{"id":3462,"date":"2011-07-02T19:10:00","date_gmt":"2011-07-02T17:10:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/ancora-su-universae-ecclesiae\/"},"modified":"2015-02-04T12:19:52","modified_gmt":"2015-02-04T11:19:52","slug":"ancora-su-universae-ecclesiae","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/ancora-su-universae-ecclesiae\/","title":{"rendered":"Ancora su &#8220;Universae Ecclesiae&#8221;"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/nostro-2Btempo-2Bsu-2Bforma-2Bstraordinaria.jpg\"><img decoding=\"async\" style=\"float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 226px; height: 320px;\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/nostro-2Btempo-2Bsu-2Bforma-2Bstraordinaria-212x300.jpg\" border=\"0\" alt=\"\" id=\"BLOGGER_PHOTO_ID_5625184385563793874\" \/><\/a><\/p>\n<div>Da &#8220;Nostro Tempo&#8221; &#8211; Settimanale Cattolico Modenese &#8211; 3 luglio 2011<\/div>\n<div><\/div>\n<div>Approfondimenti<\/div>\n<div><\/div>\n<div>Sulla messa secondo il rito tridentino e la recente istruzione \u201cUniversae Ecclesiae\u201d il parere di un docente esperto di teologia sacramentaria e liturgia<\/div>\n<div><\/div>\n<div><b><span>Il nocciolo della questione<\/span><\/b><\/div>\n<div><\/div>\n<div>Di Stefano Malagoli<\/div>\n<div><\/div>\n<div>Andrea Grillo, laurea in giurisprudenza e in filosofia, dottore in teologia con una tesi dal titolo \u201cTeologia fondamentale e liturgia.  Il rapporto tra immediatezza e mediazione nella riflessione teologica\u201d \u00e8 membro dell\u2019Ati (Associazione teologica italiana) e dell\u2019Apl (Associazione professori di teologia), professore ordinario di  teologia sacramentaria al Pontificio Ateneo S.Anselmo di Roma e docente alla Facolt\u00e0 teologica di Lugano e alla Pontificia Universit\u00e0 Gregoriana. Membro della Consulta dell&#8217;Ufficio Liturgico Nazionale, dal 1998 insegna Specializzazione sacramentaria all\u2019Istituto Teologico Marchigiano di Ancona e teologia (sacramentaria e liturgica) presso l&#8217;Istituto di Liturgia Pastorale  della Abbazia di S. Giustina a Padova. Ha fatto parte della Commissione Cei incaricata di tradurre e adattare il nuovo rito del  sacramento del matrimonio. Numerose le sue pubblicazioni riferite a particolari ambiti di ricerca: dalla teologia fondamentale della liturgia alla teologia dei sacramenti, dalla spiritualit\u00e0 liturgica al rapporto tra teologia e scienze umane, all\u2019esperienza religiosa e filosofia moderna. Nostro Tempo lo ha interpellato dopo le recenti vicende che, a Modena, hanno avuto come oggetto la celebrazione della s.messa secondo il rito tridentino o di Pio V.<\/div>\n<div><b>Prof. Grillo, un suo recente intervento, pubblicato sulla rivista di aggiornamenti pastorali \u201cSettimana\u201d cita il card. Ruini che, nel 2007  parlava del \u201crischio che un \u201cMotu Proprio\u201d emanato per unire maggiormente la comunit\u00e0 cristiana fosse invece utilizzato per  dividerla\u201d. Che idea si \u00e8 fatto, in tale senso, anche dopo la pubblicazione dell\u2019Istruzione vaticana \u201cUniversae ecclesiae\u201d?<\/b><\/div>\n<div>La recente Istruzione accentua ulteriormente i motivi di perplessit\u00e0 che il Motu Proprio del 2007 aveva aperto in larga parte del corpo ecclesiale. Soprattutto perch\u00e9 inaugura una fase nuova, nella quale non si intende tanto rispondere ad una domanda esistente, quanto addirittura suscitarne una per ora assente! Questo a me pare sia oggi  l\u2019elemento pastoralmente pi\u00f9 preoccupante. Se i Vescovi non possono pi\u00f9 controllare la forma rituale delle celebrazioni nella propria diocesi e se, nel frattempo, un \u201cgruppo stabile\u201d pu\u00f2 essere costituito da cristiani appartenenti anche a diocesi diverse, allora \u00e8 evidente come il nuovo documento approfondisca il disagio e il disorientamento del popolo di Dio, a cominciare dai vescovi. Da un certo punto di vista \u201cUniversae Ecclsiae\u201d non sembra tener conto dei 3 anni di \u201csperimentazione\u201d che il Motu Proprio richiedeva. E qui occorre essere molto chiari: delle due l\u2019una. O i vescovi che hanno mandato alla fine del 2010 le loro relazioni sui tre anni di esperimento del Motu Proprio si sono limitati a fare complimenti senza esprimere il disagio vissuto dalle loro diocesi; oppure gli organi preposti alla ricezione delle reazioni hanno registrato e valorizzato soltanto quelle (poche) favorevoli. In ogni caso si tratta di una grave sconfitta per la comunicazione e per la parresia all\u2019interno della Chiesa, con l\u2019affermarsi di uno stile clericale che separa realt\u00e0 e rappresentazione, creando a dismisura finzioni giuridiche e fatti illusori.