{"id":3463,"date":"2011-05-29T23:17:00","date_gmt":"2011-05-29T21:17:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/questione-liturgica-e-soluzioni-illusorie\/"},"modified":"2015-02-04T12:19:52","modified_gmt":"2015-02-04T11:19:52","slug":"questione-liturgica-e-soluzioni-illusorie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/questione-liturgica-e-soluzioni-illusorie\/","title":{"rendered":"Questione liturgica e soluzioni illusorie"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ihu.jpg\"><img decoding=\"async\" style=\"float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 235px; height: 304px;\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ihu-231x300.jpg\" border=\"0\" alt=\"\" id=\"BLOGGER_PHOTO_ID_5613933645084847730\" \/><\/a><\/p>\n<p><span style=\"font-weight:bold;font-size:130%;\">Per una \u201cEcclesia\u201d davvero \u201cUniversa\u201d e per \u201cPontifices\u201d davvero \u201cSummi\u201d.<\/p>\n<p><\/span>Intervista di Moises Sbardelotto ad Andrea Grillo<br \/>(pubblicata sulla rivista brasiliana on-line IHU.unisinos.br del 29 maggio 2011)<\/p>\n<p>\u2022 <span style=\"font-weight: bold;\">Come interpreta la pubblicazione della istruzione \u201cUniversae Ecclesiae\u201d nel momento presente della Chiesa? Secondo lei, quali sono state le vere intenzioni del Vaticano con questo provvedimento? <\/span><\/p>\n<p>Il documento \u201cUniversae Ecclesiae\u201d estende l&#8217;ambito operativo del Motu Proprio \u201cSummorum Pontificum\u201d, ossia la estensione personale e territoriale di una pretesa di parallelismo rituale che instaura una co-vigenza tra rito ordinario e rito straordinario, cosa che \u2013 gi\u00e0 a prima vista \u2013 si rivela incoerente, inefficace e gravemente pericolosa per la comunione ecclesiale. Con la pretesa di consentire una duplice vigenza di forme diverse e non armoniche del medesimo rito romano, si determina progressivamente un conflitto indominabile tra tempi, spazi, abiti, riti, calendari, ministeri, codici, competenze diversi. L\u2019estensione riguarda sia le abilitazioni soggettive al rito, ossia i criteri con cui i soggetti possono vantare diritti in materia, sia le finalit\u00e0 oggettive del rito, che pi\u00f9 esplicitamente vengono definite &#8220;pastorali&#8221;. In realt\u00e0, questo documento, nonostante le buone intenzioni, rischia di rendere impossibile qualsiasi pastorale liturgica, poich\u00e9 ha un effetto pericolosamente disorientante su tutti: anzitutto sui vescovi, che perdono il controllo delle diocesi, poi sui preti e infine anche sui laici, per il fatto che sottrae alla Riforma la sua necessit\u00e0.<\/p>\n<p>\u2022 <span style=\"font-weight: bold;\">In termini teologico-liturgici generali, cosa distingue il rito straordinario (tridentino) e il rito ordinario (post-Vaticano II)? Che \u201cmistero\u201d e che \u201cchiesa\u201d sono enfatizzate in ciascuno di loro?<\/span><\/p>\n<p>Si tratta di due forme dello stesso rito, di cui quella pi\u00f9  recente (post-Vaticano II) \u00e8 pi\u00f9 antica di quella tridentina. \u00c8 utile leggere un libro, di Francois Cassingena-Trevedy, che si intitola \u201cTe igitur\u201d, dal quale si capisce bene come il rito tridentino sia un rito \u201ctipicamente moderno\u201d, che oggi rileggiamo in modo individualistico, soggettivistico e borghese. Il passaggio da questa prima forma moderna del rito romano alla seconda forma, post-conciliare, comunitaria, relazionale, simbolico-rituale, \u00e8 avvenuto attraverso un Concilio e una lunga fase di riforma, che \u00e8 stata causata dai limiti, dalle lacune, dalle unilateralit\u00e0 del rito tridentino, di cui la Chiesa si era progressivamente accorta, a partire dal XIX secolo. Il passaggio che la Riforma vuole promuovere riguarda il soggetto che celebra (dal solo prete al rapporto assemblea\/ministri), il rito (che non \u00e8 pi\u00f9 solo da osservare da parte di un singolo, ma \u00e8 da celebrare da parte di una comunit\u00e0), la relazione con Dio (che da monologica