{"id":20596,"date":"2026-07-22T15:38:20","date_gmt":"2026-07-22T13:38:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=20596"},"modified":"2026-07-22T15:38:20","modified_gmt":"2026-07-22T13:38:20","slug":"dopo-lo-scisma-una-tradizione-viva-14-vetus-ordo-novus-ordo-e-apprendimento-ecclesiale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/dopo-lo-scisma-una-tradizione-viva-14-vetus-ordo-novus-ordo-e-apprendimento-ecclesiale\/","title":{"rendered":"Dopo lo scisma: una tradizione viva\/14. Vetus Ordo, Novus Ordo e apprendimento ecclesiale"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-11717\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio-296x300.jpg\" alt=\"\" width=\"296\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio-296x300.jpg 296w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio.jpg 949w\" sizes=\"(max-width: 296px) 100vw, 296px\" \/><\/a><\/p>\n<p>La fine dell\u2019uso del <i>Vetus Ordo<\/i> (ossia dei riti tridentini) corrisponde anche alla sua vera riscoperta. In effetti, se guardiamo agli sviluppi degli ultimi 50 anni, notiamo facilmente la forma ideologica con cui il VO ha subito violenza da parte di coloro che hanno provato ad usarlo non come tradizione della Chiesa, ma come una bandiera, o come un\u2019arma, contro il Concilio Vaticano II. Cerchiamo di capire meglio che cosa significa questo uso ideologico.<\/p>\n<p><b>Un parallelismo senza apprendimento<\/b><\/p>\n<p>Se, come fece fin dall\u2019inizio Marcel Lefebvre, si pensa ad un regime parallelo, di Vetus Ordo e Novus Ordo, come un espediente per la resistenza al Concilio Vaticano II, ritenendolo un male da evitare, contro le deliberazioni conciliari e papa Paolo VI, \u00e8 evidente che questo atteggiamento bloccava ogni atto di apprendimento ecclesiale. Il VO era un modo per non cambiare. La Chiesa iniziava a spaccarsi in due parti: da un lato chi si schierava giustamente con il NO e dall\u2019altro chi si schierava con il VO. Non molto diversa \u00e8 stata la reazione di Roma, dopo lo scisma del 1988. Gradualmente, in alcuni settori chiave della curia romana, si \u00e8 creata una resistenza al Concilio non apertamente scismatica, ma di custodia e di promozione di chi respingeva la logica conciliare. Anche questa via, che ha trovato la sua massima applicazione tra il 2007 e il 2021, non ha impedito, ma ha favorito la lacerazione. La retorica curiale, che qualcuno prova a ripetere anche oggi, proponeva una narrazione di comodo: favorire le comunit\u00e0 che usano il VO avrebbe arricchito la Chiesa, in un scambio tra VO e NO. In realt\u00e0, se si guarda alla verit\u00e0 teologica e della esperienza, questa \u00e8 una ricostruzione sofistica, idealizzata a falsa. Chi celebra con il VO non accetta la logica aperta del NO. D\u2019altra parte chi celebra con il NO tende a vedere il VO come una serie di errori irrimediabili. Questo \u00e8 il frutto della gestione irresponsabile che si \u00e8 generata nel corpo del cattolicesimo di un \u201cpassaggio di apprendimento ecclesiale\u201d, che si \u00e8 cercato di bloccare e di anestetizzare: se ciascuno continua come vuole, si \u00e8 pensato, si trover\u00e0 la pace. In realt\u00e0 in questa ambiguit\u00e0 si \u00e8 generato un conflitto e una paralisi, non un apprendimento ecclesiale.<\/p>\n<p><b>La fine di una impostazione moderna<\/b><\/p>\n<p>Perch\u00e9 parlo di \u201capprendimento ecclesiale\u201d? Perch\u00e9 il Movimento Liturgico e la Riforma che ne \u00e8 scaturita sono la sintesi di tutta la tradizione, non solo di una sua porzione. Per questo hanno bisogno, costitutivamente, di aver rapporto con tutte le fasi della storia della Chiesa, dalla esperienza delle quali permettono un atto di apprendimento superiore, con un vero sviluppo organico, che \u00e8 impossibile se, parallelamente, gestiamo il VO e in NO, nella reciproca indifferenza.<\/p>\n<p>Proprio per questo, dopo lo scisma del 1 luglio 2026, si chiude una fase di confusione, in cui si \u00e8 pensato di fermare la storia, anzi di negarla, e di rendere contemporaneamente possibile celebrare come se ci fosse stato un Concilio Vaticano II, oppure come se non ci fosse altro che il Concilio di Trento e il Concilio Vaticano I. Questo \u00e8 stato un passaggio tradizionalistico, un blocco della tradizione, che finora non abbiamo elaborato del tutto e che causa ancora molte illusioni e delusioni del tutto sproporzionate. Aver reso paralleli il NO e il VO li ha resi sterili entrambi. L\u2019unico modo per valorizzare il VO \u00e8 un atto di apprendimento ecclesiale, che lo legga come una \u201cstoria compiuta\u201d di cui possiamo ancora arricchirci, purch\u00e9 stia nel nostro passato, come forma istituzionale di una fase della storia della chiesa che non \u00e8 pi\u00f9 la nostra.<\/p>\n<p><b>Che cosa impariamo dal Vetus Ordo?