{"id":3367,"date":"2014-04-29T07:08:00","date_gmt":"2014-04-29T05:08:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-religione-e-i-linguaggi-elementari-come-nutrire-la-fede\/"},"modified":"2015-02-04T12:19:49","modified_gmt":"2015-02-04T11:19:49","slug":"la-religione-e-i-linguaggi-elementari-come-nutrire-la-fede","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-religione-e-i-linguaggi-elementari-come-nutrire-la-fede\/","title":{"rendered":"La religione e i linguaggi elementari: come nutrire la fede?"},"content":{"rendered":"<div style=\"clear: both; text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/image008.jpg\" style=\"clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;\"><img decoding=\"async\" border=\"0\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/image008.jpg\" \/><\/a><\/div>\n<p><i>A Praga, nei giorni 23-27 aprile 2014 &nbsp;si \u00e8 tenuto il Convegno dell&#8217;EuFres, il Forum Europeo per l&#8217;Insegnamento Scolastico della Religione. In quel contesto ho tenuto una relazione di cui riporto qui il testo. In quella occasione \u00e8 stato eletto, come Presidente del Forum Europeo, Don Filippo Morlacchi, Direttore dell&#8217;Ufficio Scuola del Vicariato di Roma. Un &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;augurio di buon lavoro al nuovo Presidente.<\/i><\/p>\n<p><b>\u201cCantate un canto nuovo\u201d. I nuovi linguaggi per l\u2019insegnamento della religione<\/b><\/p>\n<p><span style=\"white-space: pre;\">   <\/span>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;\u201cNutrire il pianeta, energia per la vita\u201d<br \/>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;EXPO 2015<\/p>\n<p>Il breve percorso che intendo proporre, in questa mia riflessione, costituisce il frutto di una duplice attenzione. Da un lato cerco di interpretare i \u201csegni dei tempi\u201d che ci offrono gli ultimi 50 anni di vita ecclesiale, con la loro sorprendente novit\u00e0. Dall\u2019altro utilizzer\u00f2 la \u201csvolta linguistica\u201d come criterio ermeneutico della stessa svolta conciliare, per scoprire che il Concilio Vaticano II si pu\u00f2 comprendere come un \u201critorno alle fonti\u201d che \u00e8 \u201creso possibile\u201d e \u201cautorizzato\u201d da una diversa comprensione del rapporto tra linguaggio ed esperienza. Vorrei procedere secondo \u201c10 passi\u201d, ognuno dei quali esordir\u00e0 con una \u201ctesi\u201d, enunciata all\u2019inizio e brevemente commentata successivamente. All\u2019inizio e alla fine del percorso vorrei sostare sul tema della prossima \u201cEXPO 2015\u201d, che \u00e8 singolarmente consonante con le preoccupazioni che qui cerco di tematizzare: ossia il recupero di \u201clinguaggi elementari per nutrire la fede\u201d.<\/p>\n<p><i>1. L\u2019orizzonte conciliare. L\u2019\u201dinclusione\u201d tra Gaudet Mater Ecclesia (1962) ed Evangelii Gaudium (2013)<\/i><\/p>\n<p><b>Tesi 1: Il modo con cui siamo chiamati a \u201cmediare la tradizione\u201d si sostanzia di due \u201csvolte\u201d: tornare alle fonti della esperienza di \u201crivelazione\/fede\u201d, ma distinguendo necessariamente, nella tradizione, la \u201csostanza della antica dottrina dalla formulazione del suo rivestimento\u201d.