diventa dialogica), la parola di Dio (che ora ha spazio, visibilit\u00e0 sacramentale e ricchezza molto pi\u00f9 significativa), il ruolo della comunione (che ora \u00e8 compiuta da tutti come una azione rituale della messa e non pi\u00f9 come devozione privata). Tutti questi passaggi rappresentano gli stadi diversi di un medesimo rito romano. Bisogna notare che le due forme sono in continuit\u00e0 (e garantiscono continuit\u00e0) nella loro successione diacronica. Se con una finzione giuridica si rendono queste diverse forme contemporanee e oggetto di scelta opzionale, si crea una situazione ibrida e anomala, priva di certezza e di orientamento, che presto si rivela un pasticcio, con il quale si introduce una grave discontinuit\u00e0 nella tradizione del rito romano. La continuit\u00e0 \u00e8 garantita dalla successione di forme diverse del medesimo rito, mentre il fatto di rendere contemporaneamente accessibili forme diverse di questo sviluppo storico del medesimo rito significa introdurre una rottura inedita e una discontinuit\u00e0 strutturale nella tradizione ecclesiale.<br \/>Mi pare che la affermazione che su questo piano risulta pi\u00f9  paradossale e pi\u00f9 grave sia la \u201cassoluta libert\u00e0\u201d riconosciuta al singolo prete, o vescovo, nella sua celebrazione \u201csenza popolo\u201d, di poter scegliere la forma ordinaria o straordinaria, senza dover rendere conto a nessuno: la Riforma liturgica diventa cos\u00ec un mero \u201coptional\u201d della stessa identit\u00e0 ministeriale. Anche questo \u00e8 un \u201cmonstruum\u201d inedito rispetto alla tradizione della Chiesa.<br \/>Mi chiedeva anche del \u201cmistero\u201d e della \u201cChiesa\u201d: mi pare che sia innegabile come una forma rituale descriva e proponga, allo stesso tempo, un modello di oggetto (il mistero di Cristo) e di soggetto (il mistero della Chiesa). Il mistero e la chiesa prendono figura nel rito celebrato. Ora, \u00e8 evidente come il rito tridentino affidi larga parte della mediazione esclusivamente al ministro ordinato, con una deriva pericolosamente clericale della identit\u00e0, degli stili retorici, delle forme dell\u2019esercizio della autorit\u00e0. \u00c8 il prete ad avere a che fare con il mistero e con la Chiesa. D\u2019altra parte \u00e8 il prete a essere competente del rito, non la assemblea, che si limita ad assistere e \u2013 nel frattempo \u2013 esercita la propria devozione su altri testi e con altri riti. I riti e le preghiere non sono comuni. Il rito post-conciliare, invece, prova a mostrare meglio una \u201cpresenza di Cristo\u201d mediata in molti modi, articolando meglio carismi, ministeri, soggetti, funzioni, tempi, spazi, ecc. E lo fa pretendendo che il rito diventi \u201clinguaggio comune di tutta la Chiesa\u201d. Per questo, come dicevo all\u2019inizio, il rito che \u00e8 scaturito dalla Riforma liturgica \u00e8 \u201cpi\u00f9 antico\u201d di quello tridentino, perch\u00e9 prova a incamminarsi verso quel superamento dell\u2019individualismo \u2013 tanto clericale quanto laicale \u2013 che caratterizza in modo cos\u00ec forte quella versione moderna del rito romano che \u00e8 il rito tridentino.<\/p>\n<p>\u2022 <span style=\"font-weight: bold;\">L&#8217;\u201cUniversae Ecclesiae\u201d si manifesta come una risposta ai fedeli che \u201channo espresso il vivo desiderio di conservare la tradizione antica\u201d (n. 5). Nel fondo, che cosa significa la Tradizione per la vita della Chiesa, specialmente sul tema liturgico? <\/span><br \/>Conservare la tradizione antica \u00e8 il grande obiettivo della cura pastorale per la liturgia, che l\u2019ultimo secolo e mezzo aveva avuto difficolt\u00e0 a mantenere viva e che viene ora garantito dal rito di Paolo VI. Nel periodo che ha preparato il Concilio ci si era resi conto che lo sviluppo post-tridentino della tradizione aveva sempre pi\u00f9 offuscato il suo senso e la sua radice, irrigidendosi in una pletora e di norme e di forme insostenibili. Da questa difficolt\u00e0 di quasi