Munera 3/2018 – Editoriale

Munera 3/2018 – Editoriale

Dov’è o morte il tuo pungiglione?, si domanda all’inizio dell’era cristiana l’apostolo Paolo, nella sua prima lettera ai Corinzi (1Cor 15, 55). Si tratta della domanda fondamentale dell’esistenza: che cosa ci rende mortali? In che modo la morte penetra nelle nostre vite? È possibile scampare alla morte, evitare di essere punti dal suo pungiglione o immunizzarsi dal veleno che esso inocula?

Chi ha alle spalle un certo numero di anni – non ne occorrono neppure troppi – ha certo fatto esperienza di come la morte non sia un accadimento istantaneo, ma un lungo processo che conduce alla disgregazione del corpo e della sua forma. L’organismo vivente nasce, si sviluppa e, una volta raggiunto il culmine del proprio sviluppo, inizia a sperimentare il proprio decadimento. Per gli umani questo accade intorno ai vent’anni. Salvo che essi non abbiano dolorosamente incontrato la morte già durante l’infanzia o l’adolescenza, magari con la scomparsa di persone care, gli esseri umani fanno comunque molto presto i conti con un’esistenza che ha un suo termine e che richiede di fare costantemente i conti con l’esperienza della perdita, di una continua spoliazione.

Diventare adulti significa proprio questo: imparare a mollare la presa, a rendersi responsabili per sé e per gli altri, ma abbandonando la pretesa di poter tutto controllare. Accettare di doversi continuamente spogliare, imparare a vivere di ciò che è essenziale, rinunciando così ai sentimenti e alle pretese di onnipotenza e di controllo che caratterizzano l’esistenza del bambino e dell’adolescente.

Ma se la giovinezza è – per così dire – una “malattia” che passa da sola, il diventare adulti richiede invece molta cura. E oggi, nelle nostre società e alle nostre latitudini, diventare adulti è divenuto problematico. Per riprendere una famosa canzone di Francesco Guccini, dobbiamo riconoscere che – col tempo – ci si è molto perfezionati in quella «scienza» che consiste nell’«invecchiare senza maturità» (non si diventa adulti, non si rimane bambini, ma ci si eternizza in un’adolescenza senza fine: si veda in proposito il dossier ospitato in Munera 1/2016). E la soluzione oggi più ricercata non sembra quella di cercare di apprendere come maturare, ma di evitare di invecchiare. Ovvero, di rimuovere la morte dall’orizzonte delle nostre vite.

Le cosiddette tecniche di human enhancement – di miglioramento dell’umano – vanno certamente in questa direzione: nella direzione di combattere la presa della morte sulle nostre vite, bloccando gli effetti del suo veleno.

La lotta contro la morte costituisce di per sé un elemento di nobiltà della condizione umana: la morte è veramente un nemico e il regno del non senso (tanto più quando essa bussa alle porte di una giovane vita innocente). Ma questa lotta non può che essere condotta a partire da una profonda accettazione della nostra condizione mortale: un giorno si dovrà morire. Ed è questa accettazione che manca alle – certo sovrastimate – ideologie che vanno oggi sotto il nome di post-umanesimo e transumanesimo: ideologie che inseguono l’utopia un po’ infernale di una vita umana senza i limiti propri alla condizione corporea. Finalmente, di una vita senza morte.

Senza tuttavia arrivare agli eccessi ideologici di pochi (ai quali bisognerebbe peraltro evitare di accordare eccessiva importanza), è tuttavia evidente che – a livello di cultura diffusa – si vive un problema con la morte, contro la quale non si lotta più a partire dall’accettazione di una inevitabile condizione mortale, ma una morte che si tende semplicemente a rimuovere: di morte non si deve parlare, la morte non si deve vedere e, quando essa si presenta, ecco che occorre andare alla ricerca dei responsabili. Quella morte non sarebbe dovuta accadere: qualcuno dovrà risponderne.

L’alternativa a una rimozione della morte che rischia di diventare una grande allucinazione collettiva (i sociologi parlano non a caso di «società post-mortale») non può che essere quella di un’accettazione profonda di sé stessi a partire dalle differenti età della vita: età che hanno, ciascuna, una propria dignità e una fondamentale importanza le une per le altre. C’è un’età per nascere e un’età per morire.

In questo bisognerebbe riprendere le pagine di una grande maestro del pensiero del nostro tempo: quel Romano Guardini di cui quest’anno si celebrano i cinquant’anni dalla morte (1968-2018). Egli scriveva significativamente che «al positivista e al ‘borghese’ la morte è scomoda; lo mette in imbarazzo. Pertanto essi la rimuovono; anche dietro espressioni linguistiche apparentemente di fede». Non c’è bisogno di essere dei miscredenti per trovarsi in imbarazzo davanti alla morte e per cercare di rimuoverne lo scandalo: lo si può fare anche con espressioni apparentemente molto devote.

Il combinato disposto dei cinquant’anni dal 1968, l’anno che portò alla ribalta del mondo le ragioni della giovinezza, e del Sinodo dei Vescovi che papa Francesco ha convocato sul tema dei giovani, costituiscono per chiunque – credenti e non credenti, cristiani e non cristiani – uno stimolo a ripensare la questione di un rapporto patologico con la giovinezza: essa diventa un imperativo – essere giovani a tutte le età, non invecchiare mai, non morire mai – mentre ai giovani in carne ed ossa non si insegna più come diventare adulti. Ci si eternizza tutti in una giovinezza senza limiti e senza speranza. Si insegue l’illusione di poter scampare alla morte e al suo pungiglione. L’effetto, tuttavia, è di uccidere la vita, non la morte.

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