<\/b><\/p>\n<p>Il discorso inaugurale <i>Gaudet Mater Ecclesia<\/i>, con cui Giovanni XXIII ha aperto il Concilio Vaticano II e, recentemente, la Esortazione Apostolica <i>Evangelii Gaudium<\/i> di papa Francesco contengono il medesimo brano, ossia la famosa definizione della \u201cnatura pastorale\u201d del Concilio: \u201caltra \u00e8 la sostanza della antica dottrina del depositum fidei, e altra \u00e8 la formulazione del suo rivestimento\u201d. Questo passo, giustamente famoso, inaugura ufficialmente, nella esperienza della Chiesa cattolica, una nuova percezione del ruolo del linguaggio. Perch\u00e9 la continuit\u00e0 della tradizione possa essere assicurata, non bisogna confondere ci\u00f2 che nutre con la forma che esso ha assunto lungo la storia. Le singole forme, nel loro divenire, consentono alle generazioni, che si susseguono nella storia, di poter attingere nutrimento e forza dalla sostanza della antica dottrina. Il linguaggio non \u00e8 pi\u00f9 strumento, ma mediazione delicata per la continuit\u00e0 della tradizione.<\/p>\n<p><i>2. Il Concilio come \u201cevento linguistico e evento di stile\u201d e la \u201csvolta linguistica\u201d<\/i><\/p>\n<p><b>Tesi 2: Le interpretazioni pi\u00f9 significative che gli ultimi decenni hanno offerto hanno due caratteristiche assai singolari: vengono da \u201cfuori Europa\u201d e insistono sulla \u201cforma\u201d prima che sul contenuto del CV II. O\u2019Malley e Routhier (rispettivamente statunitense e canadese) interpretano il CVII come \u201cevento linguistico\u201d o \u201cevento di stile\u201d.&nbsp;<\/b><\/p>\n<p>Questa circostanza pu\u00f2 facilmente farci comprendere quanto importante deve essere il riconoscimento della funzione di questi \u201cluoghi internazionali\u201d, che mettono in rapporto la tradizione cristiana e cattolica \u201cin diverse lingue\u201d. Come oggi soprattutto uno sguardo \u201cda oltre Oceano\u201d pu\u00f2 cogliere \u201cche cosa \u00e8 veramente capitato al Concilio\u201d, scoprendone il \u201csegreto\u201d di un mutamente epocale del linguaggio con cui il magistero comprende meglio la Chiesa e il suo rapporto con il Signore Ges\u00f9, cos\u00ec si deve riconoscere che queto \u201cmutamento di linguaggio\u201d, che oggi noi ereditiamo dal Concilio, \u00e8 stato reso possibile dalla singolare contestualit\u00e0 \u201cintercontinentale\u201d di quella assise, che per la prima volta ha permesso il confronto e lo scontro tra le diverse culture dei cinque continenti nei quali vivono, parlano, pregano, lavorano, amano, mangiano, dormono, soffrono e gioiscono i cristiani cattolici romani.<\/p>\n<p><i>3. La riscoperta dei \u201clinguaggi elementari della fede\u201d: culto, parola, relazione testimoniale, rapporto con il mondo<\/i><\/p>\n<p><b>Tesi 3: &nbsp;Il Concilio Vaticano II ha prodotto una riscoperta di \u201cesperienze fontali\u201d per la rivelazione e per la fede: l\u2019atto di culto rituale (SC), l\u2019ascolto della parola (DV), la relazione di comunione ecclesiale (LG) e l\u2019incontro dello Spirito nel mondo (GS) sono, nello stesso tempo, esperienze e linguaggi.