{"id":3384,"date":"2013-11-18T06:56:00","date_gmt":"2013-11-18T05:56:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/sacrosanctum-concilium-50-anni-dopo\/"},"modified":"2015-02-04T12:19:50","modified_gmt":"2015-02-04T11:19:50","slug":"sacrosanctum-concilium-50-anni-dopo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/sacrosanctum-concilium-50-anni-dopo\/","title":{"rendered":"Sacrosanctum Concilium 50 anni dopo"},"content":{"rendered":"<p>La copertina del n.41 di &#8220;Settimana&#8221; &nbsp;&#8211; 17 novembre 2013<\/p>\n<h2><b>All\u2019inizio del Concilio, la liturgia.<\/b><\/h2>\n<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/settimana41.jpg\" style=\"clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;\"><img decoding=\"async\" border=\"0\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/settimana41.jpg\" \/><\/a>Quando i Padri conciliari votarono il primo documento del Concilio, la Costituzione sulla Sacra Liturgia &#8211; che poi prese il nome \u201cgenerico\u201d ma profetico di \u201cSacrosanctum Concilium\u201d &#8211; forse non immaginavano che, per buona parte, il Concilio si sarebbe identificato con la \u201cnuova liturgia\u201d e che la \u201cnuova liturgia\u201d avrebbe immediatamente annunciato e realizzato il Concilio.<br \/>Certo, in tutto ci\u00f2 vi fu qualche piccola esagerazione, una profezia che si pensava immediatamente realizzata e realizzabile, qualcosa di troppo diretto e immediato, qualche volta persino di semplicistico; ma una cosa apparve subito assai chiara: il Concilio Vaticano II, nel suo disegno \u201cpastorale\u201d, voleva essere un servizio alla tradizione per assicurare continuit\u00e0 alla vita cristiana, mediante un suo \u201cincremento\u201d, un suo \u201caggiornamento\u201d, un suo \u201cnutrimento\u201d. E la Riforma Liturgica fu, effettivamente, il primo grande frutto di questo Concilio.<br \/>Tutto ci\u00f2 oggi pu\u00f2 e deve essere considerato dall\u2019angolo visuale di quel \u201ctrapasso\u201d ecclesiale ed istituzionale, che si \u00e8 aperto poco pi\u00f9 di un anno fa, con l\u2019inizio dell\u2019Anno della fede, e al cui interno \u2013 contro alcune intenzioni normalizzatrici, che avrebbero preteso di sottoporre l\u2019ermeneutica del Vaticano II a quella del Coatechismo della Chiesa Cattolica! &#8211; abbiamo visto, in sequenza, diversi fatti di profezia: la evidente difficolt\u00e0 con cui papa Benedetto poteva collocare se stesso nel clima festivo dell\u2019anniversario conciliare, a partire dall\u201911 ottobre 2012 , fin dai discorsi della mattina (l\u2019 omelia) e ancor pi\u00f9 della sera di quel giorno (la replica del \u201cdiscorso della luna\u201d!); la rinuncia al ministero petrino, esattamente quattro mesi dopo, l\u201911 febbraio del 2013; a distanza di un altro mese, la elezione di papa Francesco (Francesco!), il 13 marzo 2013; l\u2019inizio di una sorprendente \u201cpratica conciliare\u201d da parte del nuovo papa, con la continua sottolineatura della collegialit\u00e0, del primato delle periferie, della \u201cchiesa povera\u201d, e con la concelebrazione e predicazione quotidiana a S. Marta, luogo dove il nuovo papa ha sorprendentemente trasferito la sua residenza.<br \/>Questa novit\u00e0 insperata \u00e8 oggi divenuto \u201ccriterio ermeneutico\u201d per SC, contro ogni tentazione \u201cletteralista\u201d. Ed \u00e8 gi\u00e0 stata in grado di liberare il testo della Costituzione liturgica da quello strato di \u201cinutili esitazioni\u201d che si era venuto accumulando negli ultimi anni, per un eccesso di indecisioni e di ripensamenti, per mancanza di discernimento o di determinazione, con un misto di nostalgia e di disperazione, di amnesia e di presunzione. La dichiarazione sulla \u201cirreversibilit\u00e0\u201d delle acquisizioni conciliari &nbsp;in materia di \u201cliturgia\u201d\u2013 pronunciata di recente da papa Francesco nel corso di una intervista alla rivista \u201cCivilt\u00e0 Cattolica\u201d &#8211; ha messo subito in secondo piano quella diatriba sulla \u201ccontinuit\u00e0\u201d e la \u201cdiscontinuit\u00e0\u201d che aveva lungamente pregiudicato &#8211; e spesso del tutto paralizzato &#8211; ogni efficace ermeneutica della liturgia secondo il Concilio Vaticano II.