{"id":3472,"date":"2010-03-30T10:20:00","date_gmt":"2010-03-30T08:20:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/insipienza-liturgica\/"},"modified":"2015-02-04T12:19:53","modified_gmt":"2015-02-04T11:19:53","slug":"insipienza-liturgica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/insipienza-liturgica\/","title":{"rendered":"Insipienza liturgica"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/botteffata1.jpg\"><img decoding=\"async\" style=\"float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 295px;\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/botteffata1.jpg\" border=\"0\" alt=\"\" id=\"BLOGGER_PHOTO_ID_5454355469152876594\" \/><\/a><\/p>\n<div><b>Quali sono le ragioni di una \u201criforma della riforma\u201d?<\/b><\/div>\n<div><b>Cinque domande di un teologo a un Maestro<\/b><\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n<div>La pubblicazione sul \u201cRegno\u201d (5\/2010, 137-143) della Conferenza sul tema \u201cIntroduzione allo spirito della liturgia\u201d, tenuta recentemente da Mons. Guido Marini a Genova e a Roma, suscita nel lettore una serie di reazioni molto diversificate: accanto al consenso su alcune evidenze di fondo, si fanno spazio diverse ragioni di perplessit\u00e0 e persino una serie di pressanti preoccupazioni, dovute al manifestarsi nel testo di una lettura della \u201cattualit\u00e0 liturgica\u201d che sembra ispirata da sentimenti (e da fonti) troppo unilaterali e come isolate dal grande corpo ecclesiale. In particolare \u00e8 degno di nota il fatto che la conclusione della riflessione, quando auspica con eccessiva semplicit\u00e0 una \u201criforma della riforma\u201d, non riesce a giustificare questo \u201ceffetto\u201d indicando cause veramente fondate. Bisogna dirlo apertis verbis: la \u201criforma della riforma\u201d non \u00e8 affatto \u2013 come sembra suggerire il testo &#8211; l\u2019approfondimento del Movimento liturgico n\u00e9 rappresenta in alcun modo la conclusione inevitabile di chi presuma di aver colto l\u2019autentico spirito della liturgia. <\/div>\n<div>Per questo mi sembra opportuno, in qualit\u00e0 di teologo che si occupa di liturgia, formulare 5 domande \u2013 con tutta la necessaria schiettezza e parresia &#8211; al Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Sono convinto che tali domande possano suscitare un utile dibattito e un chiarimento necessario, perch\u00e9 la comunione ecclesiale possa essere salvaguardata e promossa, evitando certamente inutili discontinuit\u00e0 senza tradizione, ma anche disperate o presuntuose nostalgie senza prospettive.<\/div>\n<div><\/div>\n<div>a) Prima domanda: come spiegare che la liturgia \u00e8 \u201csacra\u201d?<\/div>\n<div><\/div>\n<div>Il carattere di \u201cactio sacra\u201d della liturgia viene giustamente sottolineato dalla conferenza di Mons. G. Marini. Tuttavia, a ben vedere,  questo carattere \u201csacro\u201d viene semplicemente presentato come \u201cci\u00f2 che \u00e8 sottratto all\u2019arbitrio dell\u2019uomo\u201d.  Quando la sacralit\u00e0 viene definita in questo modo, senza recuperare tutto lo spessore della \u201cesperienza del sacro\u201d che l\u2019uomo sperimenta in essa, si perde di vista, in una forma progressivamente sempre pi\u00f9 pesante, che il Movimento Liturgico ha riscoperto la liturgia non solo come azione di Dio, ma anche come azione dell\u2019uomo, e ha cos\u00ec superato la separazione clero\/laici nell\u2019atto liturgico, ha riscoperto la liturgia della parola come una forma di presenza del Signore, ha recuperato il valore della esteriorit\u00e0 corporea, simbolica e rituale, per l\u2019atto di fede, ecc. ecc.. Qui invece \u00e8 evidente come la sottolineatura dell\u2019aggettivo \u201csacro\u201d porti il relatore a una rilettura del Movimento liturgico che si caratterizza esclusivamente come scoperta della sola azione di Dio nel culto, come competenza esclusiva del clero con ridimensionamento della \u201cassemblea