due secoli \u00e8 sorto il desiderio di \u201cadattare\u201d e di \u201caggiornare\u201d le pratiche rituali, al fine di recuperare il loro valore di fonte per la identit\u00e0 cristiana. La tradizione, infatti, per avere continuit\u00e0, deve saper cambiare. Se invece affianchiamo alla tradizione rinnovata una tradizione vecchia, permettiamo ad una nostalgia di corto respiro di minacciare la tradizione stessa, di interromperne le vie di comunicazione e di trasformazione principali. La tradizione muta nel tempo, ma diventa tradizionalismo quando non accetta questo strutturale cambiamento e si fissa in modo rigido, con pretese della perennit\u00e0. In questo modo muore la tradizione: in nome di attaccamenti personali e di sensibilit\u00e0 nostalgiche.<\/p>\n<p>\u2022 <span style=\"font-weight: bold;\">Il cosiddetto Messale di Giovanni XXIII, del 1962, risale al Papa Pio V, nel XVI secolo. Cosa significa, in questo senso, la ripresa oggi di un messale della Controriforma? <\/span><br \/>Il messale del 1962 non \u00e8 soltanto l&#8217;ultima versione del messale di Pio V, ma \u00e8 anche un atto profetico con cui Giovanni XXIII diede alla chiesa un testo provvisorio &#8211; e sottolineo \u201cprovvisorio\u201d, perch\u00e9 cos\u00ec lo considera esplicitamente lo stesso papa Giovanni &#8211; in attesa della riforma che si sarebbe fatta alla luce degli &#8220;altiora principia&#8221; che sarebbero stati espressi  dal Concilio Vaticano II, che nel 62 era stato gi\u00e0 indetto. Negli anni scorsi una parte minoritaria e estremista della Curia Romana aveva osato chiamare questa piccola e marginale edizione del Messale tridentino, \u201cla grande Riforma di Giovanni XXIII\u201d: si tratta di una mistificazione senza verit\u00e0 e senza pudore. Il Messale del 62 \u00e8 un testo di transito, di passaggio, contingente e provvisorio, secondo quanto ne dice, gi\u00e0 nel 1960, lo stesso papa Giovanni, nel Motu Proprio \u201cRubricarum Instructum\u201d. \u00c8 dunque tanto pi\u00f9 obiettivamente difficile &#8220;riprendere&#8221; o \u201crisuscitare\u201d il messale del 62, sia perch\u00e9 il papa successivo, Paolo VI, voleva che fosse superato e sostituito, sia perch\u00e9 Giovanni XXIII, lo stesso papa che lo aveva approvato, lo riteneva strutturalmente provvisorio. Considerare vigente il Messale del 1962 costituisce una finzione giuridica che non regge n\u00e9 di fronte a Paolo VI n\u00e9 di fronte a Giovanni XXIII. Ed \u00e8 una finzione giuridica tanto pi\u00f9 grave perch\u00e9 escogitata per la prima volta dagli ambienti tradizionalistici, agli inizi della Riforma liturgica, per far resistenza alla Riforma stessa. Sorprende che il papa Benedetto abbia fatto propria una teoria tanto inconsistente sul piano giuridico e con conseguenze cos\u00ec incontrollabili sul piano liturgico, ecclesiale e spirituale.<\/p>\n<p>\u2022 <span style=\"font-weight: bold;\">L\u2019istruzione afferma che la celebrazione della Messa tridentina dev&#8217;essere fatta da un \u201csacerdote idoneo\u201d, che ha una \u201cconoscenza basilare\u201d della lingua latina, \u201cche permetta di pronunciare le parole in modo corretto e di capirne il significato\u201d. Come resta la partecipazione liturgica dei fedeli con l&#8217;uso di una lingua morta? Che significato acquisisce la persona del sacerdote? <\/span><br \/>Accanto alle finzioni giuridiche, che ho appena illustrato, il documento presume molti, troppi fatti inesistenti. Il latino non \u00e8 pi\u00f9 lingua d&#8217;uso, nemmeno nella Chiesa. Altro \u00e8 tradurre qualche riga del De bello gallico di Cesare, e altro \u00e8 celebrare un rito. Questa non \u00e8 solo la condizione dei preti che non studiano: questa \u00e8 una condizione comune a tutti gli uomini e le donne di oggi: nemmeno i papi hanno pi\u00f9 il latino come lingua d&#8217;uso. Non pensano pi\u00f9 in latino. Scrivono le encicliche in italiano, in polacco, in tedesco&#8230; Presumere che un dvd possa dare l&#8217;uso sensato della lingua rituale \u00e8 un sogno da visionari e una mistificazione grave e illusoria. Questo vale gi\u00e0 per i preti. Non parliamo dei laici. Con il latino, essi tornerebbero subito ad &#8220;assistere&#8221;, come dice esplicitamente la recente Istruzione UE. Ma questo \u00e8 proprio ci\u00f2 che il Concilio, nel 1963, auspica non debba succedere mai pi\u00f9 nella Chiesa e che cerca di superare proprio con la Riforma liturgica. Il Concilio promuove una Riforma perch\u00e9 tutti possano sentire il rito come \u201cproprio\u201d linguaggio.  