<\/p>\n<p>\u201cSacrosanctum Concilium\u201d e lo stile conciliare<\/p>\n<p>Nel mutamento delle forme rituali, in effetti, il Concilio aveva prefigurato, forse nel modo pi\u00f9 lineare e coerente, una cristologia e una ecclesiologia pi\u00f9 fedele al \u201cdepositum\u201d della tradizione. Nel configurare una Chiesa diversa da un \u201cmuseo da coservare\u201d, e pi\u00f9 simile a \u201cgiardino da coltivare\u201d, il culto era appunto la prima forma di questo nuovo compito di \u201ccoltivazione\u201d e di \u201ccultura\u201d. Dal ritus servandus al ritus celebrandus era il passaggio in gioco.<br \/>Ma questo grande disegno, che risulta chiaramente dal testo di SC, aveva diverse impegnative condizioni. Anzitutto poteva venire da un Concilio che Giovanni XXIII aveva inteso come \u201cpastorale\u201d. Parallelamente alla resistenza sulla liturgia, gli ultimi due decenni hanno conosciuto una progressiva difficolt\u00e0 ad entrare nella \u201cmens\u201d di questa idea di Concilio. Anche la sua nota \u201cpastorale\u201d \u00e8 passata dall\u2019indicare il primato di \u201cci\u00f2 che nutre e incrementa la tradizione\u201d, ad individuare, con maggiore tranquillit\u00e0 ma anche con profezia scarsa o nulla addirittura, una disciplina che garantisca la tradizione: in qualche modo, abbiamo assistito al tentativo di tornare al Concilio non come evento, ma come atto di governo.<br \/>Ci\u00f2 ha avuto, immediatamente, e specialmente in liturgia, &nbsp;una ricaduta molto evidente: mentre il Concilio si era appassionato nel restituirci il primato dell\u2019uso dei riti \u2013 dei loro linguaggi, della loro pluralit\u00e0, della loro capacit\u00e0 evocativa e formativa, della loro forza istituzionale e di identit\u00e0 \u2013 gli ultimi vent\u2019anni hanno visto crescere la tentazione di considerare primario il tema degli \u201cabusi\u201d. Come se, combattendo risolutamente gli abusi, si potesse garantire l\u2019uso dei riti cristiani. La profezia conciliare, per questo pienamente pastorale, aveva invece individuato bene la impossibilit\u00e0 di recuperare la verit\u00e0 dell\u2019uso del rito cristiano per via disciplinare, semplicemente combattendo gl abusi: questa scelta, d\u2019altra parte, era stata coerente con il primato attribuito al magistero positivo (della Costituzioni) rispetto al magistero negativo (dei canoni di condanna). <\/p>\n<p><i>Il cuore della Costituzione liturgica<\/i><\/p>\n<p>Se, dunque, al centro di SC si colloca questa grande e ambiziosa svolta pastorale, cerchiamo a comprenderne di nuovo la forza e l\u2019obiettivo. Per farlo dobbiamo anzitutto sgombrare il campo da un equivoco: \u00e8 facile ritenere che SC sia identificato come il testo \u201cdella Riforma Liturgica\u201d. Tuttavia, quando pensiamo cos\u00ec, tendiamo a confondere il mezzo con il fine. Il fine di SC non era e non \u00e8 la Riforma Liturgica. Il fine \u00e8 il superamento di un modo inadeguato di partecipazione al mistero celebrato, che ne altera la natura. Del mistero celebrato fa parte la assemblea che lo celebra. &nbsp;Questa verit\u00e0 sulla Pasqua di Cristo, che attraversa tutta la liturgia, ha bisogno di una partecipazione di tutti i soggetti battezzati, i quali, per ritus et preces, ossia mediante i riti e le preghiera, &nbsp;prendono parte e si riconoscono parte del mistero che celebrano.