<\/div>\n<div><b>Joseph Ratzinger ha formulato l\u2019espressione \u201cRiformare la riforma\u201d: che implicazioni ha, di fatto, questa impostazione e come si conciliano il  Motu Proprio e l\u2019istruzione Universae ecclesiae con il Vaticano II e la riforma liturgica che esso ha introdotto ?<\/b><\/div>\n<div>A questa domanda debbo rispondere su due livelli. Sul primo debbo registrare che \u2013 salvo errore \u2013 questa espressione \u201criforma della riforma\u201d \u00e8 stata usata dal teologo e dal cardinale J. Ratzinger, ma mai da papa Benedetto XVI. E questo a mio avviso significa che il papa \u00e8 consapevole che quella espressione, cos\u00ec come suona, non si addice al papa. La usano di solito i collaboratori e amici del papa (come N. Bux, G. Marini, V. Messori), ma debbo riconoscere con molto minore profondit\u00e0 e solo come \u201ccitazione autorevole\u201d, senza averne chiare le implicazioni e le conseguenze. Nulla vieta, evidentemente, ad un papa di procedere a riformare tutto il riformabile. Ma un papa sa di essere comunque legato alla manifestazione di orientamento di un Concilio e di dover sondare il consenso episcopale, anche al di l\u00e0 del Concilio stesso. Su questo piano la \u201criforma della riforma\u201d, privata del consenso episcopale \u2013 che oggi non ha in alcun modo \u2013 sarebbe una \u201coperazione di palazzo\u201d destinata al fallimento. Da un certo punto di vista la \u201criforma della riforma\u201d appare soltanto come lo sfogo disperato e presuntuoso di quei settori ecclesiastici minoritari che non hanno mai mandato gi\u00f9 la riforma liturgica e magari da decenni continuano a celebrare con il rito del 1962, da molto prima del Motu Proprio  (come mi risulta facesse sia il precendente Presidente della Commissione Ecclesia Dei (Hoyos) sia l\u2019attuale (Pozzo). E mi chiedo: come pu\u00f2 la commissione Ecclesia Dei, che dovrebbe con equilibrio giudicare delle delicate questioni di discernimento tra rito del 1962 e rito del 1970, essere presieduta da uomini cos\u00ec dichiaratamente ostili alla Riforma liturgica ? <\/div>\n<div><b>Il card Kurt Koch, presidente del Pontificio consiglio per l\u2019unit\u00e0 dei cristiani, sostiene che \u201cil papa sa bene che a lungo termine non sar\u00e0 possibile fermarsi ad una coesistenza tra la forma ordinaria e quella extraordinaria dello stesso rito Romano, ma che la Chiesa avr\u00e0 nuovamente bisogno, nel futuro, di un rito comune\u201d. Condivide questa analisi ? Quale tempo potrebbe richiedere un processo simile e quale sensibilit\u00e0 dovrebbe maturare all&#8217;interno della Chiesa per la sua  attuazione?<\/b><\/div>\n<div>Il ragionamento del card. Koch \u00e8 importante, ma fragilissimo e rischiosissimo. Non ho dubbi che il papa conosca bene tutti i rischi di una condizione in cui due \u201cforme\u201d del medesimo rito possono vantare in sostanza i medesimi diritti di essere celebrate e proposte. Ma, proseguendo, il card. Koch corre molti rischi quando dice: \u201cla Chiesa avr\u00e0 nuovamente bisogno, nel futuro, di un rito comune\u201d. Questa frase \u00e8 la cifra pi\u00f9 clamorosa e quasi scandalosa di una totale perdita di senso della realt\u00e0. Da un lato, infatti, si perde di vista il fatto che la Chiesa il rito comune ce lo ha gi\u00e0, da quando la Riforma Liturgica ha licenziato i nuovi Ordines. Quello \u00e8 il rito comune a tutti. La presenza del \u201crito extraordinario\u201d \u00e8 talmente marginale e irrilevante che non pu\u00f2 creare il problema di un \u201cnuovo rito comune\u201d. In realt\u00e0 risulta fin troppo palese il disegno di \u201cgonfiare\u201d il rito extraordinario al punto tale da dover poi invocare un \u201cnuovo rito comune\u201d per