Per questo \u00e8 molto difficile sostenere che il recente documento UE non sia contro la Riforma liturgica, visto che incoraggia una partecipazione che inevitabilmente \u00e8 quella da &#8220;muti spettatori&#8221;.<\/p>\n<p>\u2022 <span style=\"font-weight: bold;\">Nella lettera inviata ai vescovi nel 2007 in occasione del motu proprio, il Papa ha detto: \u201cNon c\u2019\u00e8 nessuna contraddizione tra l\u2019una e l\u2019altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c\u2019\u00e8 crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ci\u00f2 che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande\u201d. Cos\u00ec, \u00e8 possibile coniugare il \u201csacro\u201d e la \u201cliturgia\u201d senza \u201cnessuna rottura\u201d? <\/span><br \/>Il papa ha ragione se ci chiede di restare ben piantati nella dinamica di una storia che si articola nello spazio e nel tempo: nella successione storica delle due forme non c&#8217;\u00e8 nessuna contraddizione tra rito vecchio e rito nuovo. Ma appunto, solo nella successione temporale di due forme diverse! Se invece si pretende di far convivere nella stessa unit\u00e0 di spazio e tempo queste due forme, senza subordinarne una all\u2019altra in modo netto e definito, si perde immediatamente l&#8217;orientamento e cos\u00ec anche il senso della tradizione. La Riforma liturgica \u2013 dobbiamo ricordarlo a troppe menti che se lo sono dimenticate \u2013 \u00e8 stata un atto necessario, un passaggio che la Chiesa ha avvertito e giudicato, al suo pi\u00f9 alto livello, conciliarmente, un evento decisivo della propria identit\u00e0, mentre oggi UE e gi\u00e0 prima SP la riducono a un fatto semplicemente possibile, quasi ad un optional. Qui sta una differenza delicatissima, sottile come un capello, ma decisiva. Se si riconosce davvero la necessit\u00e0 storica della Riforma, non si pu\u00f2 proprio affiancarle di nuovo quel rito che essa ha voluto e dovuto intenzionalmente superare. Quando lo si fa, si altera irrimediabilmente tutto il senso e l&#8217;impatto dell&#8217;atto di riforma.<br \/>D\u2019altra parte, bisogna dire che se oggi ci si preoccupa di evitare che la tradizione subisca \u201crotture\u201d, bisogna evitare di procurarne di peggiori: se la polemica sulle \u201cermeneutiche del concilio\u201d \u00e8 ricondotta alla sua vera intenzione, \u00e8 facile vedere come non si tratta di contrapporre continuit\u00e0 e discontinuit\u00e0, ma di contrapporre due diverse accezioni di discontinuit\u00e0 (ossia la Riforma e la discontinuit\u00e0 tout court!). Ogni Riforma introduce un certo grado di discontinuit\u00e0 per poter garantire una pi\u00f9 profonda e autentica continuit\u00e0.<br \/>Mi si permetta di fare un esempio, non liturgico, ma disciplinare. Pensiamo a che cosa fu la Riforma tridentina dell\u2019episcopato, segnata dalla introduzione dell\u2019obbligo di \u201cresidenza\u201d. \u00c8 certo una grande discontinuit\u00e0 rispetto alle prassi dei secoli precedenti. Proprio questa discontinuit\u00e0, difesa e promossa per decenni e per secoli, ha prodotto lentamente una diversa visione dell\u2019episcopato, meno amministrativa e pi\u00f9 pastorale, meno imperiale e pi\u00f9 paterna, meno prefettizia e pi\u00f9 liturgica. Che cosa sarebbe accaduto se, con un Motu Proprio, un Papa della seconda met\u00e0 del 600 avesse affermato che la \u201cnon residenzialit\u00e0\u201d non era mai stata abrogata e che quindi, a loro scelta, i vescovi avrebbero potuto risiedere o non risiedere nella loro Diocesi, a seconda dei loro affetti, attaccamenti o appartenenze? \u00c8 solo un esempio per mostrare la contraddittoriet\u00e0 di una contemporanea assunzione di prospettive tra loro compatibili nel divenire della storia, ma che risultano del tutto incompatibili se assunte contemporaneamente.