Power and Progress
«Una delle principali conseguenze della Rivoluzione industriale è stata la riduzione del costo e l’aumento della velocità dei trasporti. Le distanze si sono ridotte ad un ritmo stupefacente. Giorno per giorno il mondo sembra diventare sempre più piccolo e società che da millenni si ignoravano praticamente a vicenda si trovano all’improvviso a contatto – o in conflitto. Nel nostro modo di agire, sia nel campo politico che in quello economico, sia nel settore dell’organizzazione sanitaria che in quello della strategia militare si impone un nuovo punto di vista. Nel passato l’uomo ha dovuto abbandonare il punto di vista cittadino o regionale per acquisirne uno nazionale. Oggi dobbiamo uniformare noi stessi e la nostra maniera di pensare ad un punto di vista globale. Come scrisse recentemente Bertrand Russell, “Il mondo è diventato uno, non solo per l’astronomo, ma anche per il normale cittadino”». «Come scrissi altrove: “Il fatto di istruire un selvaggio nell’uso di tecniche avanzate non lo trasforma in una persona civilizzata, ne fa solo un selvaggio più efficiente”». «Mentre insegniamo le tecniche, dobbiamo anche insegnare il rispetto per la dignità e il valore e il carattere sacro della personalità umana». «Dobbiamo – più di ogni altra cosa – educare la gente alla tolleranza e alla comprensione». Così ammoniva nel 1962 Carlo M. Cipolla, professore di economia a Berkeley [tr.it. Uomini Tecniche Economie, Milano 1990, pp. 5, 138, 142, 4 ed.].
Nel 1974 lo ribadì Hans Jonas, filosofo. «Ciò che mi ha fatto ritornare alle responsabilità pubblica, dopo il mio allontanamento dalla teoria, e che ha stabilito il nuovo compito del mio fare filosofia – certamente l’ultimo, in considerazione della mia età – è stata la crescente consapevolezza dei pericoli intrinseci alla tecnologia in quanto tale – non dei suoi rischi immediati, ma di quelli di lungo periodo, non delle sue minacce incombenti, ma di quelle future, non del suo cattivo uso che, con un po’ di attenzione, si può sperare di tenere sotto controllo, ma delle sue utilizzazioni più buone e legittime, che sono la vera essenza del suo attivo dominio». «È sufficiente ricordare le preoccupazioni ecologiche, da un lato, e l’“ingegneria” umana, in particolare genetica, dall’altro» [tr.it Dalla fede antica all’uomo tecnologico, il Mulino, 1991, p. 33].
Oggi siamo sulla frontiera IA. Forse.
«Finché l’adozione non accelererà rapidamente, i ricavi necessari a giustificare 5.000 miliardi di dollari spesi in conto capitale per l’intelligenza artificiale rimarranno fuori portata. L’attesa degli investitori è un uso dell’intelligenza artificiale in vertiginoso aumento. Ma non sta succedendo. Sondaggi recenti indicano un rallentamento della sua adozione da parte delle imprese» [«Investors expect AI use to soar. That’s not happening», The Economist Today, 26/11/25, online].
Selvaggi più efficienti, dall’iperinflazione tedesca del 1923 – poi Grande Crisi del 1929, nazismo, seconda guerra mondiale, campi di sterminio, bomba atomica – non abbiamo ancora capito che il denaro è «una passività del governo, come tutte le altre passività sostenuta dalla capacità di generare entrate reali attraverso la tassazione. Un governo può finanziare un deficit attraverso le entrate fiscali correnti, l’indebitamento o la creazione di moneta. È noto da tempo che l’indebitamento può solo significare entrate fiscali future. La novità fu riconoscere che […] ciò che assicura la stabilità del valore della moneta è la fiducia che la sua quantità non verrà aumentata indefinitamente, ciò che invece avverrà se le entrate fiscali sono insufficienti. Le entrate fiscali sostengono il valore del denaro» [François R. Valde, Federal Reserve Bank di Chicago, “Hiperinflations of the Early Twentieth Century”, in D. Fox (Ed.) Money in the western Legal Tradition, Oxford 2016, p. 687].
