Munera 3/2021 – Editoriale

Munera 3/2021 – Editoriale

La ricorrenza del centenario dantesco è una buona opportunità per qualche considerazione sul passato e sull’avvenire di quella cultura italiana di cui il Sommo Poeta è da sempre l’emblema nel mondo. Soprattutto in un momento in cui si parla di ripresa e di resilienza.

Non sappiamo se e come l’Italia e il mondo intero ripartiranno dopo questa pandemia che al momento sembra infinita, ma certo il clima che si respira è quello dell’ottimismo. E, forse, anche della speranza. Non accadeva ormai da decenni e vale dunque la pena cercare di dare sostanza a questo ottimismo e a questa speranza. Se tutto si riducesse a un ciclo di crescita economica, si sarebbe sprecata una grande occasione. E non si sarebbero onorati i tanti, troppi, caduti di questa pandemia che ha decimato le generazioni più anziane e dunque la memoria storica delle nostre società.

Dante è l’emblema della cultura italiana e il padre della lingua che a questa cultura ha dato, nel tempo, forma e visione. Ma è anche – a tutti gli effetti – un patrimonio dell’umanità intera. Rappresenta dunque uno dei grandi contributi che l’Italia ha offerto alla crescita spirituale e morale dell’intero genere umano. C’è da esserne orgogliosi.

Ma questo non basta. La ricorrenza è un invito rinnovato ad assumersi la responsabilità del contributo che la cultura italiana può e deve ancora offrire al mondo. La terra dell’umanesimo non ha esaurito la sua missione. Perché oggi di umanesimo c’è più che mai bisogno: laddove nel mondo si negano i diritti umani, l’eguaglianza, la libertà e la dignità dell’umano in nome di teorie scientifiche ed economiche, o di tecnologie, che sacrificano tutto al valore unico dell’efficienza e del profitto.

Di quell’umanesimo Dante è il padre. Egli ha collocato l’essere umano all’interno di una gerarchia – tra l’angelico e il bruto – e ha indicato la possibilità che esso ha di muoversi verso le due direzioni: verso il paradiso e verso l’inferno. Di quell’umanesimo oggi c’è bisogno. L’Italia e l’Europa intera devono riconoscere a sé stesse la missione storica di cui sono portatrici. Non per accarezzare e nutrire il proprio narcisismo, ma per contribuire alla crescita morale e spirituale di un mondo che rischia altrimenti di essere spinto soltanto da motivazioni di efficienza tecnica o economica: un mondo mosso da umani che si rivolta contro l’umano.

Dante ha anche restituito un’immagine non positiva dell’Italia, spesso divisa in partigianerie e in egoismi localistici e corporativistici. Settecento anni dopo, le sue pagine sembrano purtroppo descrivere l’Italia di oggi: un Paese chiuso e polarizzato, in cui si cerca di difendere le rendite di posizione e si fatica a voler diventare un popolo. Non il popolo della retorica populista – un’invenzione mitologica che consente a un capo di parlare a nome di tutti esprimendo un fittizio sentimento comune – ma un popolo che si costruisce nel tempo, all’interno di una dialettica sociale e culturale, a partire da radici diverse e verso un fine e un bene comune.

Il centenario dantesco è così l’occasione per un bilancio in vista di un avvenire. Per l’Italia, per l’Europa, per il mondo intero.

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