{"id":3397,"date":"2013-07-10T13:48:00","date_gmt":"2013-07-10T11:48:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/una-bella-riflessione-su-lumen-fidei-di-d-massimo-naro\/"},"modified":"2015-02-04T12:19:50","modified_gmt":"2015-02-04T11:19:50","slug":"una-bella-riflessione-su-lumen-fidei-di-d-massimo-naro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/una-bella-riflessione-su-lumen-fidei-di-d-massimo-naro\/","title":{"rendered":"Una bella riflessione su Lumen Fidei di d. Massimo  Naro"},"content":{"rendered":"<h2><b>&#8220;Scompare la severa litania degli -ismi&#8221;<\/b><\/h2>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/encrypted-tbn3.gstatic.com\/images?q=tbn:ANd9GcQ_kQN-mUvZ0WBcoEmy19wWuJAOSm0exngAgHT4Qjn287aa3lb3VQ\" \/><br \/><i><br \/><\/i><i><br \/><\/i><i>Ricevo dal bravo teologo Massimo Naro, che lavora a Palermo, questa bella riflessione sulla prima enciclica di Papa Francesco. Ne condivido stile e acume.<\/i><\/p>\n<p>La firma in calce \u00e8 una sola, quella di papa Francesco. E l\u2019uso diretto e per niente cerimonioso della prima persona singolare, che cadenza l\u2019intero testo, ha pi\u00f9 che mai lo scopo di chiarire che ad assumersi la responsabilit\u00e0 di ci\u00f2 che in quelle pagine viene insegnato \u00e8 lui soltanto. Il classico plurale maiestatis sarebbe stato, stavolta, decisamente ambiguo e invece di conferire il solito timbro autorevole avrebbe paradossalmente enfatizzato un\u2019incrinatura dell\u2019autorit\u00e0 magisteriale che l\u2019enciclica, per valere come tale, deve mantenere, pur in una situazione inedita come l\u2019attuale, in cui accanto al pontefice in carica c\u2019\u00e8 anche quello emerito. Ma lo stesso Francesco lo dichiara: \u00e8 una cosa scritta insieme, la cui \u00abprima stesura\u00bb si deve a Benedetto. Il nuovo papa l\u2019\u00abassume\u00bb in toto, pur \u00abaggiungendovi alcuni ulteriori contributi\u00bb (n.7).<br \/>E scatta, allora, la caccia agl\u2019indizi: cos\u2019\u00e8 di Benedetto e cos\u2019\u00e8 di Francesco? Al primo appartiene senz\u2019altro l\u2019impianto generale della lettera: ne \u00e8 cifra la maestosa semplicit\u00e0 con cui il tema cruciale della fede \u00e8 trattato. E ci sono molte altre impronte: non solo quelle evidenti, come la citazione di Guardini \u2013 teologo che di Ratzinger rimane il principale maestro \u2013 incastonata nel n.22, ma anche quelle impresse con l\u2019inchiostro simpatico, come i rimandi impliciti alla lezione di Rousselot e Balthasar, oltre che di Max Scheler, sull\u2019intreccio della fede con la verit\u00e0 e con l\u2019amore: la fede \u00e8 una peculiare forma di conoscenza che riguarda Dio e, perci\u00f2, ha per oggetto la verit\u00e0 e come metodo l\u2019amore (nn.26-27). Ma c\u2019\u00e8 anche qualcosa di Francesco nell\u2019articolazione dell\u2019enciclica: l\u2019insistenza sul \u00abcamminare\u00bb (nei primi due capitoli), sul \u00abconfessare\u00bb (nel terzo) e sull\u2019\u00abedificare\u00bb (nel quarto), che riecheggia l\u2019omelia della sua prima messa, nella Sistina, all\u2019indomani dell\u2019elezione. E ci sono certe sue inconfondibili sottolineature, come l\u2019esortazione a \u00abnon farci rubare la speranza\u00bb (n.57) e il richiamo all\u2019importanza del Decalogo, inteso non come \u00abinsieme di precetti negativi, ma di indicazioni concrete per uscire dal deserto dell\u2019io autoreferenziale\u00bb (n.46).