<br \/>La \u201cactuosa participatio\u201d \u00e8 il nuovo paradigma partecipativo, nel quale alla medesima azione rituale, una per tutti, a diverso titolo prendono parte tutti i membri della assemblea: chi presiede, i diversi ministri e il popolo radunato. Per conseguire questo obiettivo \u2013 che non \u00e8 solo o anzitutto liturgico, ma \u00e8 cristologico e ecclesiologico, pastorale e spirituale \u2013 occorreva rimuovere una serie di ostacoli testuali e contestuali (preghiere e riti), mediante un &nbsp;accuratissimo lavoro di Riforma, che appare, cos\u00ec, lo strumento articolato e complesso per predisporre la Chiesa a restituire la parola alla sua tradizione rituale. La Riforma Liturgica \u00e8 cos\u00ec il mezzo per tornare ad una forma di partecipazione che i secoli avevano visto declinare e quasi scomparire dall\u2019esperienza ecclesiale. La sana tradizione pu\u00f2 essere garantita soltanto da un legittimo progresso. Il quale comporta, necessariamente, una serie di grandi discontinuit\u00e0.<\/p>\n<p><i>La recezione della Riforma e la tentazione di resistervi<\/i><\/p>\n<p><span style=\"white-space: pre;\"> <\/span>La prima discontinuit\u00e0, quella pi\u00f9 lampante, \u00e8 rappresentata dai \u201cnuovi ordines\u201d, i nuovi rituali, che sono stati composti nei primi 20 anni successivi al Concilio. Una nuova ministerialit\u00e0, una pi\u00f9 grande ricchezza biblica, una accessibilit\u00e0 diretta nella \u201clingua vernacola\u201d, una strutturazione delle sequenze pi\u00f9 limpida e una riduzione puntuale di tutte le \u201cincrostazioni\u201d di stampo prettamente clericale hanno garantito alla Chiesa una serie di rituali adeguati al nuovo paradigma ecclesiale e liturgico.<br \/><span style=\"white-space: pre;\"> <\/span>Cionondimeno, la seconda discontinuit\u00e0, quella decisiva, \u00e8 rimasta come oscurata dalla prima. Le splendide novit\u00e0 dei libri, con le prassi che le hanno accompagnate (e gli \u201caltari girati\u201d) hanno come soffocato l\u2019altra discontinuit\u00e0, quasi bloccandone la diffusione. Si tratta, come \u00e8 ovvio, della attivazione concreta del nuovo paradigma partecipativo, che trova nei nuovi riti una condizione di possibilit\u00e0, ma non la propria realt\u00e0. A entrambe queste \u201cdiscontinuit\u00e0\u201d corrispondono le \u201csfide\u201d che oggi attendono il testo di SC.<br \/><span style=\"white-space: pre;\"> <\/span>La prima sfida \u00e8 quella di chi contesta la necessit\u00e0 della Riforma. La seconda \u00e8 quella di coloro che, al contrario\u201d, affermano la sufficienza della Riforma.<\/p>\n<p><i>Le due sfide: la non necessit\u00e0 e la non sufficienza<\/i><\/p>\n<p>Non bisogna lasciar cadere nessuna delle due sfide, oggi, ma occorre come \u201criconvertirle\u201d e \u201cricalibrarle\u201d reciprocamente: alla sfida della non necessit\u00e0 pu\u00f2 rispondere compiutamente soltanto la risposta alla sfida della non sufficienza. In altri termini, alle lacune del Novus Ordo non si pu\u00f2 rispondere \u201csu un altro tavolo\u201d, introducendo un pericoloso e illusorio parallelismo rituale, ma soltanto riaprendo il dibattito serio sul rito \u201cirreversibile\u201d, che deve riscoprire la propria forma e l\u2019ars celebrandi. <br \/>La \u201cforma rituale\u201d da riscoprire e l\u2019 ars celebrandi da attivare sono oggi l\u2019unica risposta possibile e auspicabile alle due sfide, uscendo cos\u00ec dallo sterile conflitto tra continuit\u00e0 e discontinuit\u00e0, e accettando la prospettiva della irreversibilit\u00e0. <\/p>\n<p><i>La liturgia e la \u201csollicitudo\u201d per le periferie<\/i><\/p>\n<p>In questo nostro frangente, appare in una luce nuova come il testo di SC, &nbsp;impostando un nuovo \u201cparadigma di partecipazione alla liturgia\u201d \u2013 in vista &nbsp;del quale \u00e8 stata realizzata la Riforma Liturgica \u2013 ha delineato una diversa esperienza ecclesiale e spirituale, un modo diverso di stare \u201cnella Chiesa\u201d e \u201cnel mondo\u201d. Tale mutamento, tuttavia, rinuncia al semplicismo delle \u201cvie brevi\u201d, proprio mediante