{"id":20664,"date":"2026-08-27T16:33:17","date_gmt":"2026-08-27T14:33:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=20664"},"modified":"2026-08-27T16:33:27","modified_gmt":"2026-08-27T14:33:27","slug":"sulluso-da-imparare-e-sugli-abusi-da-evitare-una-distinzione-decisiva-per-capire-la-riforma-liturgica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/sulluso-da-imparare-e-sugli-abusi-da-evitare-una-distinzione-decisiva-per-capire-la-riforma-liturgica\/","title":{"rendered":"Sull&#8217;uso da imparare e sugli abusi da evitare: una distinzione decisiva per capire la Riforma Liturgica"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-19819\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena-300x153.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"153\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena-300x153.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena.jpg 382w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Mentre il Concilio Vaticano II era ancora aperto, R. Guardini, nel 1964, scrisse una famosa lettera al Vescovo di Mainz, in cui sosteneva, profeticamente, che la Riforma liturgica, che allora stava cominciando, avrebbe dovuto avere, come obiettivo comune a tutta la Chiesa, il fatto di &#8220;reimparare l&#8217;atto di culto&#8221;. Si trattava, in sostanza, di un atto di &#8220;pedagogia ecclesiale&#8221;, che cambiava profondamente le prospettive di esame delle azioni rituali.\u00a0 Non era pi\u00f9 al centro la &#8220;lotta agli abusi&#8221; rispetto ad un &#8220;ordo rituale&#8221; pienamente compiuto e autosufficiente, come quello tridentino. Si trattava, invece, di imparare un &#8220;uso nuovo&#8221; della azione rituale, come linguaggio comune a tutta la Chiesa e non solo destinato ai presbiteri.<\/p>\n<p>Le discussioni recenti intorno alla liturgia rivelano, soprattutto nella considerazione della \u201cmessa tridentina\u201d, una certa fragilit\u00e0 rispetto ad uno degli intenti fondamentali che hanno caratterizzato il Concilio Vaticano II e la sua cura per la tradizione liturgica. Anche un teologo di valore come H. U. von Balthasar sapeva bene che occorre distinguere tra \u201cquestioni ultime\u201d e \u201cquestioni penultime\u201d. Richiamo qui brevemente una sua affermazione dalla quale vorrei prendere avvio nella mia riflessione.<\/p>\n<p>a)\u00a0<strong><em>Ragioni ultime e ragioni penultime<\/em><\/strong><\/p>\n<p>In un suo testo del 1986 Balthasar chiariva bene un aspetto piuttosto nascosto della questione:<\/p>\n<p>\u201cSubisce o d\u00e0 scandalo, come ebbe a sentenziare Guardini, <strong><em>chi pretende di aver ragione adducendo argomenti \u00abpenultimi\u00bb, cio\u00e8 non perentori<\/em>. Simili\u00a0<em>ragioni penultime<\/em>\u00a0sono in questo caso\u00a0<em>il clamoroso abuso del nuovo\u00a0Ordo\u00a0liturgico da parte di un gran numero di ecclesiastici, mentre la ragione ultima parla, nonostante tutto, per la Chiesa del Concilio e contro i tradizionalisti<\/em><\/strong>.<strong>\u00a0<i>La S. Messa aveva urgente bisogno del rinnovamento, soprattutto di quell\u2019attuosa partecipazione di tutti i fedeli all\u2019azione sacra che nei primi secoli era qualcosa di assolutamente pacifico\u201d\u00a0\u00a0<\/i><\/strong><i>(<\/i><i>H.-U. Von Balthasar,\u00a0Piccola guida per i cristiani, Milano, Jaca Book, 1986, 112)<\/i><\/p>\n<p>Questa differenza merita una parola di commento e di approfondimento. Che cosa significa, davvero? Proviamo a considerare bene l\u2019ottica con cui il Concilio Vaticano II \u00e8 entrato \u201cin re liturgica\u201d. Assumendo in pieno la \u201cquestione liturgica\u201d il Vaticano II esce da un\u2019ottica ristretta, che considerava l&#8217;\u201dabuso\u201d come il problema centrale della liturgia. Questa prospettiva discende da una serie di premesse che meritano di essere apertamente contestate:<\/p>\n<p>\u2013 la liturgia \u00e8 il linguaggio dei preti<\/p>\n<p>\u2013 ai preti \u00e8 prescritto un \u201critus servandus\u201d<\/p>\n<p>\u2013 se i preti non osservano questo rito, commettono un abuso<\/p>\n<p>Di fronte a questa impostazione limitata e distorta, il Concilio Vaticano II ha ridotto questo problema \u2013 che a modo suo resta anche oggi \u2013 ad una \u201cquestione penultima\u201d. Perch\u00e9 ha posto, in primo piano, <strong><em>una \u201cquestione ultima\u201d, che non riguarda l\u2019abuso liturgico, ma l\u2019uso liturgico<\/em><\/strong>.