Nel 1998 Susan Strange, docente alla London School of Economics and Political Science ci ha ricordato che «oggetto del nostro discorso sono i valori relativi e le preferenze della società – ad esempio la tendenza a preferire l’equità e la stabilità alla massimizzazione della ricchezza, e la qualità della crescita economica alla sua dimensione quantitativa. In ultima analisi, l’essenza di qualsiasi dibattito sull’economia internazionale e la teoria economica si riduce a questo. I conflitti tra monetaristi e fautori dell’economia di mercato da una parte, e keynesiani e fautori dell’intervento dello Stato dall’altra, non sono di natura tecnica, ma politica. E le scelte politiche sono determinate dall’esperienza delle persone. Il problema che ci si pone rispetto al prossimo secolo [oggi, ndr] è che l’autorità tradizionale degli stati nazionali non è all’altezza del compito di gestire il caos monetario sui mercati internazionali, e tuttavia i dirigenti politici sono istintivamente riluttanti ad affidare il compito a istituzioni burocratiche non elette e quindi non tenute a rendere conto a nessuno (e spesso arroganti e miopi). Dobbiamo inventare un nuovo genere di politica ma non riusciamo a immaginare come potrebbe funzionare. Pertanto, forse il denaro dovrà impazzire sempre più e far sentire le sue conseguenze negative fino in fondo prima che la gente si decida, sulla base dell’esperienza, a cambiare le proprie preferenze politiche» [Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro, tr. it. Edizioni di Comunità 1999, p. 285].
E nel 1999 Dani Rodrik, professore di politica economica internazionale a Harvard, si chiedeva: «disintegrazione sociale come prezzo dell’integrazione economica?» [in Antonio Pollio Salimbeni, Il grande mercato. Realtà e miti della globalizzazione, Bruno Mondadori 1999, p. 223]. «La più grande sfida del XXI secolo è organizzare un nuovo equilibrio tra mercato e società, che continui a non ingabbiare le energie creative dell’imprenditoria privata senza sgretolare le basi della cooperazione sociale. Le tensioni fra globalizzazione e coesione della società, infatti, sono reali e difficilmente scompariranno spontaneamente» [p. 242]. Infatti.
«Non sembra si possano avanzare dubbi sul fatto che lo sconvolgimento del panorama politico americano, sanzionato dalla vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali del 2016, sia una conseguenza diretta della crisi finanziaria e del suo impatto sull’economia reale. Anche nel programma politico di Trump e nelle politiche sin qui seguite dalla sua amministrazione hanno prevalso gli elementi identitari. Nel caso di Trump, poi, ci sarebbero altri decisivi collegamenti dell’attività finanziaria con la politica. Anche senza troppo clamore mediatico, l’amministrazione in carica sta procedendo al graduale smantellamento della regolazione introdotta dalle amministrazioni di Obama con il Dodd Franck Act. Del resto, cosa ci si poteva aspettare da una amministrazione che ha come Segretario del Tesoro Steven Mnuchin, un finanziere e produttore cinematografico che tra il 2010 e il 2015 ha realizzato grandi profitti in attività legate ai default immobiliari in California?» [Carlo Pinzain, libero docente in storia contemporanea, Storia della crisi finanziaria 2007–…, Castelvecchi 2017, p. 12].
Nel contesto di un’ennesima guerra in Europa e Medio Oriente, della moltiplicazione dei campi di concentramento e dell’avvento crisi climatica, l’Europa è ora Unione Europea con un Parlamento e un Governo articolato in Commissione per gli affari comuni e Consigli di ministri per materia. La moneta comune è governata dalla Banca Centrale Europea, istituzione burocratica non eletta il cui compito è impedire la manipolazione dell’euro, inviso a Trump e alle multinazionali USA tanto quanto la fiscalità europea sui loro profitti.
Daron Acemoglu e Simon Johnson, del MIT, fanno il punto. «Tutti, ovunque, dovrebbero innovare il più possibile, capire cosa funziona e poi appianare gli aspetti negativi. Ci siamo già trovati in questa situazione, molte volte» [Power and Progress, Basic Books 2023, p. 1]. In Europa è storia. «Camminavo verso Manchester in compagnia di uno di quei signori del ceto medio. Gli parlavo dei bassifondi miseri e malsani e gli facevo notare le condizioni disgustose di quella parte della città dove vivevano gli operai delle fabbriche. Gli dissi che non avevo mai visto in vita mia una città così mal costruita. Mi ascoltò pazientemente e, all’angolo della via dove ci separammo, disse soltanto: “Eppure, qui si fa un mucchio di denaro. Buongiorno, signore!”» [Friedrich Engels, Conditions of the Working Class in England, 1845, cit. in Eric John Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi 1789-1848, tr.it. il Saggiatore 1963, p. 255]. Oggi che il denaro si fa a montagne, Acemoglu e Johnson ci ricordano che «il progresso non è automatico, ma dipende dalle scelte che facciamo in materia di tecnologia. Nuovi modi di organizzare la produzione e le comunicazioni possono servire gli interessi ristretti di un’élite o diventare la base per una tecnologia ampiamente diffusa» [quarta di copertina].
Nel tempo continuo della storia, la questione fondamentale è sempre Power And Progress.
