{"id":3374,"date":"2014-03-08T11:27:00","date_gmt":"2014-03-08T10:27:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-teologia-del-matrimonio-e-le-statue-da-museo-de-mattei-contro-kasper\/"},"modified":"2015-02-04T12:19:50","modified_gmt":"2015-02-04T11:19:50","slug":"la-teologia-del-matrimonio-e-le-statue-da-museo-de-mattei-contro-kasper","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-teologia-del-matrimonio-e-le-statue-da-museo-de-mattei-contro-kasper\/","title":{"rendered":"La teologia del matrimonio e le statue da museo: De Mattei contro Kasper"},"content":{"rendered":"<div style=\"clear: both; text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio01.jpg\" style=\"clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;\"><img decoding=\"async\" border=\"0\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio01.jpg\" \/><\/a><\/div>\n<p><b>L\u2019apertura profetica del Vaticano II e l\u2019angustia di una apologetica irritata.<\/b><\/p>\n<p>Con uno \u201cspeciale\u201d di 4 intere pagine, il giornale \u201cil Foglio\u201d (1\/3\/14) ha dedicato una vasta attenzione al discorso del Card. Kasper pronunciato in apertura del Concistoro e dedicato al tema del prossimo Sinodo sulla Famiglia. Il testo di Kasper, del quale erano gi\u00e0 state offerte anticipazioni dalla stampa, appare come una lunga e profonda considerazione della \u201cquestione matrimoniale\u201d nel nostro tempo.<br \/>Alle tre pagine di Kasper segue tuttavia una intera pagina, a firma di Roberto De Mattei, nella quale scema immediatamente la tensione profetica e l\u2019apertura pastorale, e si ricade nel clima di sospetto e di paura, di diffidenza e di irrigidimento che purtroppo \u00e8 cos\u00ec tipico delle riflessioni di De Mattei, non solo negli ultimi tempi.<br \/>Vorrei recuperare i contenuti positivi di Kasper capovolgendo i troppi errori di metodo e di contenuto che De Mattei affastella nella sua pagina critica, inutilmente dura.<\/p>\n<p>Una parola, anzitutto, per il titolo della pagina di De Mattei. Esso suona gi\u00e0 in modo preoccupante: <i>\u201cCi\u00f2 che Dio ha unito. Kasper non pu\u00f2 cancellare storia e dottrina con \u201cuna clamorosa rivoluzione culturale e di prassi\u201d<\/i>. La tesi \u00e8 gi\u00e0 tutta nel sottotitolo, che forse \u00e8 redazionale e dice, oltre che la posizione di De Mattei, quella del Foglio. Tale posizione, come vedremo, deriva da un deficit troppo evidente di comprensione teologica e da una confusione metodologica nella lettura del testo di Kasper. Ma procediamo con ordine.<\/p>\n<p><b>1. La natura della dottrina e le amnesie dello storico<\/b><\/p>\n<p>La prima cosa che colpisce \u00e8 la rozzezza teorica e metodica con cui De Mattei affronta la questione dottrinale. De Mattei, che pure sarebbe uno storico, mostra di inserirsi nella discussione attraverso un pregiudizio che compromette tutto il resto del suo discorso. Egli, infatti, non si dice rassicurato dalla affermazione secondo cui \u201cla dottrina non cambia, la novit\u00e0 riguarda solo la prassi pastorale\u201d. Egli teme che questa sia soltanto un \u201cformula retorica\u201d, nella quale si voglia nascondere un pericoloso cambiamento della dottrina. De Mattei, da storico, dovrebbe per\u00f2 sapere che da almeno 50 anni, ossia dal 1962, dal discorso con cui Giovanni XXIII ha aperto il Concilio Vaticano II, il linguaggio del magistero ha fatto propria una distinzione, che De Mattei dimentica in toto. Infatti, in quel famoso discorso con cui Giovanni XXIII apr\u00ec i lavori conciliari, l\u201911 ottobre del 1962, egli disse una frase che nell\u2019originale italiano suonava cos\u00ec: \u201caltra infatti \u00e8 la sostanza dell\u2019antica dottrina del <i>depositum fidei<\/i>, altra \u00e8 la formulazione del suo rivestimento\u201d. &nbsp;Questa frase dal papa fu utilizzata per fondare la natura pastorale del Concilio Vaticano II. Questa \u00e8 una chiave di lettura formidabile e decisiva per intendere non solo il discorso del Concilio (che De Mattei infatti mostra di patire grandemente) e anche questo bel discorso del Card. Kasper. In questa prospettiva \u00e8 evidente che la salvaguadia della \u201csostanza del <i>depositum<\/i>\u201d pu\u00f2 avvenire soltanto attraverso una accurata riformulazione del suo rivestimento. La pretesa di identificare la dottrina con un suo rivestimento immutabile \u00e8 una forma inadeguata e ingiusta di comprensione e di esposizione della dottrina. Questo comporta, ad esempio, che tra parola di Ges\u00f9, formulazione del principio di indissolubilit\u00e0, sua applicazione pratica e sua giustificazione teorica si debbano riconoscere passaggi delicati, che non possono essere semplicemente assunti come \u201cvoluti da Dio\u201d. Ci\u00f2 che Dio ha unito, in altri termini, non si lascia desumere in modo fondamentalistico, come la tradizione ha abbondantemente dimostrato, lavorando con grande finezza sul \u201cconsenso\u201d e sulla \u201cconsumazione\u201d, i cui vizi umani determinano la inesistenza dell\u2019unione.