<\/p>\n<p><strong>b) Dall\u2019abuso all\u2019uso: il cambio di paradigma<\/strong><\/p>\n<p>Ci\u00f2 che\u00a0<em>Sacrosanctum Concilium<\/em>\u00a0imposta, in modo esemplare, \u00e8 precisamente questo recupero della liturgia in una diversa prospettiva, i cui criteri sono, a differenza del modello precedente:<\/p>\n<p>\u2013 la liturgia \u00e8 linguaggio comune, la cui azione \u00e8 partecipata dall\u2019intera assemblea;<\/p>\n<p>\u2013 non solo ai preti, ma all\u2019intera assemblea \u00e8 prescritto un \u201critus celebrandus\u201d;<\/p>\n<p>\u2013 l\u2019impegno fondamentale \u00e8 la \u201cpromozione dell\u2019uso\u201d di questo rito, e solo subordinatamente la \u201clotta all\u2019abuso\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019esito di questo mutamento sta in una rilettura della tradizione del \u201crito romano\u201d che si alimenta di tre novit\u00e0 strutturali, le cui conseguenze sul piano ecclesiologico, pastorale e spirituale sono di primaria importanza. Promuovere la partecipazione attiva significa, in sostanza, \u201ccambiare uso\u201d della liturgia. Questo \u00e8 il criterio con cui affrontare anche il problema degli abusi, ma nella prospettiva pi\u00f9 corretta.<\/p>\n<p><strong>c) Lo \u201cstato di minorit\u00e0\u201d di Summorum Pontificum<\/strong><\/p>\n<p>E\u2019 evidente come, se esaminiamo le cose da questa prospettiva, appaia che SP ha avuto due motivi di grave debolezza, proprio a causa di questa non chiara comprensione del primato dell\u2019uso sull\u2019abuso:<\/p>\n<p>\u2013 da un lato, assumendo come normali \u201cdue usi paralleli\u201d, SP oscurava in modo grave l\u2019intento deciso con cui il Vaticano II aveva indicato, con tutta la sua autorit\u00e0, ben \u201csette\u201d punti di non ritorno rispetto all\u2019uso della messa tridentina: solo il NO, elaborato in ottemperanza al Concilio, ha garantito maggiore ricchezza biblica, preghiera dei fedeli, omelia, lingua volgare, unit\u00e0 delle due mense, concelebrazione e comunione sotto le due specie (SC 51-58). Questo \u201cuso\u201d diventa normativo, mentre persistere nel VO significa inevitabilmente disattendere questi imperativi conciliari. SP aveva emarginato obiettivamente la centralit\u00e0 di queste priorit\u00e0.<\/p>\n<p>\u2013 dall\u2019altro, tra le sue giustificazioni, SP rimane legato alla prospettiva del \u201cprimato dell\u2019abuso sull\u2019uso\u201d, perch\u00e9 fa dell\u2019uso del VO una sorta di \u201ctemperamento degli abusi legati al NO\u201d. In realt\u00e0 questa lettura \u00e8 largamente fallace. Perch\u00e9 il NO introduce \u201cusi pi\u00f9 complessi\u201d del rito romano, che chiamano alla azione, alla responsabilit\u00e0, alla parola non solo il \u201cprete\u201d, ma tutta la assemblea. Di qui deriva, strutturalmente, la non comparabilit\u00e0 tra VO e NO. Sono due fasi di sviluppo del rito romano, che non possono darsi contemporaneamente se non in casi eccezionali e destinati alla estinzione.<\/p>\n<p><strong>d) la differenza di &#8220;uso&#8221; tra i due &#8220;ordines&#8221;<\/strong><\/p>\n<p>Se si analizza ancora meglio la differenza tra VO e NO, si nota che uso e abuso sono, nei due ambiti, dotati di significato diverso. L&#8217;uso del VO \u00e8 chiaramente fissato da &#8220;Ritus servandus&#8221;. L&#8217;azione liturgica, pensata come azione strettamente clericale, segue una sequenza fissa, sempre uguale, con minime variazioni dovute all&#8217;anno liturgico o alle circostanze. Tutto \u00e8 in qualche modo predeterminato. L&#8217;abuso \u00e8 chiaramente identificato come &#8220;violazione di una rubrica&#8221;.