{"id":20709,"date":"2026-10-08T18:01:57","date_gmt":"2026-10-08T16:01:57","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=20709"},"modified":"2026-10-08T18:38:32","modified_gmt":"2026-10-08T16:38:32","slug":"il-signore-vuole-uscire-coraggio-nel-riconoscimento-di-autorita-e-istituzione-di-processi-di-riforma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/il-signore-vuole-uscire-coraggio-nel-riconoscimento-di-autorita-e-istituzione-di-processi-di-riforma\/","title":{"rendered":"Il Signore vuole uscire. Coraggio nel riconoscimento di autorit\u00e0 e istituzione di processi di riforma"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/immagine_base_sinodo-2Bpiccola1.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-3498\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/immagine_base_sinodo-2Bpiccola1.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"83\" \/><\/a><\/p>\n<p>Il paradosso della chiesa cristiana \u00e8 di essere senza dubbio la pi\u00f9 assoluta delle monarchie. Nella chiesa uno solo \u00e8 il titolare di ogni autorit\u00e0: il Signore morto e risorto, che siede alla destra del Padre. Nella chiesa cattolica, in modo particolarmente paradossale, il vescovo di Roma, in quanto papa \u2013 che facilmente pu\u00f2 essere confuso con un sovrano, di cui sembra ancora portare le insegne \u2013 non \u00e8 che \u201cservus servorum Dei\u201d, strumento minore e piccolo, inginocchiato ai piedi del Signore. Questa immagine, che Paolo VI si lasci\u00f2 ispirare dal mosaico di S. Paolo fuori le Mura, pu\u00f2 essere utilmente presupposta al discorso che sembra pi\u00f9 opportuno di fronte a due documenti, che da qualche giorno abbiamo a disposizione e che segnano, a mio avviso, un certo sviluppo nel modo di considerare la autorit\u00e0 all\u2019interno della Chiesa cattolica.<\/p>\n<p><b>Due testi e due operazioni<\/b><\/p>\n<p>I due testi a cui mi riferisco sono, rispettivamente, <a href=\"https:\/\/www.synod.va\/it\/il-processo-sinodale\/fase-3-l-implementazione\/i-gruppi-di-studio\/rapporti-finali\/commissione-canonistica.html)\">la conclusione del lavoro del gruppo sinodale dei \u201ccanonisti\u201d, con il relativo documento<\/a>\u00a0 e il <a href=\"https:\/\/www.settimananews.it\/famiglia\/amoris-laetitia-narrazioni-dalle-chiese-locali\/\">discorso di apertura<\/a>\u00a0 della riflessione ecclesiale, voluta da papa Leone, a 10 anni da \u201cAmoris Laetitia\u201d . Potremmo definirli come la considerazione complessiva<em> de lege<\/em> da parte di un documento frutto del Sinodo 2021-2024 e come l\u2019anniversario decennale del frutto magisteriale, conseguito al duplice sinodo sulla famiglia 2014-2015.<\/p>\n<p>Quando un documento mette a programma, in una scansione temporale ampia, una intera riforma del CJC, e quando un papa apre un incontro invitando a riconoscere la autorit\u00e0 delle famiglie, qualcosa di importante inizia ad accadere. Di sicuro, la stagione sinodale, che papa Francesco ha profondamente ristrutturato e rilanciato, inizia a produrre non solo <i>progetti<\/i><i> di rif<\/i><i>orma<\/i>, ma <i>meta-riflessioni s<\/i><i>ugli apprendimenti istituzionali<\/i><i> gi\u00e0 acquisiti<\/i>.<\/p>\n<p>In tutto questo, mi pare, il cuore della questione consiste nella lenta elaborazione di un nuovo modo di esercitare la autorit\u00e0, che deriva, essenzialmente, da una nuova capacit\u00e0, ancora embrionale, ma oggettiva, di riconoscere autorit\u00e0.<\/p>\n<p>In entrambi i casi, intendo dire sia da parte del documento dei canonisti, sia nella introduzione ai lavori a 10 anni da Amoris Laetitia, si mostra in primo piano una duplice esigenza:<\/p>\n<p>a) il coraggio di modificare le forme istituzionali di gestione della autorit\u00e0<\/p>\n<p>b) la consapevolezza che nuove forme di autorevolezza debbono essere riconosciute.