<\/p>\n<p>\u2022 <span style=\"font-weight: bold;\">Sulla stessa linea, come interpretare questa affermazione del Papa nella nostra epoca (\u201cpost-moderna\u201d, \u201cpost-metafisica\u201d, \u201cpost-rivoluzione tecnologica\u201d), infine, in un nuovo periodo storico? Le risposte precedenti \u2013 sia liturgiche o teologiche \u2013 rispondono ancora al momento attuale? <\/span><br \/>Bisogna osservare che qui siamo di fronte a un effetto modernistico del tradizionalismo e ad un effetto tradizionalistico del modernismo. Mi spiego. La nostalgia verso il rito non pi\u00f9 vigente viene trasformata in diritto soggettivo alla celebrazione secondo quell&#8217;assetto rituale, ecclesiale, spirituale. D&#8217;altra parte l&#8217;insistenza sul tema della libert\u00e0 e della accoglienza genera una chiesa senza pi\u00f9 pastorale. Per questo non \u00e8 sbagliato chiamare &#8220;monstruum&#8221; questa apparente soluzione, che rivela nello stesso tempo due difetti di speranza: vi \u00e8, in questi atti, come un eccesso di presunzione insieme ad un eccesso di disperazione. La presunzione consiste nella pretesa di poter scavalcare non solo la pastorale ordinaria delle diocesi e delle parrocchie, ma anche le soluzioni che al problema della \u201cgestione delle opzioni\u201d avevano dato i papi del Concilio e del post-concilio. Ma vi \u00e8 anche disperazione, perch\u00e9 non si ha pi\u00f9 fiducia nel fatto che la Riforma liturgica, pur con tutte le sue difficolt\u00e0, possa essere la scelta irrevocabile della tradizione cattolico-romana. Presunzione e disperazione minano la speranza, che la Riforma aveva riaperto e continua a sostenere, e della quale ha ancora bisogno, purch\u00e9 non venga minata alla base dalla \u201clegittima\u201d compresenza della sua negazione. Il papa pu\u00f2 appoggiare la Riforma liturgica, o pu\u00f2 contraddirla. Non pu\u00f2 fare nello stesso momento l\u2019una e l\u2019altra cosa, perch\u00e9 questo disorienterebbe progressivamente il corpo ecclesiale.<\/p>\n<p>\u2022<span style=\"font-weight: bold;\"> Il cardinale Kurt Koch ha recentemente dichiarato che questi provvedimenti sono i passi per una \u201criforma della riforma\u201d del Vaticano II, che segue ancora in cerca di un rito che equilibri gli estremi. Come la liturgia del Vaticano II potrebbe essere riletta nel contesto attuale? <\/span><br \/>Certo senza volere, il card. Koch ha affermato ci\u00f2 che il papa \u2013 almeno in quanto papa \u2013  ha ripetutamente negato. Che SP e UE vogliano introdurre una Riforma della Riforma non si pu\u00f2 desumere dal testo dei documenti. In essi infatti si pretende di riaffermare tutto il valore della Riforma liturgica. D&#8217;altra parte non solo alcuni osservatori, ma la quasi totalit\u00e0 dei vescovi e del popolo di Dio, se non vivono chiusi in un museo diocesano, avevano gi\u00e0 avvertito la strana contraddizione tra le parole e i fatti. Con il discorso del card. Koch sembra svelarsi l&#8217;arcano: se \u00e8 intenzione del papa fare una Riforma della Riforma, allora hanno ragione tutti coloro che vedono una grave minaccia per la Riforma liturgica in questi due atti del magistero. La favoletta a lieto fine risulta ora poco credibile, come quando lo stesso Koch dice che \u201cproprio i teologi che si erano impegnati nel movimento liturgico o che avevano partecipato ai lavori del Concilio sono presto divenuti seri critici degli sviluppi liturgici postconciliari\u201d. Non mi risulta affatto che sia cos\u00ec. Non mi pare di conoscere un solo teologo che prima fosse favorevole e che poi sia divenuto contrario. Tra coloro che oggi scrivono contro la Riforma non c\u2019\u00e8 un solo teologo che vi abbia partecipato. Scrive contro, normalmente, chi la conosce poco. Questi giudizi in libert\u00e0, se provengono da parte di chi dovrebbe pesare quello che dice a partire dalla propria responsabilit\u00e0, proiettano sulla realt\u00e0 i desideri di chi li pronuncia, mentre i fatti provvedono puntualmente a smentirli.