{"id":8885,"date":"2015-07-10T07:17:36","date_gmt":"2015-07-10T05:17:36","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=8885"},"modified":"2015-07-10T15:20:26","modified_gmt":"2015-07-10T13:20:26","slug":"contraddizione-e-partecipazione-il-dialogo-continua","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/contraddizione-e-partecipazione-il-dialogo-continua\/","title":{"rendered":"Contraddizione e partecipazione: il dialogo continua"},"content":{"rendered":"<p><b><span><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/guitton-home4.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-3571\" alt=\"guitton-home4\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/guitton-home4-232x300.jpg\" width=\"232\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/guitton-home4-232x300.jpg 232w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/guitton-home4.jpg 250w\" sizes=\"(max-width: 232px) 100vw, 232px\" \/><\/a><\/span><\/b><\/p>\n<p><b><span>Contraddizione e partecipazione: il dialogo continua<\/span><\/b><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span>Il post precedente (<i>Amicus Praefectus.<\/i><\/span><i>..<\/i>) \u00e8 stato ripreso dal Blog di Matias Aug\u00e9, e nei commenti a quella pubblicazione \u00e8 intervenuto il prof. Silvestre, ponendomi due domande importanti, che qui riprendo, per continuare il dibattito e il confronto. Ecco il testo delle domande, cui seguono le mie repliche:<\/p>\n<p><span><span><em>La lettura della risposta del prof. Grillo mi conduce a proporli due domande: La prima riguarda la sua frase in relazione al MP Summorum Pontificum: \u201cIntroduce un pericolosissimo parallelismo tra forme contraddittorie del medesimo rito romano\u201d.\u00a0<\/em><\/span><\/span><\/p>\n<p><em>Mi piacerebbe sapere dal professor Grillo come questa sua affermazione pu\u00f2 essere compatibile sia con SC, n. 23 che parlando della riforma da fare dice espressamente: \u201cnon si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilit\u00e0 della Chiesa, e con l&#8217;avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle gi\u00e0 esistenti\u201d; e anche con IGMR, 6 quando dice: \u201c\u00e8 facile rilevare come i due Messali romani, bench\u00e9 separati da quattro secoli, conservino una medesima e identica tradizione. Se poi si tengono presenti gli elementi profondi di tale tradizione, non \u00e8 difficile rendersi conto come il secondo Messale completi egregiamente il primo\u201d. In realt\u00e0 non si capisce facilmente come il nuovo Messale sia fedeli ai dettami della SC che chiedeva che le nuove forme scaturiscano delle precedenti, come i due Messali possono conservare la medesima e identica tradizione, e allo stesso tempo siano due forme contraddittorie dello stesso rito romano.<\/em><\/p>\n<p><em>Per quanto riguarda il tema della partecipazione attiva mi piacerebbe sapere cosa capisce per questo concetto e se questa \u00e8 solo possibile nel NO o anche \u00e8 possibile in altre forme rituali. Anche penso che per capire il concetto di partecipazione attiva sia fondamentale riconoscere i principi direttivi della costituzione SC, che furono alla base della riforma e che restano fondamentali per condurre i fedeli ad un&#8217;attiva celebrazione dei misteri. Questi principi secondo san Giovanni Paolo II sono: la centralit\u00e0 del Mistero pasquale, la lettura della Parola di Dio e la liturgia come epifania della Chiesa in preghiera. Come ricordava lo stesso Papa: \u201cOra che per la maggior parte i libri liturgici sono stati pubblicati, tradotti e posti in uso, rimane necessario tenere costantemente presenti tali principi ed approfondirli\u201d (Vicesimus