<\/b><\/p>\n<p>Non vi \u00e8 dubbio, infatti, che la originalit\u00e0 del Vaticano II, se deve essere riconosciuta, pu\u00f2 essere colta nella particolare scelta \u2013 squisitamente pastorale \u2013 con cui Giovanni XXIII prima, Paolo VI poi, e con loro i pi\u00f9 di 2000 Padri conciliari, hanno ritenuto di dover abbandonare il \u201cregistro classico\u201d del magistero conciliare, prevalentemente fatto di canoni di condanna e di formulazioni dogmatiche, per abbracciare un registro narrativo, biblico, sapienziale con cui meglio esprimere la identit\u00e0 e la vocazione ecclesiale. Per questo essi hanno saputo dar voce ad esperienze tanto fondamentali e originarie, quanto \u201csecondarie\u201d nelle premure e nelle preoccupazioni pi\u00f9 classiche. Questa singolare, ma necessaria convergenza di esperienze elementari, che necessitano di linguaggi meno precisi, ma pi\u00f9 potenti, ha formato, in pochissimi anni, un \u201ccorpus\u201d di testi dove la tradizione viene ripensata e riespressa secondo linguaggi che permettono altre esperienze (del mistero di Dio e del mistero della Chiesa), mentre queste nuove esperienze si dicono, necessariamente, secondo una \u201cformulazione diversa\u201d della medesima sostanza dottrinale. &nbsp;<\/p>\n<p><i>4. Un modello diverso di dottrina: imparare le regole di una lingua<\/i><\/p>\n<p><b>Tesi 4: Questa riscoperta ha una duplice rilevanza. Da un lato assicura la continuit\u00e0 della sostanza della dottrina nel mutamento dei linguaggi. Dall\u2019altro recupera l\u2019urgenza del mutamento dei linguaggi perch\u00e9 l\u2019accesso alla dottrina possa essere ancora assicurato. La \u201cnuova formulazione\u201d diventa necessaria perch\u00e9 possiamo ancora accedere alla sostanza della dottrina.<\/b><\/p>\n<p>Su questo punto \u00e8 bene sostare ancora un poco. E\u2019 fondamentale comprendere bene questa duplice rilevanza della \u201csvolta pastorale\u201d del Concilio Vaticano II. Da un lato, infatti, essa ha un valore di \u201cautorizzazione\u201d al cambiamento. Se la sostanza non cambia, pur mutando il linguaggio che la esprime, le ragioni del cambiamento (nella forma liturgica, nella recezione della Scrittura, nella istituzione ecclesiale e nella apertura al mondo) possono essere confortate da una maggiore serenit\u00e0 e fiducia. D\u2019altra parte \u2013 ed \u00e8 questo il versante pi\u00f9 interessante e delicato \u2013 essa ha un valore di \u201criforma\u201d o, come dice il latino, in modo pi\u00f9 chiaro, di \u201cinstitutio\u201d: solo il cambiamento della forma espressiva consente un nuovo e pi\u00f9 profondo accesso al nutrimento sostanzioso del \u201cdepositum fidei\u201d. In questo caso, in effetti, il mutamento assume un ruolo portante e formativo per l\u2019accesso pieno ed autentico alla sostanza. Il linguaggio qui non \u00e8 semplicemente uno \u201cstrumento per esprimere la sostanza\u201d, ma piuttosto una \u201cnuova esperienza della medesima sostanza\u201d. Per avere accesso alla \u201cantica dottrina\u201d, occorre imparare \u201cnuovi linguaggi\u201d. Ma non basta: i nuovi linguaggi non si imparano se non nell\u2019unico modo con cui si apprendono le lingue, ossia mediante l\u2019uso, mediante la iniziazione. Una lingua non si apprende per spiegazione, ma per iniziazione. Il significati delle parole sono le regole con cui si usano.<\/p>\n<p><i>5. Per la scuola: recupero del primato della \u201ciniziazione\u201d rispetto alla \u201cdottrina\u201d e alla \u201cnorma\u201d<\/i><\/p>\n<p><b>Tesi 5: Le conseguenze per la \u201cesperienza didattica\u201d sono evidentemente assai rilevanti. L\u2019atto di \u201cformazione\u201d, per garantire l\u2019accesso alla \u201csostanza del depositum fidei\u201d deve diventare accurato nella identificazione del \u201cmedium\u201d e nel discernimento del \u201cprocesso di formazione\u201d. Se i linguaggi non sono solo strumenti, la didattica \u00e8 pi\u00f9 