<\/p>\n<p>\u2022 <span style=\"font-weight: bold;\">La istruzione del Vaticano, attraverso la ripresa del \u201cusus antiquior\u201d della liturgia, si propone l&#8217;obiettivo di \u201cfavorire la riconciliazione in seno alla Chiesa\u201d. Questo fine giustifica il mezzo scelto? <\/span><br \/>Ripeto che non \u00e8 legittimo parlare di &#8220;usus antiquior&#8221;. Lo chiamerei &#8220;uso pi\u00f9 vecchio&#8221;, o meglio ancora \u201cuso fuori uso\u201d, che se introdotto in un contesto pastorale armonico e di crescita ecclesiale, reca solo scompensi, conflitti, illusioni e frustrazioni. \u00c8 la smentita di 50 anni di scelte faticose, coraggiose e piene di benefici per la vita delle comunit\u00e0. L&#8217;intenzione e l&#8217;effetto non possono coincidere. Anzi si contraddicono, visto che la conformit\u00e0 del mezzo al fine \u00e8 proprio la questione centrale che suscita perplessit\u00e0 in questi provvedimenti. A mio avviso la logica dell&#8217;indulto \u00e8 l&#8217;unica a poter salvaguardare le scelte pastorali e le competenze episcopali. Mentre la &#8220;liberalizzazione&#8221;, nella forma che ha assunto ora con UE, disorienta e impedisce una qualsiasi pastorale unitaria e armonica. Di questo sono ben consapevoli tutti i vescovi che hanno una reale esperienza pastorale. I pochi che possono condividere questa scelta sono quelli che non hanno un popolo cui rispondere. Se si sta sempre chiusi in ufficio, o forse anche se si aspira a entrare in qualche ufficio, \u00e8 abbastanza facile pensare e dire con enfasi che questo documento porta solo pace e riconciliazione. Se solo si mette un piede fuori casa, e se si accetta di guardare in faccia la realt\u00e0, si capisce che si ottiene solo l&#8217;effetto contrario. Mi pare che questo dimostri un certo provincialismo tipico di quella mentalit\u00e0 curiale, che apre troppo poco le finestre per far entrare un po\u2019 di aria fresca. E che riduce il mondo all&#8217;idea che se ne \u00e8 fatta.<\/p>\n<p>\u2022 <span style=\"font-weight: bold;\">Alcuni commentatori suggeriscono che, dietro l&#8217;istruzione, sono messe in discussione delle differenze liturgiche tra l&#8217;\u201caltare del sacrificio\u201d e la \u201ctavola della cena\u201d. \u00c8 possibile risolvere questa tensione? <\/span><br \/>La tensione \u00e8 gi\u00e0 risolta dalla Riforma liturgica. La mensa \u00e8 altare. Questo comporta per\u00f2 un effetto molto importante in termini di spazio liturgico. La Riforma, come \u00e8 noto, comporta un adeguamento delle chiese. Con questi nuovi documenti, che introducono un parallelismo tra forme rituali non coerenti, si creer\u00e0 immediatamente una sorta di impedimento all&#8217;adeguamento da parte dell&#8217;uso vecchio. Nel nuovo rito mensa e altare possono convivere, nel vecchio no. Per questo la apparente tolleranza del SP e di UE introducono un fattore di intolleranza che pu\u00f2 lacerare ogni comunit\u00e0 ecclesiale, cosa che non si riesce a impedire con il semplice ossequio formale al nuovo rito. D&#8217;altra parte, come ho gi\u00e0 detto, sono gli stessi documenti a procedere con la stessa logica: formale ossequio alla Riforma e sottrazione progressiva delle ragioni della sua necessit\u00e0 procedono in essi di pari passo.