<\/b><\/p>\n<p>Provo a spiegare ci\u00f2 che ho appena affermato con alcuni esempi. Con essi vorrei mostrare che la ricchezza della tradizione del Vaticano II vive di riletture intelligenti della propria storia precedente, in cui la qualit\u00e0 rituale della liturgia passa sempre anche attraverso un atto di memoria cavalleresca del passato, che come tale diventa un presente ancora possibile, sebbene nella forma rituale elaborata dopo il 1963.<\/p>\n<p>Non tutto ci\u00f2 che \u00e8 avvenuto dopo il 1963 \u00e8 oro colato. Di questo deve essere cosciente la lucidit\u00e0 ecclesiale. Pertanto nelle forme precedenti possiamo trovare tesori che ancora meritano di essere valorizzati. Non si tratta di scegliere tra VO e NO: siamo obiettivamente nel contesto di un rito riformato, che non ha concorrenze parallele. Ma questo rito riformulato, che non ha carattere rigido, ma elettivo e selettivo, permette di rileggere il passato con occhiali nuovi, per cogliervi opportunit\u00e0 pi\u00f9 convincenti, che sar\u00e0 nostro compito integrare nel NO. Ecco tre esempi plausibili:<\/p>\n<p>a) La prima riforma della <i>Veglia Paquale<\/i>.<\/p>\n<p>Rispetto al nostro attuale ordo della settimana santa, un precedente di rilievo \u00e8 la riforma che Pio XII propose nel 1951 della Veglia. Quando la riforma postconciliare ha rielaborato la riforma di Pio XII, guadagnando nuove importanti evidenze che non si possono perdere, ha per\u00f2 smarrito un elemento che quell\u2019Ordo aveva proposto con grande efficacia: ossia la correlazione con cui una rubrica poneva la \u201cliturgia della Parola\u201d in una condizione spaziale fondamentale, ossia da celebrarsi \u201cdavanti al cero benedetto\u201d. La parola da ascoltare era illuminata dalla luce del risorto. La scomparsa di quel particolare \u00e8 una perdita: recuperarlo dovrebbe essere il compito di una buon atto di apprendimento ecclesiale.<\/p>\n<p>b) Il lezionario della Settimana Santa<\/p>\n<p>Sempre durante la Settimana Santa, oggi possiamo fare riferimento ad un lezionario molto pi\u00f9 ricco, perch\u00e9 fondato sul \u201cciclo triennale\u201d introdotto dopo il Vaticano II, per obbedire alla consegna di una \u201cmaggiore ricchezza biblica\u201d imposta da SC 51. Questa ricchezza, di cui godiamo da 5 decenni, ha per\u00f2 qualche elemento di povert\u00e0, certo non intenzionale, ma fattuale. La povert\u00e0 preconciliare viveva la esperienza di ascoltare, in ogni settimana santa, <b>tutti i testi delle Passioni dei 4 vangeli<\/b> (Domenica delle Palme, marted\u00ec, mercoled\u00ec e venerd\u00ec santo). Nel lezionario post-conciliare, occorrono <b>tre Settimane Sante, per ascoltare le 4 Passioni<\/b>. Questa \u00e8 una perdita di esperienza alla quale, anche nel nuovo sistema su tre anni, si dovrebbe poter rimediare. Dal VO, non come struttura vigente, ma come memoria ecclesiale, possiamo apprendere qualcosa di importante.<\/p>\n<p>c) Una formula per la \u201ccontrizione\u201d?<\/p>\n<p>Quando parliamo di \u201crito precedente\u201d non ci riferiamo solo alla messa, ma a tutti gli atti rituali, compresa la penitenza sacramentale. Il nuovo Ordo del 1974 ha introdotto, per la prima volta nella storia, l\u2019<i>atto di dolore<\/i>, come parte della sequenza rituale. E\u2019 stata una cosa buona? Non saprei. Il fatto che mai vi fosse stato qualcosa di simile, per 1900 anni, \u00e8 una spia interessante. La lunga tradizione ha sempre saputo che la contrizione era decisiva al sacramento. Ma non l\u2019aveva mai espressa in una \u201cformula\u201d. Non sar\u00e0 forse che il formulario dell\u2019atto di dolore (che presenta tante diverse ipotesi, di cui la prima suona come la pi\u00f9 inquietante) contribuisca alla formalizzazione burocratica del sacramento, come tipica tendenza del XX secolo? Il sacramento ha davvero bisogno di \u201cformule di pentimento\u201d? Una serena riflessione su questo pu\u00f2 avvenire solo se il VO diventa una coscienza critica per l\u2019unico ordo vigente: non per una fuga, ma per un progresso.<\/p>\n<p>Una riflessione sul VO \u00e8 un atto di apprendimento necessario ad una Chiesa che voglia uscire dalle contrapposizioni e dalle lacerazioni. Ma questo pu\u00f2 accadere solo se \u00e8 in vigore una sola \u201clex orandi\u201d, non se due diverse entrano in concorrenza sleale tra loro. Se messe in parallelo, paralizzano la tradizione. Solo nel riconoscimento unanime, teologicamente fondato, di una sola <i>lex orandi<\/i>, un atto di apprendimento ecclesiale diventa ancora possibile e pu\u00f2 fare bene alla esperienza liturgica di tutti i cattolici romani.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La fine dell\u2019uso del Vetus Ordo (ossia dei riti tridentini) corrisponde anche alla sua vera riscoperta. 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