una \u201ciniziazione a linguaggi\u201d che non semplicemente un \u201ctrasporto di contenuti\u201d. &nbsp;<\/b><\/p>\n<p>Essere formati, in questa prospettiva nuova, assume piuttosto la forma dell\u2019\u201dimparare ad usare parole, ad abitare luoghi, a gestire il corpo e il tempo, a intrecciare rapporti\u201d puttosto che elaborare immediatamente \u201cnozioni\u201d o \u201cnorme\u201d. Non vi \u00e8 dubbio che l\u2019atto formativo dovr\u00e0 anche arrivare alla astrazione concettuale e normativa. Ma, appunto, questo obiettivo \u00e8 \u201cmediato da diverse competenze linguistiche\u201d. E \u201clinguistiche\u201d, qui, assume un concetto molto ampio di linguaggio, che comprende non solo il verbale, ma anche il non-verbale. La esperienza religiosa, alla quale lo studente deve essere iniziato, non \u00e8 fatta solo di parole pensate, ma di parole proclamate, di parole poetiche, di parole cantate, di parole taciute. Silenzio, musica, tempo, spazio sono linguaggi fondamentali per accedere alla \u201cantica dottrina\u201d.<\/p>\n<p><i>6. Linguaggi elementari della fede: le forme ecclesiali della comunione&nbsp;<\/i><\/p>\n<p><b>Tesi 6: La tradizione cristiana &#8211; e cattolica in particolare &#8211; fa esperienza della comunione con Dio e con il prossimo nel radunarsi, nel lodare\/rendere grazie\/benedire, nell\u2019ascoltare la parola, nell\u2019offrire e ricevere doni, nel condividere il pasto, nel prendersi cura uno dell\u2019altro, nel riconoscersi fratelli e sorelle, tutti uguali e tutti diversi, nel riconoscere tutti liberi perch\u00e9 liberati dall\u2019amore.&nbsp;<\/b><\/p>\n<p>Il termine \u201ctradizione\u201d \u00e8 molto ambiguo. Esso parla, infatti, usando un sostantivo, per indicare una \u201dazione\u201d. Tradizione \u00e8 \u201cil tramandare\u201d, ossia il movimento di generazione in generazione. La tradizione cristiana, per questo, si fa sempre \u201cforma di vita\u201d, o, meglio, \u00e8 fatta per avere \u201cforma vitale\u201d. La apprendiamo nelle \u201cforme vissute\u201d, non nelle rappresentazioni statiche, delle quali pure, in un secondo momento, abbiamo bisogno. La tradizione della \u201ccomunione\u201d, ad esempio, \u00e8 un \u201cpassaggio\u201d molto complesso e articolato. Radunarsi insieme, con tatto, accuratezza, rispetto, attenzione, accoglienza e riconoscimento \u00e8 una forma di \u201clinguaggio elementare\u201d del tutto implicito, ma potentissimo. Allo stesso modo, condividere il canto, nella melodia, nella armonia, nel ritmo e nel timbro \u00e8 un \u201cfare comunione\u201d profondo e toccante, che difficilmente pu\u00f2 essere portato a parola, ma che non per questo \u00e8 meno efficace. Ancor pi\u00f9 il \u201cmangiare e bere insieme\u201d, che sta al centro della vita e dell\u2019atto di culto, illumina l\u2019una mediante l\u2019altro, ma ha l\u2019esigenza che le forme del pasto, nella loro distinzione, si assimilino e siano disposte a imparare, l\u2019una dall\u2019altra. &nbsp;<\/p>\n<p><i>7. Traduzione\/tradizione \u201ccivile\u201d del linguaggio religioso: diverse esperienze di libert\u00e0<\/i><\/p>\n<p><b>Tesi 7: Nella citt\u00e0 tardo-moderna \u00e8 possibile riconoscere la presenza di Dio. Dio nella citt\u00e0 \u00e8 presente nella forza con cui la \u201ccomunione\u201d \u00e8 gi\u00e0 l\u00ec. Occorre dare parola alle \u201cdiverse esperienze della libert\u00e0\u201d, che la citt\u00e0 liberale vorrebbe ridurre semplicemente alla \u201clibert\u00e0 politica\u201d: certo vi \u00e8 &nbsp;una sporgenza e una irriducibilit\u00e0 della \u201csfera morale\u201d rispetto alla \u201csfera politica\u201d; ma ancor pi\u00f9 urgente \u00e8 la sporgenza e la irriducibilit\u00e0 della \u201csfera religiosa\u201d rispetto a quella politica e morale.