quintus annus, 5). Penso che pi\u00f9 che soffermarsi sulla partecipazione attiva in astratto sia meglio approfondire in questi principi e tradurli nella nostra celebrazione. Finalmente soltanto accennare che il vero soggetto della celebrazione \u00e8 il Christus totus, il Cristo totale, vale a dire, Cristo che associa sempre la sua Chiesa. Perdere di vista questo concetto fa difficile capire due cose: prima che tutti, sacerdote e fedeli ,partecipano perch\u00e9 partecipano ognuno a suo modo, del sacerdozio di Cristo e per tanto partecipano di pi\u00f9 a seconda si identifichino con Cristo tramite le parole e i gesti della celebrazione; seconda, che il soggetto associato a Cristo \u00e8 tutta la Chiesa, la nozione di Chiesa universale \u00e8 fondamentale e si situa prima della chiesa particolare e della comunit\u00e0 sia ontologica che temporalmente. Grazie mille per la attenzione.<\/em><\/p>\n<p><em>Prof. Silvestre<\/em><\/p>\n<p><span>Vorrei sfruttare le due questioni sollevate dal collega Silvestre \u2013 che conosco e con il quale abbiamo gi\u00e0 discusso \u201cviva voce\u201d negli scorsi anni \u2013 per chiarire ulteriormente le mie perplessit\u00e0 nei confronti di queste letture di SC.<\/span><\/p>\n<p><span>a) Iniziamo dalla prima: \u00e8 assolutamente chiaro che SC e IGMR \u2013 ossia il testo conciliare e le premesse ad uno degli ordines pi\u00f9 importanti della Riforma liturgica \u2013 intendono la riforma come un \u201catto di continuit\u00e0\u201d. La medesima Chiesa, che aveva celebrato secondo il rito tridentino, mediante un atto di Riforma, continua ad essere se stessa, anche nel e mediante il nuovo rito. La logica della argomentazione di questi due testi \u00e8, evidentemente, una giustificazione della continuit\u00e0, nonostante atti di discontinuit\u00e0, come sono, appunto, le \u201criforme\u201d. Trovo veramente curioso che si possa utilizzare questa argomentazione, del tutto condivisibile, per capovolgere il ragionamento, sostenendo che, affermando la continuit\u00e0, si deve poter ammettere che un rito e quello che lo riforma, sono parimenti legittimi. Questo non \u00e8 un ragionamento, ma un sofisma, perch\u00e9 elimina la \u201cstoria\u201d come fattore decisivo per evitare la contraddizione. Mi spiego. Ci\u00f2 che era fino al 1969 il \u201crito romano\u201d, \u00e8 diventato, a partire dal 1970, una cosa diversa, restando se stesso. Nella storia si pu\u00f2 capire bene che non vi \u00e8 contraddizione tra una celebrazione del 1673 e una del 1994. Ma se nel 2010 si \u00e8 preteso di poter celebrare, indifferentemente, o con il rito del 1673 o con quello del 1994, allora si crea, inevitabilmente, una contraddizione patente e inaggirabile. Poich\u00e9 il bambino si veste da bambino e il vecchio da vecchio: nella storia del soggetto non vi \u00e8 contraddizione. Ma se, contemporaneamente, un bambino pu\u00f2 vestirsi da bambino o da vecchio, allora la contraddizione si pu\u00f2 spiegare o con il carnevale o con la difficolt\u00e0 del soggetto. Pertanto io trovo veramente singolare che si invochino le chiare parole di SC e di IGMR, che giustificano la discontinuit\u00e0 della Riforma per affermare la continuit\u00e0 della tradizione, al solo scopo di sostenere la contemporanea vigenza di un rito e di quello che \u00e8 stato la ragione della riforma, a causa dei suoi limiti e dei suoi difetti. D&#8217;altra parte, appena si esce dalla astrazione e si va nel concreto, questo \u00e8 evidentissimo: come si pu\u00f2 ritornare ad una \u201cliturgia della parola povera\u201d? Come si pu\u00f2 aver nostalgia di una preghiera universale del venerd\u00ec santo che chiama \u201cinfedeli\u201d