<br \/>D\u2019altra parte, in un\u2019enciclica dedicata alla fede, \u00e8 oziosa questa fatica di discernere gl\u2019indizi: sant\u2019Ireneo, sapientemente e umilmente citato al n.47, diceva che \u00abla fede \u00e8 una sola\u00bb e dunque \u00abnon c\u2019\u00e8 differenza tra chi \u00e8 in grado di parlarne pi\u00f9 a lungo e chi ne parla poco, tra chi \u00e8 superiore e chi \u00e8 meno capace\u00bb, giacch\u00e9 \u00abn\u00e9 il primo pu\u00f2 ampliare la fede, n\u00e9 il secondo diminuirla\u00bb.<br \/>Pi\u00f9 utile \u00e8 registrare la novit\u00e0 che caratterizza l\u2019insegnamento proposto nell\u2019enciclica: sta nella scomparsa della severa litania degli ismi, contro cui il magistero del papa non recrimina pi\u00f9. Questa rinuncia apologetica mostra che il magistero pontificio, a cinquant\u2019anni dal Concilio, di questo ormai condivide lo stile e lo spirito.<br \/>Cos\u00ec, della fede l\u2019enciclica parla non solo senza polemizzare con la modernit\u00e0, bens\u00ec con una sua attitudine moderna, accettando cio\u00e8 di abitare l\u2019ora presente, di dialogare sulle sue istanze pi\u00f9 radicali. A cominciare dalla pi\u00f9 estrema, la morte, terribile sempre, quella di Cristo non meno di quella degli altri (n.16), per svelarne la portata penultima e per annunciare che oltre di essa la \u00abstrada\u00bb continua: la fede ne fa intravedere, appunto, \u00abtutto il percorso\u00bb (n.1).<br \/>Difatti la fede \u00e8 \u00abuna luce per le nostre tenebre\u00bb: fa a pugni col \u00abbuio\u00bb (n.4). Emerge qui la dialettica narrata da Nietzsche nella Gaia scienza. L\u00ec vinceva la notte. Per quest\u2019enciclica, invece, come gi\u00e0 per la Spe salvi (n.37), vince la luce. E vince innanzitutto sul buio interiore di quegli uomini che \u00abpur non credendo\u00bb desiderano riuscirci e quindi \u00abnon cessano di cercare\u00bb, vivendo \u00abcome se Dio esistesse\u00bb (n.35): un\u2019opzione pascaliana non meno moderna dell\u2019ipotesi groziana, capace di innestare l\u2019oggettivit\u00e0 nella soggettualit\u00e0 della fede. Questa non \u00e8 mero sentimento, n\u00e9 azzardo o rischio, \u00absalto nel vuoto\u00bb, ma effettiva capacit\u00e0 di vedere, anche se in misura solo incipiente: \u00abLa fede non \u00e8 luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino\u00bb (n.57). Sembra di risentire i versi di Luce gentile, composta da Newman nel 1833, salpando di notte da Palermo verso Marsiglia. E pare potervi cogliere anche l\u2019eco della lanterninosofia di Pirandello, sintetizzata da uno dei suoi personaggi, il protagonista de Il vecchio Dio (1902), il quale, attraverso il \u00abbuio angoscioso della rovinata esistenza\u00bb, tentava di riparare \u00abdal gelido soffio degli ultimi disinganni\u00bb, il lumicino della sua fede: \u00abDio mi vede, si esortava in cuor suo. E n\u2019era proprio sicuro che Dio lo vedeva per quel suo lanternino\u00bb. Come a dire che la fede, oggi, pu\u00f2 anche risultare non pi\u00f9 sufficiente a farci vedere Dio, ma ci rende comunque consapevoli di poter esser avvistati da Lui. Non ha la presunzione di risolvere il mistero o di abolire l\u2019oscurit\u00e0. E, tuttavia, non se ne lascia annichilire: vi si segnala dentro, comunica a Chi guarda non visto che lei c\u2019\u00e8. Inteso cos\u00ec, il lumen fidei non \u00e8 pi\u00f9 un espediente consolatorio. \u00c8 piuttosto resistenza, umile ma non meno tragica della fiaccola di Prometeo.<\/p>\n<p>Massimo Naro<\/p>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Scompare la severa litania degli -ismi&#8221; Ricevo dal bravo teologo Massimo Naro, che lavora a Palermo, questa bella riflessione sulla prima enciclica di Papa Francesco. Ne condivido stile e acume. 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