{"id":3443,"date":"2012-09-10T20:50:00","date_gmt":"2012-09-10T18:50:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/3443\/"},"modified":"2015-02-04T12:19:51","modified_gmt":"2015-02-04T11:19:51","slug":"3443","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/3443\/","title":{"rendered":""},"content":{"rendered":"<p><img decoding=\"async\" alt=\"Settimana\" src=\"http:\/\/www.dehoniane.it\/riviste\/rsync\/cop_set.jpg\" \/>Sul n. 32 di della rivista &#8220;Settimana&#8221; \u00e8 stato pubblicato l&#8217;intervento di Don Luigi Villanova, che affronta con coraggio una questione centrale per la Chiesa contemporanea. Lo riporto qui di seguito:<\/p>\n<h2><b>&nbsp;Un\u2019altra prassi per ordinare i preti?<\/b><\/h2>\n<p>Sono un giovane prete appartenente alla diocesi di Vicenza. Desidero condividere alcune riflessioni sulla modalit\u00e0 attuale di esercitare il ministero presbiterale, che nascono sia dal mio vissuto personale che da un confronto assiduo con qualche amico. Non pretendo di dire l\u2019ultima parola e nemmeno di essere originale, ma semplicemente di proporre qualche pensiero. Mi pare che le proposte di riflessione di fondo e attuative sul ministero elaborate a livello di chiesa locale e universale, riguardino per lo pi\u00f9 il vissuto personale dei preti: si va dall\u2019auspicio per un rinvigorimento della preghiera personale, alla riscoperta del proprio legame con Ges\u00f9 pastore e cos\u00ec via. Senz\u2019altro aspetti importanti, ma che incidono poco sulla struttura del ministero che, a mio modesto avviso, andrebbe profondamente rivisitata.<br \/>Secondo me il punto d\u2019ingresso &#8211; e di rottura &#8211; della questione \u00e8 la prassi d\u2019individuazione e abilitazione dei candidati. Oggi l\u2019accesso al ministero avviene sostanzialmente per desiderio personale: \u00e8 il singolo che pensa in cuor suo di dare senso alla sua vita spendendola per gli altri e il vangelo, decidendo di diventare prete. In una simile visione il ministero coincide totalmente con la persona: \u00abfare il prete\u00bb si identifica con \u00abl\u2019essere prete\u00bb. Decisiva, allora, non \u00e8 la funzione specifica originaria del presbiterato che, se capisco bene, in s\u00e9 \u00e8 circoscritta \u00absemplicemente\u00bb alla presidenza comunitaria, ma l\u2019interpretazione che ne scorge un \u00abmodo\u00bb per dare senso alla propria vita. Mi parrebbe, invece, che il ministero sia da intendere come un servizio dal profilo altamente oggettivo, da esercitare solo per uno scopo ben preciso: il modo, che \u00e8 il contenuto stesso, lo ricevi dalla Chiesa e lo eserciti solo per ci\u00f2 che lei ti chiede. A tal punto che se non viene esercitato per la sua specifica finalit\u00e0 (ossia la presidenza comunitaria), esso, per cos\u00ec dire, gira a vuoto. E in certo senso, che ci sia o meno, alla fine \u00e8 lo stesso.<br \/>Ora, se non presiedi effettivamente una comunit\u00e0, o almeno non hai un qualche legame con essa, di fatto non eserciti il ministero. E se non lo eserciti cos\u00ec &#8211; mi chiedo &#8211; ha ancora ragione d\u2019esserci?<br \/>Comunemente si pensa invece che, nel caso di un maschio, ci sono due modi per \u00abrealizzarsi\u00bb: o ci si sposa, o si diventa preti. In questa alternativa, per\u00f2, si mettono sullo stesso piano uno stato di vita (il matrimonio), e un ministero ordinato che di per s\u00e9 stesso stato di vita non \u00e8. Questo \u00e8 l\u2019equivoco fondamentale.<br \/>Secondo l\u2019etimologia stessa, in effetti, si tratta di un servizio (comunitario); e pertanto, analogamente ad ogni servizio pubblico di guida esercitato in favore d\u2019altri, dovrebbe esso stesso essere assunto mediante l\u2019espressione di una volont\u00e0 comune largamente condivisa. La procedura attuale invece \u00e8 all\u2019insegna di una pressoch\u00e9 esclusiva autocandidatura; \u00e8 indubbiamente vero che tale proposizione di s\u00e9 \u00e8 passata al setaccio dal gruppo degli educatori del seminario e che all\u2019approssimarsi del sacramento c\u2019\u00e8 anche un certo coinvolgimento di altri nel discernimento (parroci, pubblicazioni e altro). Tuttavia, se il desiderio non presenta particolari anomalie o devianze, non ci sono generalmente grossi intoppi al raggiungimento della meta desiderata. Del resto \u00e8 comprensibile che non ci siano seri motivi di ostacolare un desiderio su cui, dopo accurate analisi, non si abbiano gravi perplessit\u00e0. Questa modalit\u00e0 prevalentemente soggettiva restituisce persone che, cercando la propria strada nella vita, ad un certo momento \u00absentono\u00bb la chiamata ad una dedizione totale al Signore. Cos\u00ec vengono ordinate le dedizioni personali. Pu\u00f2 accadere che dopo un\u2019\u00abesperienza forte\u00bb, uno senta dirompente dentro di s\u00e9 la chiamata, entra in seminario e diventa prete; bene, sulle buone intenzioni nessuno si permette di sindacare. Ma la Vocazione non \u00e8 una buona intenzione. Da quale Chiesa \u00e8 stato chiamato? Per quale concreto bisogno? Chi l\u2019ha autorizzato?