<\/p>\n<p><b>2. Il giudizio sulla grazia mediato da una concezione solo pedagogica della legge<\/b><\/p>\n<p>La seconda cosa che colpisce \u00e8 la disarmante fragilit\u00e0 con cui lo storico formula il proprio giudizio storico. Nel contestare le parole con cui Kasper accoglie il divario tra la dottrina ecclesiale del matrimonio e le convinzioni di molti cristiani, De Mattei introduce in modo quasi violento un giudizio storico quanto meno temerario, capovolgendo il rapporto tra causa ed effetto. Egli dice, in altri termini, che \u201cgran parte della crisi della famiglia risale proprio all\u2019introduzione del divorzio\u201d. La critica, che De Mattei rivolge a Kasper \u00e8 che un cardinale di Santa Romana Chiesa nel suo discorso non abbia mai sollevato questo problema. Nella logica di Kasper, invece, la riflessione su separazione e divorzio, nasce dalla considerazione di questi fenomeni pi\u00f9 come \u201crisposte\u201d alla crisi della famiglia, piuttosto che come \u201ccause\u201d. La crisi risponde a cause molto pi\u00f9 complesse di una decisione istituzionale e personale. Ma qui, io credo, il giudizio di De Mattei, cede alle facili consolazioni del pensiero integralistico e tradizionalistico: la concezione esclusivamente pedagogica della legge non riesce mai a considerare i \u201cfatti\u201d, ma vede solo diritti e doveri. In questa linea, la fatica di Kasper \u2013 invero assai ammirevole \u2013 consiste nell\u2019assumere oggettivamente, non moralisticamente . la condizione della crisi familiare. Il moralismo che Kasper rifiuta, da De Mattei \u00e8 sposato senza esitazione: egli accusa perci\u00f2 il cardinale di voler \u201caggirare\u201d il perenne magistero della Chiesa in materia di famiglia e di matrimonio. Questa \u00e8 la specialit\u00e0 preferita dei tradizionalisti: hanno bisogno di una \u201cmessa di sempre\u201d, ma anche di una \u201cfamiglia di sempre\u201d, \u201cdi un prete di sempre\u201d e di una \u201csuora di sempre\u201d, di una \u201cchiesa di sempre\u201d, di un \u201cpapa di sempre\u201d, per chiudere tutte queste statue in un museo diocesano e poterle \u201cvisitare\u201d e \u201ccontemplare\u201d, ma come cose morte!<\/p>\n<p><b>3. Penitenza e matrimonio: lucidit\u00e0 del cardinale e imbarazzo del suo critico<\/b><\/p>\n<p>Un punto particolarmente evidente della &nbsp;distorsione strutturale cui De Mattei sottopone il pensiero di Kasper \u00e8 quello della categoria di \u201cpratica penitenziale\u201d. E\u2019 evidente, infatti, che Kasper propone una rilettura di una prassi antica, che deve essere profondamente riscoperta, per affrontare le dinamiche personali, sociali ed ecclesiali, con la prospettiva di una possibile riconciliazione dei soggetti divorziati e di un loro reinserimento nella comunione ecclesiale. Egli si muove, in altri termini, nella prospettiva aperta da <i>Familiaris consortio<\/i>, quando afferma che i divorziati risposati fanno parte della comunione ecclesiale. Kasper, applicando quel coraggio e quella intelligenza che papa Francesco ha invitato ad utilizzare per affrontare queste questioni, procede lungo la strada aperta dal testo di Giovanni Paolo II: ossia l\u2019ampliamento della nozione di \u201ccommunio\u201d dalla quale i divorziati risposati non sono esclusi. De Mattei, invece, non solo legge questa pratica penitenziale in modo rigido e poco realistico \u2013 ossia come richiesta di rinuncia alla seconda unione e di ritorno alla prima, unica vera \u2013 ma addirittura fraintende radicalmente la stessa apertura di Kasper, che riassume con queste parole senza verit\u00e0: \u201cInvece di pentirsi della situazione di peccato in cui si trova, il cristiano risposato si dovrebbe pentire del primo matrimonio, o quanto meno del suo fallimento\u201d. Ma la posizione di Kasper, diversamente da quanto propone arbitrariamente De Mattei, suona in modo molto diverso. Egli infatti chiarisce, in modo non ambiguo, che il divorziato risposato deve chiarire se \u201csi pente del suo fallimento nel primo matrimonio e[&#8230;] se ha chiarito gli obblighi del primo matrimonio, se \u00e8 definitivamente escluso che torni indietro, e [&#8230;] se non pu\u00f2 abbandonare senza altre colpe gli impegni assunti con il nuovo matrimonio civile, &#8230;\u201d. In