i fratelli maggiori? La contraddizione tra le due forme rituali appare nel momento in cui, levata la storia, si pretende di equipararle astrattamente. Questo \u00e8 il tentativo pericoloso operato dal MP Summorum Pontificum, fuori da ogni tradizione, e con gli esiti inevitabilmente laceranti che conosciamo. <\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span>b) Veniamo alla seconda questione. La partecipazione attiva, come spesso si dimentica, \u00e8 la vera ragione della Riforma Liturgica. Tutto ci\u00f2 che \u00e8 stato progettato da SC \u00e8 al fine di promuovere una \u201cforma di partecipazione\u201d al mistero del culto che esca dal modello \u2013 classico per i laici \u2013 della passiva assistenza. Non dobbiamo dimenticare che ancora <i>Mediator Dei<\/i> formulava cos\u00ec il modo con cui i \u201claici\u201d dovevano \u201cassistere\u201d alla messa, maturando nell&#8217;animo \u201cgli stessi sentimenti di Cristo\u201d in modo indipendente rispetto ai riti. Fare della liturgia i \u201criti e preghiere\u201d cui tutti prendono parte \u2013 sia pure nella diversit\u00e0 dei ministeri \u2013 determina la esigenza di una complessiva riforma di tutti gli ordines. Per questo, osservando la storia degli ultimi 60 anni, dobbiamo riconoscere che la esigenza di \u201cactuosa participatio\u201d, avendo determinato la Riforma liturgica, non possa essere compatibile con gli \u201cordines\u201d precedenti alla riforma. Altrimenti dovremmo pensare che la Riforma liturgica abbia inutilmente modificato sequenze rituali, testi e gesti che, gi\u00e0 in quanto tali, potevano favorire questa forma piena di partecipazione. Il \u201cChristus totus\u201d, che il prof. Silvestre giustamente cita come uno dei concetti-chiave, non ammette una partecipazione solo \u201cper classi\u201d. Di qui discende una conseguenza molto semplice: solo con il NO si pu\u00f2 garantire la partecipazione voluta da SC, non con il VO, visto che, per conseguirla, SC chiede che gli ordines vengano modificati. Per questo, qualche anno fa, ad una domanda che mi veniva rivolta, sulla ipotesi di partecipare ad una celebrazione secondo il VO, io risposi che SC me lo impediva: non potevo tornare ad essere muto spettatore di un rito destinato solo al clero, ma dovevo partecipare all&#8217;unica azione \u2013 di Cristo e della Chiesa \u2013 cos\u00ec come il NO, in continuit\u00e0 con la tradizione, mi consente di fare. <\/span><\/p>\n<p><span>Le due questioni, come si vede, sono strettamente correlate. In ragione di un concetto pi\u00f9 profondo di \u201cpartecipazione\u201d &#8211; dove \u00e8 in gioco la comune partecipazione all&#8217;unica azione di Cristo \u2013 si \u00e8 iniziata 50 anni fa una Riforma al servizio della continuit\u00e0 della tradizione. Introdurre, improvvisamente nel 2007, una smentita di ci\u00f2, rendendo possibile ad ogni prete \u2013 senza alcuna condizione &#8211; di poter celebrare \u201csenza popolo\u201d indifferentemente con il rito vigente o con il rito non pi\u00f9 vigente mi sembra un cedimento grave ad una lettura nostalgica e individualistica della tradizione, che sottrae ai Vescovi la guida della liturgia nella propria diocesi. Questo modello di \u201cchiesa universale\u201d \u00e8 troppo funzionale all&#8217;invidualismo clericale per poter aspirare ad essere veramente credibile.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Contraddizione e partecipazione: il dialogo continua &nbsp; Il post precedente (Amicus Praefectus&#8230;) \u00e8 stato ripreso dal Blog di Matias Aug\u00e9, e nei commenti a quella pubblicazione \u00e8 intervenuto il prof. 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