sapienza esistenziale: il battesimo abilita non tanto ad essere “come Cristo”, ma a trovare Cristo “sotto altro aspetto”, in chi ha fame, sete, freddo, in chi è malato o carcerato. Alter Christus non come “potere di sé”, ma come “povertà dell’altro”. 

6. Conclusioni

La ricostruzione di una chiesa fondata sulla vocazione di pochi ad essere “alter Christus” si presenta come il progetto clericale di fine 1800, che ha trovato espressione ingente nel magistero papale dal 1908 in poi. L’uso della espressione ha spostato solo sui “sacerdoti” una caratteristica che il primo millennio ha riferito ad ogni battezzato, uomo o donna, ossia al sacerdozio comune. Il Concilio Vaticano II ha superato con decisione questa riduzione della Chiesa al clero. Perciò ha aperto, formaliter, non solo la accezione più antica del termine, ma anche la accezione liturgico-comunitaria e quella esistenziale-escatologica. Uno sviluppo deciso in questa direzione non è compatibile con una accezione riservata e separata della identificazione con il Signore attribuita soltanto ai preti o vescovi. Ben diversa è la funzione di espressioni come “conformazione” e “agere in persona Christi”, che mantengono, con molta maggiore evidenza, la differenza tra il soggetto e il Signore. Il massimo di identificazione, con il Signore, si vive nel battesimo e nella eucaristia. Il sacramento dell’ordine resta al servizio, non al posto, di questi sacramenti “maggiori”. Si deve ricordare che il Concilio di Trento colpisce con anatema (DH 1603) chi considera tutti i sacramenti come dotati della medesima dignità. La lettura della “essenza del ministero ordinato”, che non si può più comprendere soltanto come sacerdozio, ma anche come profezia e regalità, non può essere espressa nei termini di una definizione battesimale ed eucaristica del soggetto. Essere “alter Christus” è la definizione del battesimo e della eucaristia, non dell’ordine. Ciò che è certo, è che passare dalla presunta affermazione storica a proposito del cristiano ad una affermazione a proposito del ministro ordinato non è stato un passaggio né ovvio né indolore. Ha rappresentato invece una accelerazione in senso clericale, che ha trovato espressione formale e autorevole, ma teologicamente non argomentata, solo in una parte del magistero del XX secolo. Ciò che sembra “tradizione di sempre” è solo la accentuazione clericale della Chiesa cattolica dopo la perdita del potere temporale. Esattamente come l’atto di dolore nella confessione o la residenza papale nel Palazzo Apostolico, sono state traduzioni apologetiche della identità cattolica, inventate tra la fine del XIX secolo e agli inizi XX: come la “messa gregoriana” o la “civiltà cattolica”. Oggi abbiamo bisogno di “nuove risorse”, in un discernimento faticoso, ma necessario, che non consideri originario ciò che è stato inventato poco più di un secolo fa. Originaria è la condizione di conformazione a Cristo di ogni battezzato, uomo o donna che sia: su questo ci chiede di lavorare il Concilio Vaticano II, anche quando proviamo a pensare il cuore della vocazione al ministero ordinato.

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