Munera 2/2020 – Pierantonio Frare >> La letteratura di fronte alla pandemia

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1940. L’ufficiale polacco di nobile famiglia Józef Czapski (1896-1993; fu pittore, scrittore e critico), scampato per caso al massacro di Katyn, viene imprigionato dai russi, assieme ad altri 15.000 ufficiali, nel campo prima di Starobielsk, poi di Pawliszcew, infine di Griazowietz. Lì egli vedeva «i suoi compagni ammucchiati sotto i ritratti di Marx, Engels e Lenin, sfiniti dopo una giornata di lavoro, con temperature che raggiungevano i 45° sotto zero». In queste condizioni disumane, Czapski propone ai suoi compagni delle lezioni, serali e clandestine, sulla Ricerca del tempo perduto di Proust. Non aveva a disposizione l’opera, ovviamente, ma la conosceva bene, per averla letta durante un’estate in cui era stato malato. Il Proust che constata la vanità di tutta una società che ruota attorno a riti mondani risuona singolarmente affine allo stato d’animo di reclusi privati di ogni cosa.  Non si tratta però solo di consonanza emotiva, ma di ben altro, e di più alto: «La gioia di poter partecipare a un’impresa intellettuale in grado di dimostrarci che eravamo ancora capaci di pensare e reagire a realtà dello spirito che non avevano niente in comune con la nostra condizione di allora trasfigurava ai nostri occhi quelle ore passate nel grande refettorio dell’ex convento, questa strana scuola clandestina dove rivivevamo un mondo che ci sembrava perduto per sempre».

Ottobre del 1943. Piero Calamandrei (1889-1956), fondatore del primo giornale antifascista clandestino, inseguito da un mandato di cattura, scrive all’amico Pietro Pancrazi (1893-1952; scrittore e critico), a sua volta impegnato nella guerra partigiana: «se dovessi andare in galera […], e mi fosse consentito un libro solo, porterei I promessi sposi […]. Ci trovi sempre quello che fa per te: ti stimola all’azione […] quando sei troppo solitario e ti riporta dentro te stesso quando sei troppo preso o disperso dagli affari. Che libro! […] specie verso quei capitoli sulla guerra la fame la peste (che sono un bellissimo programma per il nostro avvenire prossimo)».

Novembre 1943 – gennaio 1944. Per l’Italia sono i mesi più duri della Seconda guerra mondiale, con l’occupazione nazista di gran parte del paese. Nel carcere di Regina Coeli Leone Ginzburg (nato nel 1909, morirà il 5 febbraio 1944, a causa delle torture subite) organizza, per e con i suoi compagni di cella, tra i quali il critico letterario Carlo Muscetta, una serie di lezioni sui Promessi sposi.

Giugno 1944. Nel campo di sterminio di Auschwitz, il detenuto ebreo e agnostico Primo Levi recita a memoria al suo compagno Jean il canto XXVI dell’Inferno. Attraverso il racconto di Primo e l’ascolto di Jean i due giungono, verso per verso, a una conquista decisiva e del tutto imprevista: nientemeno che la scoperta del «perché del nostro destino, del nostro essere qui oggi». Scoperta dell’esistenza di un senso nel luogo dove vige la programmatica negazione del senso; scoperta che costituisce una verità veduta per sempre, irrevocabilmente, e che avrà non poca parte nella capacità di entrambi di resistere all’annientamento morale, prima ancora che fisico. «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguire virtute e canoscenza». È lo stesso messaggio che risuona nelle parole di Czapki citate sopra.

Anni Sessanta del Novecento: lo scrittore giapponese Kenzaburo Oe (nato nel 1935, premio Nobel nel 1994), appena diventato padre, si trova di fronte ad un dilemma angoscioso: il figlio ha gravi malformazioni, che lo porteranno a morte. L’unico mezzo per salvarlo è un intervento chirurgico, che però lo lascerebbe disabile per tutta la vita. I medici sconsigliano l’operazione: meglio morire, che vivere a quel modo. Nello stesso periodo, Oe si reca a Hiroshima, dove incontra i sopravvissuti alla devastazione nucleare, sofferenti in modi diversi, ma tutti terribili, e condannati a una morte prematura. La loro dignità, la loro forza di vivere, l’abnegazione loro e di chi li cura costituiscono la risposta: Oe decide di far operare il figlio Hikari, che, come previsto, rimane gravemente disabile. Amato e curato, riesce a diventare un apprezzato musicista. Queste esperienze di rinascita, sperimentate nella vita personale e in quella della nazione giapponese, sono interpretate da Oe attraverso il filtro della Commedia, che aveva iniziato a leggere a vent’anni: «Mi hanno sempre colpito – ha dichiarato in una intervista – l’uscita dall’Inferno con l’arrivo sulla spiaggia del Purgatorio […]. Credo che questa impervia ascesa, come la descrive Dante nel Purgatorio, sia la sola strada che abbiamo per guarire dalle sofferenze della società di oggi, mantenendo la dignità umana».

Ho ricordato alcuni casi, fra i più noti, in cui la letteratura ha svolto una funzione non solo di sostegno, ma anche, che è ciò che più conta, di indirizzo all’agire di persone in situazioni a dir poco drammatiche; e credo che ciascuno di noi possa portare testimonianze analoghe, sue personali o di altri, che concernono vicende della Storia o della storia, e certamente valide allo stesso modo. Se ne ricava una conclusione forse ovvia, ma che non sarà male ripetere: la letteratura ha fatto del bene, è servita, ha aiutato in tanti casi a mantenere accesa la tremolante fiaccola della dignità umana.

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