<br \/>&nbsp;Questo modello \u00abvocazionale-personale\u00bb \u00e8, se mi posso esprimere cos\u00ec, primariamente in ordine all\u2019integrazione della persona (si parla infatti di ricerca vocazionale). In effetti si assesta lungo l\u2019asse io-Dio: la comunit\u00e0, se pur costituisce certamente l\u2019ambito dell\u2019impegno del prete, rimane per lo pi\u00f9 l\u2019oggetto della sua attivit\u00e0 pastorale. Perci\u00f2 nell\u2019opinione collettiva il buon funzionamento di una parrocchia viene quasi sempre attribuito al carisma personale del parroco o dei preti che la presiedono, e non invece all\u2019effettiva cooperazione di tutti i soggetti della comunit\u00e0.<br \/>Mi sentirei di dire che tale modello vocazionale-personale, se ci ha portato bene fin qui donando alla Chiesa i preti di cui aveva bisogno, ora ha compiuto il suo corso.<br \/>Mi sto convincendo sempre pi\u00f9, infatti, che la questione del ministero presbiterale non \u00e8 tanto personale, quanto ecclesiologica: ovvero quale paradigma di chiesa intendiamo adottare. Perch\u00e9, se \u00e8 quel servizio di ancoraggio alla radice apostolica della vita comunitaria, non pu\u00f2 assurgere a coronamento di un desiderio personale, ma dovrebbe rispondere piuttosto alla richiesta che nasce dal diritto di una determinata comunit\u00e0 ad essere presieduta. Come scegliamo (dovremmo scegliere!) i capi della societ\u00e0 civile, analogamente anche la comunit\u00e0 cristiana dovrebbe potere eleggere il suo prete, che allora s\u00ec pienamente la presiederebbe, in persona Ecclesiae. Presiederebbe cio\u00e8 la chiesa che \u00e8 diventata responsabile di s\u00e9 eleggendolo attraverso quel processo faticoso e spesso anche doloroso, ma tuttavia necessario per diventare adulti, che si chiama discernimento comunitario: di cui tutti ci riempiamo la bocca, che \u00e8 tanto di moda sbandierare nelle nostre riunioni e che pratichiamo abbastanza di rado.<br \/>Meglio dissipare subito un equivoco: non intendo distribuire in giro cartelle elettorali, perch\u00e9 il punto decisivo non \u00e8 quello di compensare con un po\u2019di democrazia. Resterebbe infatti una mera aggiunta estrinseca al sistema vigente. L\u2019idea sarebbe di attuare un modello ecclesiale in cui \u00e8 la Chiesa stessa soggetto effettivo della sua vita ed \u00e8 lei, presieduta dai suoi responsabili, a generare continuamente s\u00e9 stessa.<br \/>Perch\u00e9 allora non ripensare il ministero all\u2019interno di questo modello? Quindi la Chiesa che si articola in ogni singola comunit\u00e0, sente nell\u2019ascolto dello Spirito ci\u00f2 di cui ha effettivamente bisogno; sceglie le persone che lei ritiene pi\u00f9 adatte; propone con una certa autorevolezza le candidature su cui ha pregato e discusso. Ovviamente ogni passaggio deve necessariamente avvenire in costante comunione con il Vescovo che \u00e8 il garante supremo dell\u2019unit\u00e0 e apostolicit\u00e0. Va da s\u00e9 che una prassi cos\u00ec non si pu\u00f2 lasciare al caso o alla spontaneit\u00e0, ma necessiterebbe di un regolamento molto preciso tutto da pensare, da redigere a livello di collegio episcopale ampio, e della necessaria conferma del Vescovo di Roma.<br \/>Per\u00f2, alla fine, sarebbe cos\u00ec visionaria? \u00c8 possibile invece supporre che la Chiesa neotestamentaria avesse una soggettualit\u00e0 cos\u00ec forte? Io credo di s\u00ec. Recensire esaustivamente qui il dato biblico comporterebbe una trattazione troppo dilungata. Per\u00f2, mi sembra si possa intravvedere un luogo topico di questo presunto agire ecclesiale nella cosiddetta \u00abistituzione dei Sette\u00bb riportata al capitolo sesto del libro degli Atti. Peraltro un passaggio affatto marginale perch\u00e9 si tratta della prima divisione interna all\u2019embrione cristiano: tra la costola giudaica e l\u2019altra proveniente dai greci. Sarebbe difficile, dunque, non riconoscervi un certo valore paradigmatico.