gioco non \u00e8 \u201cpentirsi del primo matrimonio\u201d, ma entrare nella logica penitenziale del fallimento del primo matrimonio. Qui, io credo, si trova la questione centrale. Il matrimonio pu\u00f2 fallire? La certezza teologica della indissolubilit\u00e0 come sta insieme alla esperienza antropologica della distruzione e del fallimento? Questo \u00e8 il punto che richiede fedelt\u00e0 coraggiosa e intelligente, non rigidit\u00e0 e astrattezza dottrinale e pastorale. Io mi chiedo che bisogno ci fosse, da parte di De Mattei, di riferire in modo distorto il pensiero di Kasper per dar ragione a una tradizione ridotta a schema rigido. &nbsp;Ci\u00f2 che Dio ha unito non \u00e8 indipendente dalle condizioni antropologiche, come tutta la tradizione ha sempre riconosciuto. Siamo vincolati al fine, oppure anche dai \u201cmezzi\u201d di questa tradizione? Possiamo ragionare solo con le categorie di consenso, di consumazione e di natura o possiamo recuperare anche un orizzonte storico e biblico di riferimento, per interpretare il matrimonio e la unione in modo adeguato alla nostra vita e alla nostra cultura? Queste domande serie sono considerate da Kasper, non da De Mattei, che le liquida semplicemente come \u201cerrori\u201d.<\/p>\n<p><b>4. Il cardinale sensibile e lo storico anestetizzato<\/b><\/p>\n<p>Pre-giudicando il mondo, De Mattei si pregiudica ogni effettiva comprensione. Proietta invece le sue pretese senza storia, e pretende che esse valgano come fatti. Per una tale impostazione, la dottrina deve essere assolutamente chiara, i problemi derivano semplicemente dal fatto che ci si \u00e8 allontanati da questa chiara dottrina e la soluzione non pu\u00f2 essere altro che ristabilire la coerenza tra la dottrina limpida e il comportamento inadeguato. Proprio questo era lo stile della Chiesa della prima met\u00e0 del 1800, la cui funzione era, appunto, di ribadire la dottrina chiara, condannando gli errori. Come per i papi del primo ottocento, la fede pu\u00e0 essere salvata solo condannando la pretesa libert\u00e0 dell\u2019uomo, cos\u00ec per De Mattei il matrimonio si pu\u00f2 salvare solo condannando il divorzio. Questo stile ottocentesco era gi\u00e0 in difficolt\u00e0 rispetto alla societ\u00e0 di due secoli fa. Pensare di applicarlo alla nostra cultura \u00e8 veramente una impresa disperata. Ma per fare storia occorre sviluppare gli organi della sensibilit\u00e0 storica. Fa opera autenticamente storica Kasper, cercando di entrare in rapporto con il mondo che ha di fronte e nel quale vive. Egli cerca di formulare una risposta dottrinale, fedele alla tradizione, ma che abbia acquisito le nuove evidenze di <i>Dignitatis Humanae<\/i>. Direi che per Kasper \u00e8 fondamentale acquisire una dottrina del matrimonio che non resti al di qua della \u201clibert\u00e0 di coscienza\u201d. De Mattei, invece, come un sostenitore dell\u2019approccio apologetico ottocentesco, diffida del reale, quando non sia filtrato dalle categorie rassicuranti non della dottrina cristiana, ma della ideologia di un fondamentalismo che irrigidisce la dottrina in un museo e pretende di leggere la vita degli uomini come \u201creperti\u201d di un museo.<br \/>Ad una tale pretesa, le statue da museo inevitabilmente si ribellano, per quanto si cerchi di colpevolizzarle per la vita che conducono: le presunte statue non restano rigide e immobili negli schemini che proiettiamo su di loro. Le statue, sia quelle familiari, sia quelle nel \u201crecinto del Vaticano\u201d, non si lasciano ridurre alle figure astratte e senza vita che produce, con eccessiva facilit\u00e0, questa lettura irrigidita e ingenerosa della tradizione cristiana, come abbiamo qui brevemente cercato di mostrare. <br \/>Kasper non vuole \u201ccancellare storia e dottrina\u201d, ma vuole restare dentro una tradizione in modo significativo, avendo compreso a fondo che \u201caltra \u00e8 la sostanza del <i>depositum fidei<\/i>, altra \u00e8 la formulazione del suo rivestimento\u201d. Privandosi di questa distinzione decisiva \u2013 detto in altri termini, privandosi del Vaticano II &#8211; &nbsp;De Mattei legge in modo caricaturale e ingiusto le ottime pagine del Cardinale, che attestano invece quella intelligenza teologica e quel coraggio pastorale di cui la Chiesa ha sempre avuto bisogno. <\/p>\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019apertura profetica del Vaticano II e l\u2019angustia di una apologetica irritata. Con uno \u201cspeciale\u201d di 4 intere pagine, il giornale \u201cil Foglio\u201d (1\/3\/14) ha dedicato una vasta attenzione al discorso del Card. 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