celebrante\u201d, come riduzione della liturgia della parola ad \u201cazione secondaria\u201d ecc. ecc. Pi\u00f9 che di \u201criforma della riforma\u201d, almeno in questo uso unilaterale dell\u2019aggettivo \u201csacra\u201d riferito alla liturgia, si vuole di fatto mettere in questione l\u2019obiettivo pi\u00f9 importante della riforma stessa. Detto in altri termini: se la \u201criforma della riforma\u201d volesse ripristinare una \u201csacralit\u00e0 liturgica\u201d che dispensasse il popolo di Dio dalla partecipazione attiva, sarebbe solo un\u2019operazione retorica con cui non si vorrebbe affatto \u201cperfezionare\u201d ci\u00f2 che \u00e8 stato operato dalla Riforma, ma si intenderebbe piuttosto contraddire e smentire la riforma stessa. Le parole di Mons. Marini, pertanto, debbono essere oggetto di accurata precisazione, se non vogliono giungere a risultati che certamente il Maestro delle Celebrazioni non vuole (e soprattutto non pu\u00f2) sostenere. Per questo vorrei chiedergli, cordialmente: che cosa pensa Mons. Marini di queste letture, che tendono ad appiattire il suo pensiero su quello dei  pochi (e incompetenti) laudatores temporis acti?   <\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n<div>b) Seconda domanda: come evitare che il discorso sull\u2019orientamento sia disorientante?<\/div>\n<div><\/div>\n<div>E\u2019 giusto dire che intorno alla questione dell\u2019orientamento  della preghiera liturgica si \u00e8 condotta una battaglia ideologica non pienamente giustificata. Ed \u00e8 vero, pure, che l\u2019orientamento all\u2019abside o quello \u201cversus popolum\u201d della celebrazione rappresentano due grandi tradizioni, che hanno entrambe le loro ragioni e che non possono essere oggetto, semplicemente, di una reciproca scomunica. Ma quando, a partire dalla naturale dialettica tra due letture diverse della posizione del popolo e di chi presiede rispetto all\u2019altare, si tenta di descrivere una posizione (quella circolare) in modo unilaterale e ingiusto e si propone una soluzione (mediante la croce) che scavalca la tradizione, imponendo come soluzione un criterio estrinseco, allora si finisce per avvalorare un effetto \u201cdisorientante\u201d della discussione sull\u2019orientamento. <\/div>\n<div>In effetti, non si fa un grande servizio alla ricostruzione storica della vicenda quando si riduce il mutamento di orientamento, introdotto autorevolmente dalla Riforma liturgica, all\u2019idea che \u201csacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente\u201d, visto che il nuovo modello di orientamento si interpreta come preghiera dei battezzati \u201ccircumstantes\u201d, che non stanno \u201cfaccia a faccia\u201d, ma \u201ctutti intorno\u201d al Signore, altare e vittima. Entrambi i modelli classici, dunque, si \u201crivolgono\u201d al Signore: uno propone l\u2019orientamento al Signore che ritorna, l\u2019altro al \u201ccorpo sacramentale del Signore\u201d. In tal modo entrambi propongono \u2013 suo modo \u2013 una continuit\u00e0. Mentre l\u2019unica discontinuit\u00e0 certa, almeno sul piano liturgico, \u00e8 la soluzione che viene proposta di orientare lo sguardo alla croce.<\/div>\n<div>Per questo vorrei domandare a Mons. Marini: perch\u00e9 mai l\u2019unica discontinuit\u00e0 dovrebbe assicurare la continuit\u00e0, mentre uno degli stili classici della celebrazione deve essere descritto in modo cos\u00ec riduttivo e sgarbato?   <\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n<div>c) La partecipazione attiva ha a che fare anche con le azioni dell\u2019uomo?