<\/b><\/p>\n<p>Uno dei punti di maggiore fragilit\u00e0 della \u201ccitt\u00e0 tardo-moderna\u201d \u00e8 la condizione di cittadinanza come astrazione individuale. Ma il rapporto che abbiamo con la identit\u00e0 di cittadini deve conservare non solo la capacit\u00e0 di \u201cpartire da s\u00e9\u201d, e nemmeno soltanto quella di \u201cobbedire all\u2019altro\u201d, ma quella di \u201clasciarsi donare a se stesso dall\u2019altro\u201d. In questo paradosso \u00e8 iscritta, fin dall\u2019origine, la identit\u00e0 dell\u2019uomo. Egli non ha \u201cper natura\u201d la propria identit\u00e0. Essa gli viene da un \u201cdono altrui\u201d, che lo rende capace di parlare e di pensare. Parola e pensiero, nell\u2019uomo, non sono \u201cper s\u00e9\u201d, ma \u201cper altro\u201d. Sono donati. Per questo il soggetto non riesce mai a trovare se stesso soltanto \u201cesercitando un proprio diritto\u201d o \u201criconoscendo un proprio dovere\u201d. Trova se stesso, propriamente, riconoscendo l\u2019altro come \u201cbene\u201d, come \u201corigine del proprio bene\u201d e come \u201cbenedizione\u201d. La lode, il rendimento di grazie e la benedizione sono i linguaggi della identit\u00e0. Tutti siamo stati iniziati a questi linguaggi, se siamo diventati uomini. Ma tutti dimentichiamo questi doni. Proprio perch\u00e9 sono doni, devono essere dimenticati nella loro origine. La scuola pu\u00f2 essere il luogo di questa memoria della lode, del \u201cgrazie\u201d e della benedizione da cui inizia, sempre, la umanit\u00e0 di ogni uomo.<\/p>\n<p><i>8. Recuperare una esperienza integrale dell\u2019uomo libero<\/i><\/p>\n<p><b>Tesi 8: &nbsp;La competenza di una \u201cdisciplina religiosa\u201d nella scuola \u00e8 al servizio di una \u201cesperienza integrale dell\u2019uomo\/donna libero\/a. Una accurata fenomenologia dei \u201ctre modi di essere liberi\u201d (politicamente, moralmente e religiosamente) necessita di \u201clinguaggi nuovi\u201d, pi\u00f9 elementari e meno definiti, ma pi\u00f9 potenti e ricchi.&nbsp;<\/b><\/p>\n<p>Se la scuola \u00e8 interessata a questa complessa \u201crammemorazione\u201d non solo pu\u00f2, ma \u201cdeve\u201d prevedere uno \u201cscavo della libert\u00e0\u201d. Uscendo dai modelli \u201capologetici\u201d, che sono tipici di una confusione di ruoli &#8211; perch\u00e9 l\u2019ordine di Dio non \u00e8 mai, semplicemente l\u2019ordine pubblico &#8211; dovremmo poter dialogare instancabilmente con le istanze con cui la tarda modernit\u00e0 elabora un sapere \u201ca due dimensioni\u201d, ossia nel conflitto urgente tra pretesa dei diritti &nbsp;e pressione dei doveri. Alla illusione di una totalizzazione dei diritti e una minimizzazione dei doveri, si contrappone, spesso, una massimizzazione dei doveri con attenuazione grave dei diritti. Ma questa alternativa non salva, n\u00e9 gratifica. Alla lunga amareggia e delude. L\u2019uomo non sta bene n\u00e9 solo pretendendo per s\u00e9, n\u00e9 solo rispondendo di s\u00e9. Deve poter trovare se stesso nello sguardo di un altro, nel pensiero di un altro, nel silenzio di un