<\/p>\n<p>\u2022<span style=\"font-weight: bold;\"> L&#8217;istruzione assicura ai fedeli interessati la \u201cfacolt\u00e0\u201d di riprendere la Messa tridentina, facolt\u00e0 che dev&#8217;essere concessa \u201cgenerosamente\u201d dai vescovi. Secondo lei, in che altri aspetti la \u201cgenerosit\u00e0\u201d papale ed episcopale deve manifestarsi di pi\u00f9? <\/span><br \/>Di per s\u00e9 la generosit\u00e0 \u00e8  sempre una cosa buona. Ma quella di questi documenti subisce una strutturale limitazione per il fatto che i destinatari sembrano molto vicini, per non dire identici, ai soggetti che promuovono gli atti stessi. \u00c8 vero che la generosit\u00e0 verso se stessi non \u00e8 solo un limite, ma quando \u00e8 cos\u00ec insistita, cos\u00ec reiterata, proposta con argomenti cos\u00ec deboli e cos\u00ec personali e sentimentali, lascia l\u2019impressione che in gioco ci sia anzitutto un rapporto con se stessi, non con gli altri. La generosit\u00e0 verso espressioni molto diverse dagli attaccamenti e dalle fissazioni rituali di un certo stile di vita curiale e clericale avrebbe certamente una forza profetica di gran lunga superiore. Ma questo \u00e8 forse pretendere troppo.<\/p>\n<p>\u2022 <span style=\"font-weight: bold;\">Secondo lei, quali sono stati il senso e il significato della riforma liturgica del Vaticano II, analizzandola a partire dagli sforzi di Paolo VI nella sua implementazione e delle recenti mosse di Benedetto XVI? (Sarebbe interessante fare una breve panoramica storica di questi movimenti) <\/span><br \/>La risposta a questa domanda deve essere necessariamente piuttosto ampia e deve ristabilire in primo luogo una corretta memoria di ci\u00f2  che \u00e8 accaduto negli ultimi due secoli, sostituendo i fatti alla mitologia illusoria che li ha sostituiti. Anzitutto si deve ricordare che la condizione della liturgia prima del Concilio Vaticano II versava in una grave crisi. Tale crisi era stata gi\u00e0 riconosciuta nei primi decenni del 1800 da uomini come Antonio Rosmini in Italia o Prosper Gueranger in Francia. Circa un secolo dopo, nei primi anni del 1900, \u00e8 nato il ML ufficiale con Pio X, Beauduin, Festugiere, Guardini, Casel &#8230; \u00c8 vero che tutti questi autori lavoravano e pensavano nell&#8217;ambiente del rito tridentino, ma preparavano un profondo ripensamento, che con Pio XII giunse a una prima svolta e cominci\u00f2 a progettare la riforma liturgica, che cominci\u00f2 con la fine degli anni 40 e non con il Concilio. Prima si mise mano alla Veglia Pasquale, poi alla Settimana Santa e poi, gi\u00f9 gi\u00f9, a tutti i riti cristiani. Questo periodo, che dura circa 40 anni &#8211; dal 48 all&#8217;88 &#8211;  realizza una grande riforma del rito romano, che nella nuova forma sostituisce la vecchia forma, a causa delle carenze di questa. La Riforma, tuttavia, non era il fine, ma lo strumento, per generare nel corpo ecclesiale una forma diversa di partecipazione, corporea e simbolica, comunitaria e dialogica. I riti sono il linguaggio comune a tutta la chiesa. Tornare all&#8217;uso del rito prevale ora sul timore dell&#8217;abuso. In questo spazio, reso possibile dal nuovo modo di riferirsi ad esso &#8211;  non pi\u00f9 solo &#8220;ritus servandus&#8221; ma &#8220;ritus celebrandus&#8221;, non pi\u00f9 solo individuale, ma comunitario, non pi\u00f9 preoccupato del minimo necessario, ma del massimo gratuito &#8211; in questo mare magno per\u00f2 si comincia a perdere la memoria di questo cammino di molte generazioni, ci si ritrova nel deserto della lenta trasformazione e di fronte alle nuove difficolt\u00e0 che sollecitano ad assumere la partecipazione di tutti all&#8217;unica azione come logica del culto ecclesiale, in ambienti del tutto minoritari, con qualche legame con il tradizionalismo scismatico lefebvriano, si fa strada l&#8217;idea che la crisi sia causata dalla Riforma. E che tornando a prima di essa ci sarebbe qualche speranza in pi\u00f9. Si prende per speranza una mescolanza veramente tossica di presunzione e di disperazione. Ci sono autori, come Messori o Bux o altri giornalisti, che hanno ripetuto negli ultimi anni questo paralogismo fino alla noia, pensando che la crisi liturgica cominci dal Concilio: il che \u00e8 possibile dire solo ignorando totalmente ci\u00f2 di cui si parla. L&#8217;abbaglio \u00e8 sorprendente e pu\u00f2 confermarsi solo se evita accuratamente ogni contatto con la realt\u00e0. Ma, appunto, tanto si conferma in questa distanza da ogni pastorale concreta, quanto risulta incomprensibile e direi quasi scandaloso per ogni forma di serio impegno pastorale. Oggi siamo su questo crinale delicato, che con molta pazienza e grande decisione deve essere affrontato e superato. Ma possiamo affrontarlo solo in quello Spirito che grazie al Concilio Vaticano II \u201cabbiamo visto chiaramente passare tra noi (e chi ora lo nega, e c\u2019era, purtroppo sa bene che cosa fa: la sua parlata lo tradisce)\u201d, come ha scritto acutamente  Pierangelo Sequeri.