il gesto profetico con cui si annuncia che la intelligenza dei riti \u00e8 decisiva per \u201ctutta l\u2019azione della Chiesa\u201d, e che, anzi, ne costituisce il \u201cculmen et fons\u201d. Tale intelligenza avviene, appunto, \u201cper ritus et preces\u201d. Potremmo dire che la \u201csollicitudo\u201d della Chiesa per la \u201cres socialis\u201d, risuonata alla fine del XIX secolo con il rullo di tamburi della Rerum novarum, acquista a partire da Sacrosanctum Concilium un orizzonte pi\u00f9 maturo: diventa consapevole che le \u201cres novae\u201d passano, inevitabilmente, &nbsp;attraverso una modalit\u00e0 di partecipazione al \u201cculmine\u201d e alla \u201cfonte\u201d dell\u2019agire ecclesiale, nel quale tutti i battezzati, all\u2019interno dell\u2019 assemblea che celebra, fanno l\u2019esperienza di grazia secondo cui, nella lotta tra i diritti e i doveri, che riguarda ogni generazione nel cammino della storia, la forza della tradizione fa esperienza di un dono, che parola e sacramento ri-presentano nel modo pi\u00f9 originario e pi\u00f9 ricco, senza riduzioni e senza funzionalizzazioni. &nbsp;All\u2019ambizione \u201cpastorale\u201d del Concilio Vaticano II corrisponde una Chiesa che, per vivere la pienezza della propria \u201cvocazione sociale\u201d verso le periferie, sa sempre iniziare e finire sul livello simbolico della azione rituale, cos\u00ec interpretando profeticamente e sacerdotalmente la condizione storica della propria regalit\u00e0.<\/p>\n<p><i>Papa Francesco e la liberazione della liturgia dal \u201cconflitto di interpretazioni\u201d<\/i><\/p>\n<p><span style=\"white-space: pre;\"> <\/span>Dicevo, iniziando questa riflessione, che la Costituzione SC ha trovato, negli ultimi mesi di storia della Chiesa (e primi mesi del papato di Francesco) un nuovo criterio ermeneutico. &nbsp;Il primo segnale \u00e8 stato il \u201cconcilio liturgico\u201d attuato nella \u201cpratica quotidiana di papa Francesco\u201d, fin dal suo primo apparire sulla piazza. Se poi ogni mattina papa Francesco, a S. Marta, concelebra e tiene l\u2019omelia, dimostra con questa sua prassi di essere &#8211; pienamente e irreversibilmente &#8211; &nbsp;\u201cfiglio del Concilio\u201d: \u00e8 il primo papa figlio (e non padre) del Concilio!<br \/>Il secondo segno \u00e8 invece la liberazione della liturgia da un conflitto di interpertazione sistematicamente alimentato dall\u2019alto. Negli ultimi 15 anni avevamo assistito a uno stillicidio di posizioni, documenti, pareri, commissioni, sussurri, grida e illazioni, che alimentavano sfiducia, e inducevano stasi. Ora, invece, si va oltre: non solo oltre Pio V, ma anche oltre le dialettiche infinite (e sfinite) tra continuit\u00e0 e discontinuit\u00e0, oltre le forme di liturgia autoreferenziala. E compare, alla fine, un\u2019altra parola, caduta nel dimenticatoio: irreversibilit\u00e0.<br \/>Detto schiettamente, da papa Francesco, nella intervista a \u201cCivilt\u00e0 Cattolica\u201d:<\/p>\n<p>\u201c \u00abIl Vaticano II \u00e8 stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi.<br \/>Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica \u00e8 stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta. S\u00ec, ci sono linee di ermeneutica di continuit\u00e0 e di discontinuit\u00e0, tuttavia una cosa \u00e8 chiara: la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell\u2019oggi che \u00e8 stata propria del Concilio \u00e8 assolutamente irreversibile.\u201d<\/p>\n<p>Per l\u2019ermeneutica del Concilio liturgico, proprio nel suo anno anniversario, si tratta di una \u201cdichiarazione d\u2019amore\u201d che non \u00e8 esagerato considerare di portata storica. <\/p>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La copertina del n.41 di &#8220;Settimana&#8221; &nbsp;&#8211; 17 novembre 2013 All\u2019inizio del Concilio, la liturgia. 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