<\/p>\n<p>I due punti sono chiaramente correlati, ma devono essere anche nettamente distinti. Da un lato, infatti, occorre <i>predisporre \u201cnorme istituzionali\u201d che permettano il riconoscimento di nuove autorit\u00e0<\/i>, irriducibili alle forme classiche con cui la Chiesa cattolica ha esercitato il potere. D\u2019altra parte <i>queste \u201cnuove norme\u201d non si giustificano da s\u00e9, ma sono soltanto in funzione di \u201cnuove forme di autorit\u00e0\u201d che si manifestano nel corpo ecclesiale<\/i>, e che per ora non sono istituzionalmente riconosciute, se non episodicamente, rapsodicamente, in modo contingente e talvolta arbitrario.<\/p>\n<p><b>La resistenza al Sinodo (e ad Amoris Laetitia) come rifiuto della autorevolezza storica<\/b><\/p>\n<p>Ovviamente questo doppio livello della questione pu\u00f2 facilmente essere preso del tutto sotto gamba. Chi contrappone al Sinodo la preghiera, o la vita santa, o la tradizione immutabile, non coglie per nulla la esigenza di un \u201clavoro sinodale\u201d, perch\u00e9 ritiene che la unica autorit\u00e0 che conta, quella del Signore Ges\u00f9, sia sufficientemente garantita e custodita, contro il mondo cinico e baro, dall\u2019assetto tridentino che la Chiesa cattolica ha assunto nel XVI secolo. Papa, Cardinali, Congregazioni e Vescovi con potest\u00e0 di giurisdizione \u2013 dicono questi soggetti &#8211; potrebbero gestire ogni cosa brillantemente, se non si perdessero in chiacchiere.<\/p>\n<p>Per contrastare questa lettura riduttiva, e sostanzialmente lefebvriana, anche senza bisogno di gridare allo scisma, bisogna ripartire dal Concilio Vaticano II e dalla sua \u201cindole pastorale\u201d. E mi pare che tanto il Sinodo dei Vescovi, quanto le parole di papa Leone XIV, proprio al Vaticano II continuino ad ispirarsi, con lungimiranza. Tutti coloro che guardano con sufficienza alla istituzione sinodale di fatto concepiscono la Chiesa come una piramide senza possibilit\u00e0 non dico di rovesciamento, ma di correlazione interna della autorit\u00e0.<\/p>\n<p>I due testi che abbiamo considerato, invece, si muovono, sia pure con passo differenziato, nella direzione di una \u201cconversione dell\u2019esercizio della autorit\u00e0 in vista del riconoscimento di nuove autorit\u00e0\u201d. Questo \u00e8 una forma di \u201capprendimento ecclesiale\u201d di cui alcuni non vogliono neppure sentir parlare.<\/p>\n<p><b>L\u2019orizzonte nitido tracciato da Amoris Laetitia<\/b><\/p>\n<p>Questo movimento di apprendimento, che mette insieme riconoscimento e riforma canonica, \u00e8 diventato ufficiale con i primi numeri di <i>Amoris laetitia<\/i>, nei quali si dice, con una semplicit\u00e0 quasi disarmante, che il magistero non deve risolvere ogni problema e deve invece riconoscere che ci sono \u201caltre autorit\u00e0\u201d competenti. Questo, quando viene affermato su uno dei temi (matrimonio e famiglia) su cui il magistero, negli ultimi 200 anni, ha assunto una postura di \u201cresistenza nella autorit\u00e0\u201d quasi totalizzante (per non dire totalitaria), significa che un cambio di paradigma \u00e8 in corso di realizzazione. La esigenza di \u201cascoltare\u201d, che ha qualificato lo stile sinodale, mostra bene il punto decisivo: altre autorit\u00e0 devono non solo prendere la parola, ma avere riconosciuto un potere. In quei primi numeri di AL, in cui al riconoscimento del nuovo si accompagnava, come \u00e8 inevitabile, la critica del vecchio in termini di auto-critica (come sempre accade, accanto alla riscoperta di una tradizione sana da rilanciare occorre fare i conti con una tradizione malata da superare), si ponevano le premesse per uno sviluppo che il testo si limitava ad inaugurare, senza svolgerlo. D\u2019altra parte proprio la logica di AL prevedeva questo: quando il magistero riconosce di non dover \u201crisolvere tutto\u201d, allora chiama in gioco, necessariamente, altro da s\u00e9, di cui la tradizione ha scarsa esperienza e poca dimestichezza. Si entra nel campo di una \u201clex condenda\u201d che non \u00e8 riducibile alla \u201clex condita\u201d.