POWER AND PROGRESS (Our Thousend-year struggle over technology and prosperity, cit.) affronta la questione di grandi imprese «divenute troppo potenti, e questo è un problema in sé. Google domina la ricerca, Facebook ha pochi rivali nelle reti sociali e Amazon sta sviluppando un blocco sull’e-commerce». Come in passato Standard Oil e AT&T, «alti livelli di concentrazione di mercato e monopoli giganteschi possono soffocare l’innovazione e distorcerne la direzione». «Queste considerazioni possono essere più importanti oggi perché una manciata di aziende sta dominando la direzione delle tecnologie digitali e specialmente della IA. I loro modelli di business e le loro priorità si concentrano sulla automazione e sulla raccolta dati. Perciò, smembrare i maggiori giganti della tecnologia per ridurre il loro predominio e creare spazio per una maggiore diversità di innovazioni è parte importante del riorientamento della tecnologia». «La loro separazione e più in generale l’antitrust dovrebbero essere considerati strumenti complementari nel più fondamentale obiettivo di reindirizzare la tecnologia fuori dell’automazione, della sorveglianza, della raccolta dati e della pubblicità digitale» [pp. 405-6].
L’agenda di Acemoglu e Johnson include riforma fiscale, investimento sui lavoratori, leadership del governo nel riorientare il cambiamento tecnologico, garanzia di privacy e proprietà dei dati con l’abrogazione della sezione 230 del Communication Decency Act 1996, che protegge le piattaforme internet da azioni legali o regolamentari per i contenuti veicolati; infine, l’imposta sulla pubblicità digitale, entro più ampie politiche di tassazione della ricchezza, redistribuzione e rafforzamento della rete di sicurezza sociale, istruzione, salario minimo, riforma dell’accademia [pp. 406-420]. Agenda necessaria, e permanente in tempi di innovazione, come la storia mostra e dimostra.
«L’industria tecnologica e le grandi aziende sono probabilmente più influenti oggi di quanto non lo siano state per gran parte degli ultimi cento anni». Perciò, «nonostante gli scandali i giganti della tecnologia sono rispettati e socialmente influenti, e raramente vengono interrogati sul futuro della tecnologia e sul tipo di “progresso” che stanno imponendo al resto della società». «Un movimento sociale per reindirizzare il cambiamento tecnologico lontano dall’automazione e dalla sorveglianza non è certo dietro l’angolo. Tuttavia, pensiamo ancora che il percorso della tecnologia rimanga non scritto» [p. 421]. La tecnologia ha il valore dei suoi risultati, incluso il denaro fin dal mitologico re Mida, morto di fame trasformando tutto in oro.
Pietro Terna, già ordinario di economia all’Università di Torino, ci informa che «la Cina ha dunque sorpassato gli Stati Uniti nel mercato globale dei modelli di intelligenza artificiale open, ottenendo un vantaggio cruciale nel modo in cui questa tecnologia viene utilizzata nel mondo». «I modelli open – che possono essere scaricati gratuitamente, modificati e integrati dagli sviluppatori – facilitano la creazione di prodotti da parte delle startup e consentono ai ricercatori di migliorarli. La spinta della Cina verso il rilascio dei modelli open contrasta nettamente con l’approccio “chiuso” adottato dalla maggior parte delle grandi aziende tecnologiche statunitensi, come OpenAI, Google e Anthropic». «L’Europa può avere la capacità di essere un campione nell’applicazione innovativa», mentre «su tutto incombe l’enorme incognita dei debiti dell’IA americana e del vorticoso giro di miliardi delle big tech con il rischio che il bambino della fiaba gridi che il re è nudo e tutti siano obbligati a smettere di far finta di non vedere» [«Fatti e misfatti dell’IA e opportunità per Torino e il Piemonte», nuovomondoeconomico.eu, 26/01/26, online].
Dall’apparentemente lontano 2016, lo conferma Antonio Calabrò, allora consigliere delegato di Fondazione Pirelli, vicepresidente di Assolombarda e docente in Bocconi e Cattolica. «Avevano sperato, ‘ndrangheta e Cosa Nostra, nei lavori per il ponte sullo Stretto di Messina. Ma quella costosissima e inutile opera pubblica è bloccata» [I mille morti di Palermo, Mondadori, p. 244]. Ora non più e, in più, Board for Peace. Tempo di predatori, storia plurimillenaria d’Europa, che dopo avere scatenato due guerre mondiali in una sola generazione ha dato finalmente vita a un mercato comune, a sua volta sfociato in una Unione Europea politica. Pur ancora imperfetta e soggetta ai ricatti nazionali, con una propria moneta e a gestirla la Banca Centrale Europea, l’UE sta costruendo un futuro condiviso, mentre il mondo moltiplica le guerre e nell’insieme è governato come «la nazione di L; che non viveva ormai più di niente, se non dello spettacolo pietoso della sua stessa condizione» [Andrea Sartore, Geografie del mio mondo, Dialoghi 2025, p. 25].






























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