\u00a0 Nel NO, invece, le cose stanno in modo diverso. L&#8217;ordinamento ha una sua ricchezza plurale, che affida una parte della sequenza alla libera scelta della assemblea e di colui che la presiede. Questo margine di &#8220;variabilit\u00e0&#8221; pu\u00f2 essere vissuto, da chi \u00e8 abituato al VO, come un &#8220;abuso strutturale&#8221;. In questi giorni alcuni gruppi tradizionalistici contestano a papa Leone di non aver proclamato il Canone Romano come preghiera eucaristica in grandi solennit\u00e0. Questa obiezione \u00e8 tipica di chi pensa con il modello della Messa tridentina, che ha nel Messale un solo testo di preghiera eucaristica, ossia il Canone Romano. La scelta della III o della IV preghiera eucaristica pu\u00f2 essere considerata un &#8220;abuso&#8221;, da parte di chi pensa in modo rigido e senza la ricchezza del NO. Ovviamente questo non esclude che anche la celebrazione del NO conosca i suoi abusi: che alla proclamazione della Parola si facciano precedere pistolotti moralistici sulle letture o che durante il rito di presentazione dei doni arrivino all&#8217;altare una infinita quantit\u00e0 di &#8220;segni&#8221; e di &#8220;doni&#8221; diversi da pane e vino. La cosa fondamentale \u00e8 capire che la Riforma Liturgica ha introdotto un nuovo &#8220;uso della Messa&#8221; al quale non eravamo abituati da molti secoli. Non si impara un nuovo uso semplicemente evitando gli abusi, ma imparando l&#8217;atto di culto che la Chiesa compie mediante la celebrazione liturgica.<\/p>\n<p><strong>e) La custodia della tradizione<\/strong><\/p>\n<p>Ecco allora apparire in una nuova luce la questione dell\u2019uso in rapporto all\u2019abuso. Per il Concilio Vaticano II \u00e8 pi\u00f9 importante imparare un nuovo uso del rito romano piuttosto che evitare gli abusi legati ad una concezione clericale, formale e separata dell\u2019atto di culto. Romano Guardini, che abbiamo ascoltato all&#8217;inizio, sapeva bene che la vera sfida della riforma liturgica era \u201creimparare l\u2019atto di culto\u201d. Per impararlo non \u00e8 pi\u00f9 sufficiente la \u201clotta agli abusi\u201d. Occorre anzitutto reimparare usi: reimparare l\u2019uso della liturgia della parola, l\u2019uso della anafora, l\u2019uso del rito di comunione, l&#8217;uso della musica corale, l&#8217;uso delle azioni processionali, l&#8217;uso del silenzio. Questa \u00e8 cosa molto pi\u00f9 complessa della lotta agli abusi, ma anche molto pi\u00f9 vitale. Per questo la \u201ccustodia della tradizione\u201d non pu\u00f2 neppure concepire che i nuovi usi possano essere custoditi permettendo che si torni ai vecchi usi. Il vecchio uso \u00e8 diventato, dopo la riforma, un abuso: il ritus servandus \u00e8, come tale, una prospettiva distorta e fuorviante. Si tratta piuttosto di entrare con decisione dentro una nuova prospettiva, che passa dal \u201critus servandus\u201d del VO al \u201critus celebrandus\u201d del NO. Questa sapienza celebrativa non pu\u00f2 essere oggetto di cura, se si lascia in piedi una lettura clericale, separata e formalistica della liturgia. Il congedo dal VO \u00e8 un imperativo del Concilio Vaticano II, perch\u00e9 una nuova \u201cars celebrandi\u201d, che non riguarda solo i preti, coinvolga in radice l\u2019assemblea e plasmi in modo nuovo la preghiera e la Chiesa: questo uso non pu\u00f2 essere oggetto di \u201clibera opzione\u201d, n\u00e9 per qualsiasi prete, n\u00e9 per ogni singolo Vescovo, e neppure per i Sommi Pontefici. Qui il vero abuso \u00e8 costituito\u00a0 dagli attaccamenti emotivi e dalle nostalgie del passato. Per &#8220;andare avanti&#8221; in questa direzione si \u00e8 mosso, con coerenza, il limpido discorso di papa Leone del 26 agosto 2026.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mentre il Concilio Vaticano II era ancora aperto, R. 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