<\/p>\n<p>\u2022 <span style=\"font-weight: bold;\">Vuole aggiungere ancora qualcosa? <\/span><br \/>Vorrei precisare solo un ultimo punto, che mi pare per\u00f2  decisivo per il superamento del crinale di cui parlavo poco fa, ed \u00e8 la funzione dei pastori e dei teologi in tutta questa vicenda. Da un lato si pu\u00f2 capire la grande cautela con cui si prende la parola su questi temi liturgici, viste le sensibilit\u00e0 che si manifestano ai \u201cvertici\u201d. Vorrei per\u00f2 ricordare a tutti che \u00e8 una forma di imprudenza non solo una parola mal detta, ma anche un silenzio non giustificato. Oggi credo che la forma migliore di prudenza ecclesiale consista nel parlare sinceramente, nel manifestare i problemi aperti e i rischi poco considerati, con rispetto critico e con critica rispettosa. Ma quasi tutti tacciono. Il papa non deve essere lasciato solo con i suoi pi\u00f9 stretti collaboratori, che spesso dimostrano un grande disorientamento in questioni di liturgia. Bisogna che i fratelli nell&#8217;episcopato e i teologi con qualche competenza parlino tra loro, con il popolo di Dio e con il papa, per aiutarlo a considerare la questione liturgica in modo pi\u00f9 integrale e meno astratto. Altrimenti la comunione ecclesiale soffrir\u00e0 troppo, si alimenter\u00e0 ancora di inutili mormorazioni e dimenticher\u00e0 la grazia della parresia. Essere in comunione vuol dire poter essere sinceri. Nella sincerit\u00e0 e nel confronto, tutto \u00e8 per il meglio. Solo cos\u00ec la Ecclesia si mostra  veramente Universa e i Pontifices appaiono davvero Summi.<\/p>\n<p><span style=\"font-family:lucida grande;\">versione originale portoghese:<\/span><\/p>\n<div><span style=\"font-family:lucida grande;\"><br \/><\/span><\/div>\n<div><span style=\"font-family:lucida grande;\"><\/span> <span style=\"font-family:lucida grande;\">http:\/\/www.ihu.unisinos.br\/index.php?option=com_entrevistas&amp;Itemid=29&amp;task=entrevista&amp;id=43708<\/span><\/p>\n<div><span style=\"font-family:lucida grande;\">oppure<\/span><\/div>\n<div><span style=\"font-family:lucida grande;\"><a href=\"http:\/\/www.ihuonline.unisinos.br\/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=3900&amp;secao=363\">http:\/\/www.ihuonline.unisinos.br\/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=3900&amp;secao=363<\/a><\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<\/div>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per una \u201cEcclesia\u201d davvero \u201cUniversa\u201d e per \u201cPontifices\u201d davvero \u201cSummi\u201d. Intervista di Moises Sbardelotto ad Andrea Grillo(pubblicata sulla rivista brasiliana on-line IHU.unisinos.br del 29 maggio 2011) \u2022 Come interpreta la pubblicazione della istruzione \u201cUniversae Ecclesiae\u201d&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":3573,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3463"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3463"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3463\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3740,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3463\/revisions\/3740"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media\/3573"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3463"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3463"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3463"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}