<\/p>\n<p><b>Lo sviluppo istituzionale come forma acquisita del riconoscimento di autorit\u00e0<\/b><\/p>\n<p>Se nella famiglia scopriamo la autorit\u00e0 dei soggetti implicati, con le loro gioie e i loro dolori; se nella chiesa riconosciamo che le donne sono corredate, proprio come gli uomini, di tutti i <i>munera<\/i> di Cristo (di quello profetico, di quello regale ma anche di quello sacerdotale) allora l\u2019atto di apprendimento di queste realt\u00e0 autorevoli non pu\u00f2 essere scritto in una piccola nota a fondo pagina o passare, istituzionalmente, solo attraverso una interpretazione pi\u00f9 ampia di un canone secondario. In altri termini, il riconoscimento di autorit\u00e0, che sicuramente \u00e8 gi\u00e0 in atto, e che sta cambiando la chiesa in modo consistente, chiede un riconoscimento formale. Se la riconciliazione delle famiglie ferite non \u00e8 pi\u00f9 questione di \u201cscomunica\u201d, la cosa non deve restare solo nel segreto del confessionale, ma deve poter essere detta dai tetti delle case: senza un ordinamento giuridico che la riconosca, ogni nuova unione resta, <i>formaliter<\/i>, una forma di vita clandestina. D\u2019altra parte, se alle donne si riconosce una autorit\u00e0, pensare che tutta la loro autorit\u00e0 si possa costipare nella vecchia categoria di \u201cpotestas iurisdictionis\u201d e non possa in nessun modo riguardare la \u201cpotestas ordinis\u201d, ci\u00f2 significa rimanere chiusi in un sistema paternalistico e non poco patriarcale, in cui agli uomini il potere \u00e8 attribuito per necessit\u00e0 e per legge, mentre alle donne \u00e8 riferito solo per eventualit\u00e0 o per privilegio.<\/p>\n<p>Per questo mi pare importante leggere, nei due documenti appena pubblicati, la intenzione di riconoscere nuove forme della autorit\u00e0 e di adeguare la legge a questo importante riconoscimento. I due passaggi sono decisivi. Da un lato un atto di riconoscimento ecclesiale, teologico e pastorale: la ammissione di un apprendimento ecclesiale, necessario e prezioso, che impegna tutti; dall\u2019altro la traduzione istituzionale del riconoscimento, la sua trascrizione formale in norma oggettiva, perch\u00e9 diventi non solo una profezia isolata, ma una consuetudine fondata e una tradizione condivisa.<\/p>\n<p>La questione centrale resta: in che modo la autorit\u00e0 di Cristo, che realizza il regno di Dio, non si lascia rinchiudere in assetti di potere fissi, ma domanda sempre nuovi riconoscimenti di autorit\u00e0, nei quali egli stesso, proprio il Signore, misteriosamente, si rende presente \u201csotto altra specie\u201d, nella forza della debolezza, nella centralit\u00e0 della periferia e nella ricchezza della povert\u00e0?<\/p>\n<p>Bussa alla porta della casa ecclesiale, il Signore, perch\u00e9 vuole uscire: cos\u00ec disse papa Francesco, il giorno prima della sua elezione, quando era ancora il cardinale di Buenos Aires. Stiamo offrendo, a questa uscita della chiesa dalla sua autorefenziale ripetizione di s\u00e9 medesima, le ragioni e i mezzi, la dottrina e il diritto: la continuit\u00e0 con la immaginazione profetica apparsa come un fulmine nel marzo del 2013 non \u00e8 n\u00e9 piccola n\u00e9 indolore.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il paradosso della chiesa cristiana \u00e8 di essere senza dubbio la pi\u00f9 assoluta delle monarchie. 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