sanare il male fatto. Cos\u00ec si vuole oggi introdurre il \u201crito extraordinario\u201d allo scopo di riconciliare, ma poi occorrerebbe domani un rito comune per riconciliare dalle lacerazioni che la presunta riconciliazione avrebbe nel frattempo sicuramente procurato. Insomma, ad un paralogismo logico corrisponde un procedimento pastorale contraddittorio e senza coerenza. Ma Universae Ecclesiae ci d\u00e0 anche le prove evidenti di questa distorsione. Come dovremmo interpretare le regole previste dalla Istruzione circa la definizione del \u201cgruppo stabile\u201d, se non come il trucco giuridico per cui 4 persone, di 4 diocesi diverse, in un sol mese possono garantire ben 4 celebrazioni domenicali in forma straordinaria della eucaristia, una alla settimana in quattro luoghi diversi? I numeri dei siti tradizionalistici si gonfieranno a non finire, ma resteranno vuote le chiese e spente le coscienze. Dobbiamo chiederci: perch\u00e9 mai tanta mistificazione viene avallata, protetta e alimentata dall\u2019alto? Per un senso di difesa ad oltranza di quanto abbiamo conosciuto da bambini e che non potr\u00e0 mai finire?  Ma perch\u00e9 mai dovremmo cedere a questa miscela esplosiva di presunzione e disperazione? <\/div>\n<div><b>Il rito di Pio V (forma extraordinaria) e quello ordinario del Rito romano, nella loro diversit\u00e0, cosa offrono in termini di partecipazione e arricchimento all\u2019assemblea dei fedeli chiamati a partecipare attivamente alla celebrazione eucaristica ?<\/b><\/div>\n<div>Grazie a questa ultima domanda posso chiarire un ultimo punto problematico di tutta questa infelice operazione con cui si cerca di rimettere in piedi ci\u00f2 che per il 99% dei cristiani \u00e8 ormai chiuso in una storia che \u00e8 finita. In nessun modo si possono mettere sullo stesso piano due forme rituali di cui la seconda \u00e8 nata per rimediare alle povert\u00e0, alle fragilit\u00e0 e alle distorsioni della prima. L\u2019esempio pi\u00f9 lampante \u00e8 costituito da quanto il Concilio Vaticano II ci chiede circa l\u2019eucaristia. Esso addita sette punti in cui il rito del 1962 (di Pio V) doveva essere modificato, mirando a maggior ricchezza biblica, alla preghiera universale, all\u2019omelia, alla lingua parlata, all\u2019unit\u00e0 delle due mense, alla concelebrazione, alla comunione sotto le due specie. Il rito di Paolo VI d\u00e0 risposta esplicita a questa richiesta, mentre il rito del 1962 non pu\u00f2 darla, perch\u00e9 \u00e8 precedente a quella autorevole richiesta. Essere nutriti da questi 7 elementi nuovi \u00e8 possibile, sostanzialmente, solo nel regime inaugurato dalla Riforma liturgica. Come non notare con un certo umorismo il fatto che la Istruzione pretenda che chi chiede la celebrazione secondo il rito del 1962 debba confermare la propria adesione alla Riforma liturgica? Me lo spiegher\u00e0 qualcuno prima o poi come si possa aderire alla Riforma con un atto che di fatto la smentisce e la riduce ad un \u201coptional\u201d? Alla fine bisogna riconoscerlo apertamente: in campo liturgico dovremmo tutti dedicarci alle cose serie, evitando di coltivare disegni nostalgici certamente senza vita e senza futuro, talvolta anche senza pudore e senza dignit\u00e0.     <\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da &#8220;Nostro Tempo&#8221; &#8211; Settimanale Cattolico Modenese &#8211; 3 luglio 2011 Approfondimenti Sulla messa secondo il rito tridentino e la recente istruzione \u201cUniversae Ecclesiae\u201d il parere di un docente esperto di teologia sacramentaria e liturgia&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":3572,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3462"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3462"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3462\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3739,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3462\/revisions\/3739"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media\/3572"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3462"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3462"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3462"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}