altro, nella cura di un altro. I linguaggi che esprimono il dono non sono mai del tutto afferrabili. Il dono si nasconde, si fascia. E questo fa parte della sua \u201cnatura\u201d. Perch\u00e9 \u00e8 donato, non si deve vedere, proprio perch\u00e9 l\u2019altro possa riceverlo \u201ccome suo\u201d. Nel dono il donatore deve sparire. Per questo Dio \u00e8 invisibile, perch\u00e9 dona tutto se stesso, sempre e comunque. Pur essendo il centro, \u00e8 costitutivamente periferico. Dare parola al dono, parola narrata, parola cantata, parola bella e parola forte: questo \u00e8 la ricontestualizzazione periferica, ma centrale, della testimonianza culturale della esperienza religiosa.<\/p>\n<p><i>9 Libert\u00e0 come diritto, libert\u00e0 come dovere, libert\u00e0 come dono: esperienza politica, esperienza etica ed esperienza religiosa della libert\u00e0<\/i><\/p>\n<p><b>Tesi 9: Dare forma piena alle diverse esperienze della libert\u00e0 significa quindi ricondurre le questioni brucianti del conflitto tra diritti e doveri ad un orizzonte di mistero e di dono. Lo specifico religioso \u00e8 \u201crileggere\u201d il conflitto tra il soggettivo del diritto e l\u2019oggettivo del dovere nell\u2019intersoggettivo del dono. Questo livello ha bisogno di linguaggi che \u201ciniziano\u201d il soggetto: narrazione, poesia, canto, musica, immagine, regole temporali e forme spaziali.&nbsp;<\/b><\/p>\n<p>Se la testimonianza di una \u201culteriorit\u00e0 donata\u201d esige un regime linguistico particolare, ci\u00f2 si deve alla particolare natura di questa \u201ctrascendenza\u201d. Nella lotta tra il soggettivo immediato, e l\u2019oggettivo altrettanto immediato, con tutte le contraddizioni e le paure di un tale scontro, la tradizione cristiana deve mediarsi in modo pi\u00f9 saggio. Essa non \u00e8 una \u201cterza via\u201d, ma un altro livello del rapporto. Essa fa memoria dell\u2019intersoggettivo comune e donato, da cui soggetti e oggetti scaturiscono e si affermano, nel gioco reso possibile proprio dal dono. Per dare consistenza a questo \u201caltro livello\u201d bisogna esercitare le virt\u00f9 della lungimiranza e della magnanimit\u00e0. Non pensare che un Dio oggettivo possa sconfiggere un soggetto pretenzioso, n\u00e9 che un soggetto disperato possa essere consolato da una proposizione vera. Il dono della intersoggettivit\u00e0 si fa presente nelle pieghe e nelle insufficienze degli oggetti e dei soggetti. Sono i linguaggi che \u201ciniziano\u201d a trasformare i soggetti in relazioni e gli oggetti in azioni. Recuperare il terreno di questa \u201ciniziazione\u201d \u00e8 una scommessa forte. Essa vuole recuperare, in modo non fondamentalistico e non autoritario, il primato del \u201ccomune\u201d sul \u201cprivato\u201d e sul \u201cpubblico\u201d. I linguaggi del riconoscimento sfondano le diffidenze del privato e proteggono dalla ingerenza del pubblico.<\/p>\n<p><i>10 La svolta linguistica e la sostanza del <\/i>depositum fidei<i>. Per una dottrina non riduzionistica della rivelazione\/fede.<\/i><\/p>\n<p><b>Tesi 10: La \u201csvolta linguistica\u201d ci dice che i linguaggi non stanno soltanto \u201ca valle\u201d della esperienza religiosa, ma anche \u201ca monte\u201d. La elaborazione di \u201cnuovi linguaggi\u201d per l\u2019insegnamento costituisce una risorsa per rinnovare l\u2019accesso a quella \u201csostanza\u201d del depositum, che non si pu\u00f2 pi\u00f9 intendere come riservata alla autonomia di un approccio intellettualistico. La narrazione &nbsp;e la relazione diventano, cos\u00ec, condizioni della dottrina. E il \u201cnon riduzionismo\u201d diventa, anche per l\u2019insegnamento, la via maestra per il servizio alla tradizione cristiana e culturale.