<\/div>\n<div><\/div>\n<div>Viene ora una domanda bruciante: quale deve essere considerata la \u201ccomprensione corretta\u201d della partecipazione attiva? Mons. Marini opera qui una grande e rischiosa \u201criduzione\u201d. Partecipare attivamente significa, a suo avviso, prendere parte ad una azione principale, che \u00e8 l\u2019azione di Dio stesso, l\u2019opera salvifica in Cristo, che si realizza nel canone eucaristico. E, dopo aver citato SC 48 \u2013 il che risulta a dir poco sorprendente \u2013 egli aggiunge che \u201crispetto a questo tutto il resto \u00e8 secondario\u201d e in particolare egli intende riferirsi alla liturgia della Parola. <\/div>\n<div>Come \u00e8 evidente, \u00e8 chiaro che la stessa presentazione di una nozione cos\u00ec \u201ccontratta\u201d di partecipazione tende a tradurre l\u2019azione liturgica nella azione di grazie del chierico rispetto a cui al popolo non resta che \u201cprender parte\u201d nella forma della adorazione. Ma qui non resta quasi pi\u00f9 nulla come motivazione di una Riforma liturgica, che muove dalla esigenza che siano i \u201criti e le preghiere\u201d (secondo SC 48) a costituire le mediazioni primarie (e comuni a tutti i battezzati) della partecipazione. Nella lettura che Mons. Marini propone, invece, tutti i riti e le preghiere \u2013 fatta eccezione per il canone \u2013 sono solo \u201celementi secondari\u201d rispetto a un atto di adorazione che resta \u201caltro\u201d rispetto alla celebrazione rituale. Se cos\u00ec fosse, veramente la \u201criforma della riforma\u201d sarebbe gi\u00e0 compiuta. Sarebbe sufficiente mutare in questo modo il modello di partecipazione dei fedeli, tornando allo stile \u201cpreconciliare\u201d, per considerare tutta la Riforma liturgica come un\u2019attenzione dedicata a \u201cci\u00f2 che \u00e8 secondario\u201d, mentre il primato resterebbe ad una relazione intellettuale o sentimentale con l\u2019azione essenziale di adorazione. <\/div>\n<div>Mi chiedo, pertanto: in tutta questa teoria della partecipazione, Mons. Marini si occupa della \u201cteologia della liturgia\u201d in un modo cos\u00ec astratto, che sembra ridurre i riti ai \u201criti essenziali\u201d: ma, in tal caso, bisogna chidersi se vi sia ancora bisogno di un Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche, o se non basta  un semplice Ufficio delle Cerimonie.  Ha senso un Ufficio cos\u00ec importante per occuparsi soltanto di \u201cazioni  secondarie\u201d?   <\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n<div>d) L\u2019adorazione pu\u00f2 far rima con processione? La bocca \u00e8 davvero pi\u00f9 pura delle mani?<\/div>\n<div><\/div>\n<div>La \u201cquerelle\u201d sulla distribuzione della comunione, che attraversa il corpo ecclesiale degli ultimi anni, viene ripresa e rilanciata dalla conferenza di Mons. Marini in una forma quanto mai incisiva. Ma l\u2019interpretazione di una decisione \u201coperativa\u201d da parte di Benedetto XVI viene proiettata addirittura come criterio generale di comprensione dei \u201criti di comunione\u201d in termini di adorazione, facendo dipendere tale verit\u00e0 dalla \u201cdistribuzione della santa comunione direttamente sulla lingua e in ginocchio\u201d. Nulla lascia supporre che la liturgia della messa di Paolo VI proponga un rito di comunione dell\u2019assemblea  in forma di processione \u2013 diversamente dal rito di Pio V, che in origine neppure prevedeva un rito di comunione diverso da quello celebrato esclusivamente dal presbitero. Cos\u00ec si fa discendere la \u201cadorazione\u201d da una forma di distribuzione della comunione che ha caratterizzato lunghi secoli di \u201ccomunione fuori della messa\u201d. Che dire, invece, del \u201crito di comunione\u201d che prevede la processione dell\u2019assemblea al pane spezzato  e al calice condiviso? E chiedo: perch\u00e9 mai, anzich\u00e9 potenziare e approfondire la processione di comunione come atto ecclesiale, ci si rifugia nella evidenza individualistica di una comunione che di per s\u00e9 potrebbe realizzarsi \u201cfuori\u201d del contesto celebrativo? Quale competenza avrebbe, su questa pratica di devozione individuale, un Ufficio delle Celebrazioni, che si prende cura dei \u201criti\u201d? Non vi \u00e8, proprio qui, una sorprendente confusione di livelli e di competenze, con la rinuncia da parte del Maestro ad occuparsi di ci\u00f2 che \u2013 ex officio \u2013 sarebbe necessario garantire e promuovere?           <\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n<div>e) Le intenzioni  e le affermazioni: quanta retorica si pu\u00f2 sopportare?<\/div>\n<div><\/div>\n<div>Infine, ma forse dovremmo dire anzitutto, bisogna chiarire che dal discorso di Mons. Marini si desume &#8211; per quanto in modo molto garbato e delicato, ma pur sempre con una grande evidenza &#8211; un giudizio poco lusinghiero, talora anche ingeneroso, verso la Riforma liturgica realizzata in seguito al Concilio Vaticano II. Pur accordando in generale un grande valore alla sintesi conciliare,  il testo rivela ben presto un\u2019altra sensibilit\u00e0, pi\u00f9 preoccupata di evitare gli abusi che di recuperare gli usi, pi\u00f9 sensibile alla prospettiva canonico-disciplinare che a quella simbolico-rituale. <\/div>\n<div>Curiosamente, tale prospettiva piuttosto limitata raggiunge il suo punto di maggiore evidenza quando Mons. Marini propone un bilancio conclusivo delle sue considerazoni, E proprio qui si aprono le crepe maggiori del testo. Vi si afferma che <\/div>\n<div><\/div>\n<div>\u201cormai da alcuni anni nella Chiesa, a pi\u00f9 voci, si parla della necessit\u00e0 di un nuovo rinnovamento liturgico\u201d. <\/div>\n<div><\/div>\n<div>A che cosa si riferisce? A quali fenomeni? A quali \u201cvoci\u201d? Se poi si continua a leggere, si capisce che di tratta <\/div>\n<div><\/div>\n<div>\u201cdi un movimento, in qualche modo analogo a quello che pose le basi per la riforma promossa dal concilio Vaticano II, che sia capace di operare una riforma della riforma, ovvero ancora un passo avanti nella comprensione dell\u2019autentico spirito liturgico e della sua celebrazione: portando cos\u00ec a compimento quella riforma provvidenziale della liturgia che i padri conciliari avevano avviato, ma che non sempre, nell\u2019attuazione pratica, ha trovato puntuale e felice realizzazione. \u201c <\/div>\n<div><\/div>\n<div>Qui il teologo domanda al Maestro: che bisogno c\u2019\u00e8 di pensieri tanto contorti? Non si pu\u00f2 dire apertamente ci\u00f2 che si pensa? Non dovrebbe essere chiaro a tutti, che non si pu\u00f2 volere, nello stesso tempo, la Riforma e la Riforma della riforma? <\/div>\n<div><\/div>\n<div>La verit\u00e0 \u00e8 che tra Riforma e \u201cRiforma della Riforma\u201d bisogna accollarsi l\u2019onere di una scelta, soprattutto se si esercita il ruolo di Maestri delle Cerimonie: non si pu\u00f2 chiamare rinnovamento la nostalgia spaventata, non si possono confondere le paure con i problemi e le fantasie con le soluzioni. Se la riforma \u00e8 attuata male, bisogna attuarla bene, non contraddirla. Se invece si \u00e8 favorevoli a una radicale correzione della Riforma, bisogna dirlo chiaramente e trarne le conseguenze ecclesiali e personali necessarie, almeno in termini di consenso e di comunione. <\/div>\n<div>Cos\u00ec mi sono permesso di interrogare direttamente e schiettamente Mons. Marini sul testo della sua conferenza, perch\u00e9 le perplessit\u00e0 che si alzano dalle comunit\u00e0 ecclesiali e dai loro pastori sono consistenti, anche se espresse con reticenza  e con malcelato imbarazzo. Di fronte a questa situazione tocca al teologo dar voce alla difficolt\u00e0 ecclesiale: fa parte dei suoi doveri di servizio alla verit\u00e0 e alla comunione. Soprattutto perch\u00e9 non si parli pi\u00f9 \u2013 da parte di ambienti troppo sprovveduti e isolati &#8211; di \u201cnuovo movimento liturgico\u201d per evocare soltanto paura e diffidenza nei confronti di una Riforma liturgica che non pu\u00f2 non essere, per tutti, la via principe verso un profondo e quanto mai necessario rinnovamente della vita cristiana e della stessa Chiesa.  <\/div>\n<div><\/div>\n<div>  <\/div>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quali sono le ragioni di una \u201criforma della riforma\u201d? 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