<br \/>Comunemente, vi si ravvisa l\u2019istituzione del diaconato. In realt\u00e0 si tratterebbe della ricerca di responsabili per i piccoli gruppi di cristiani provenienti dal contesto ellenistico. Per quanto ci riguarda, \u00e8 interessante notare la dinamica che si dispiega. I Dodici, infatti, dopo essere stati contattati, affermano: \u00abDunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione [\u2026] ai quali affideremo quest\u2019incarico. [\u2026] Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero&#8230;\u00bb (At 6, 3.5). La piccola comunit\u00e0, sollecitata e confermata dai Dodici, sceglie al suo interno le persone che ritiene abili per la presidenza. Se posso permettermi un po\u2019 di benevola leggerezza, non credo che questi uomini abbiano fatto un cammino di ricerca vocazionale per capire se quella era la loro strada nella vita, o l\u2019ideale di realizzazione personale. Il bisogno reale piuttosto, richiede che qualcuno scelga di essere scelto. Ecco che il soggetto agente del ministero \u00e8 composto in quanto triangolare: il diritto della comunit\u00e0 ad essere presieduta, la risposta del singolo alla Chiesa reale che lo interpella e la conferma apostolica con l\u2019imposizione delle mani.<br \/>Tale ordinamento ecclesiale, allora, prevede che siano le comunit\u00e0 ad eleggere il proprio presbitero dai cristiani che la compongono. Ho detto \u00abeleggere\u00bb, non \u00abordinare\u00bb (infatti solo l\u2019ordinazione sacramentale garantisce che il ministero viene svolto in persona Ecclesiae, e indisgiungibilmente in persona Christi Capitis. In termini pi\u00f9 semplici: che il ministero e l\u2019Eucaristia presieduta dal prete, non \u00e8 solo il risultato della nostra azione, ma un dono che viene dall\u2019alto. Mi sembra garantisca ci\u00f2 l\u2019insegnamento di Lumen Gentium 10).<br \/>L\u2019ordinazione spetta al vescovo, che solo cos\u00ec conferma nel sacramento la fondatezza di un carisma che c\u2019\u00e8 gi\u00e0: nel lavoro condotto con onest\u00e0, nell\u2019eventuale famiglia a cui si \u00e8 fedeli, nella fede attestata. Il fatto che poi sia celibe o sposato, diventerebbe un problema in certo senso secondo, in quanto si tratta della sua scelta di vita su cui nessuno va a sindacare o che nessuna istanza pone pi\u00f9 come condizione discriminante (discriminatoria?) per esercitare quello specifico ministero. Essendo questo un punto particolarmente delicato, tento di chiarire ulteriormente. Non vedo motivo che la Chiesa che sceglie per un ministero, ne predetermini lo stato di vita. Un ministero (anche quello ordinato) \u00e8 tale in qualsiasi stato di vita: pertanto non ne dovrebbe presupporre nessuno. A mio avviso, l\u2019attorcigliamento plurisecolare di celibato e presbiterato, ha indotto surrettiziamente nella coscienza comune l\u2019idea che, alla fin fine, solo il primo sia la condizione migliore del secondo. Molto umilmente mi sento di affermare che le presunzioni di esclusivit\u00e0 o di speciale affinit\u00e0 dello stato celibe per la migliore realizzazione di questo specifico ministero, non abbiano dal punto di vista biblico e teologico nessun fondamento. Pertanto nessuno dei due, celibato o matrimonio, \u00e8 l\u2019esclusiva condizione aprioristica per un ministero migliore, perch\u00e9, piuttosto, \u00e8 il ministero a innestarsi in una condizione gi\u00e0 presente \u2013 quale che sia \u2012 e prenderne la sua specifica ricchezza. In tal modo, accanto ad un ministero celibe, si recupererebbe tutta la potenza simbolica di un ministero sposato, di cui oggi la Chiesa Cattolica Latina \u00e8 impoverita.<br \/>Non sono cos\u00ec sprovveduto dal pensare che questo modello sia esente da storture, da rischi e persino fallimenti. Ma d\u2019altra parte, parliamoci chiaro, quello presente lo \u00e8..?<br \/>Anche per questo crederei che nemmeno l\u2019attuale prassi sia l\u2019assoluta. Perch\u00e9 allora non provare a pensare ad un\u2019alternativa?<br \/>Questo scritto non ha altra pretesa che essere una modesta provocazione proprio a ci\u00f2.<\/p>\n<p>Don Luigi Villanova<\/p>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sul n. 32 di della rivista &#8220;Settimana&#8221; \u00e8 stato pubblicato l&#8217;intervento di Don Luigi Villanova, che affronta con coraggio una questione centrale per la Chiesa contemporanea. 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