<\/b><\/p>\n<p>Insegnare religione non \u00e8 una \u201cmissione impossibile\u201d n\u00e9 una \u201cnormale amministrazione\u201d: senza trascurare le differenze tra diversi ordinamenti giuridici, rapporti tra Chiese e stati, profili professionali e competenze garantite, mi pare che la svolta linguistica possa dire qualcosa di importante alla tradizione cristiana cattolica. Essa ha gi\u00e0 recepito nel Concilio Vaticano II la provvidenziale differenza (senza opposizione) tra sostanza e forma linguistica. Questa differenza non \u00e8 stata introdotta per relativizzare il linguaggio, ma per scoprirlo come mediazione decisiva per la <i>traditio fidei<\/i>. Non sono i catechismi o i codici comportamentali a costituire i modelli della tradizione. La tradizione ne ha bisogno, ma non pu\u00f2 essere ridotta a queste mediazioni, che poggiano su linguaggi pi\u00f9 elementari, pi\u00f9 originari e pi\u00f9 decisivi. Un insegnamento \u201cnon riduzionistico\u201d, oggi, deve recuperare dalla tradizione le forme pi\u00f9 elementari della relazione dell\u2019uomo a Dio, lasciando alle forme pi\u00f9 astratte un ruolo \u201csecondo\u201d. Noi siamo figli di una Chiesa che nel Concilio Vaticano II ha profondamente ripensato ci\u00f2 da cui attende di essere formata ed educata. Il Concilio, in fondo, \u00e8 stato un grande evento di ripensamento della \u201ceducazione ecclesiale\u201d. Avevamo allora, e abbiamo anche oggi, anche nella Chiesa, dei Mr. Gradgrind che iniziano la loro lezione &#8211; proprio sulla prima pagina di <i>Hard Times<\/i> di Ch. Dickens &#8211; dicendo:<\/p>\n<p><i>\u201cNow, what I want is Facts. Teach these boys and girls nothing but Facts\u201d.<\/i><\/p>\n<p>&nbsp;Per la Chiesa di oggi e di domani, resistere alla tentazione di un \u201cpositivismo religioso\u201d \u00e8 divenuto facile, grazie al Concilio Vaticano II. Non mancano, certo, le occasioni per cedere alla tentazione. Le parole del \u201ctema\u201d dell\u2019EXPO 2015, che ho messo come esergo della mia riflessione, indicano, sia pure occasionalmente e non senza qualche rischio di divagazione, un registro molto utile, per ripensare la tradizione cristiana e formularla in modo significativo. Nutrire tutti e dare energia alla vita non \u00e8, ultimamente, il disegno di salvezza formulato in un linguaggio elementare, che la tradizione cristiana ha piantato, una volta per tutte, nel \u201cpasto eucaristico come dono dello spirito\u201d? Possiamo osare tradurre questo linguaggio in quello, e quello in questo? Avremo paura si contaminarci o avremo il coraggio di esporci? Preferiremo una chiesa incidentata, ma che esce fuori, e va per strada, oppure una chiesa che si barrica nell\u2019autoevidenza gelosa di linguaggi classici, sicuri, garantiti, ma autoreferenziali?<\/p>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A Praga, nei giorni 23-27 aprile 2014 &nbsp;si \u00e8 tenuto il Convegno dell&#8217;EuFres, il Forum Europeo per l&#8217;Insegnamento Scolastico della Religione. In quel contesto ho tenuto una relazione di cui riporto qui il testo. 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