{"id":20505,"date":"2026-07-11T06:24:10","date_gmt":"2026-07-11T04:24:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=20505"},"modified":"2026-07-11T07:56:00","modified_gmt":"2026-07-11T05:56:00","slug":"dopo-lo-scisma-la-tradizione-viva-9-la-musica-il-latino-e-la-tradizione-ridotta-a-tradizionalismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/dopo-lo-scisma-la-tradizione-viva-9-la-musica-il-latino-e-la-tradizione-ridotta-a-tradizionalismo\/","title":{"rendered":"Dopo lo scisma: la tradizione viva\/9. La musica, il latino e la nascita del tradizionalismo"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/uomoperplesso-1.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-20436\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/uomoperplesso-1-300x145.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"145\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/uomoperplesso-1-300x145.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/uomoperplesso-1-1024x496.jpg 1024w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/uomoperplesso-1-768x372.jpg 768w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/uomoperplesso-1.jpg 1080w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Il fenomeno che abbiamo conosciuto in modo pubblico con lo scisma lefebvriano si chiama &#8220;tradizionalismo&#8221;. Esso appare come un modo radicale e sbagliato di reagire alla accelerazione della tradizione che abbiamo iniziato a concepire, difensivamente, nel momento in cui la tradizione, nella sua versione moderna, \u00e8 giusta al termine. Di fronte alle grandi rivoluzioni tardo-moderne (economiche, politiche, tecnologiche e scientifiche) in Europa e poi in diversi continenti, si \u00e8 pensato che la tradizione viva fosse in pericolo e la si \u00e8 sostituita con il tradizionalismo, ossia con una tradizione morta. Il tradizionalismo, di fronte al rischio della &#8220;fine della tradizione&#8221; ha provato a rispodere con una &#8220;tradizione imbalsamata&#8221;: ha messo la tradizione nel museo, pensando cos\u00ec di conservarla e custodirla. Questo non riguarda anzitutto la Chiesa, ma la cultura. Gli autori pi\u00f9 antichi a cui possiamo riferire questa tesi tradizionalistica sono De Maistre, De Bonald e de Lamennais. Reagiscono alla rivoluzione francese e iniziano a pensare la tradizione in modo nuovo, soprattutto sul piano dei rapporti politici: la giustificazione dell&#8217;<em>ancien r\u00e9gime<\/em> prende una figura teorica nuova. In un certo senso, questo approccio ha toccato tutte le forme della cultura: lo spostamento dell&#8217;arte nei musei e la comprensione della vita cittadina nel &#8220;centro storico&#8221; sono forme, temperate, di questo &#8220;tradizionalismo&#8221; che trasforma tutto in museo: le citt\u00e0 come le cattedrali. Anche vedere, in piazza Duomo a Milano, che la gran macchina della Chiesa monumentale si presenta anzitutto come &#8220;museo da visitare&#8221;, col suo prezzo, piuttosto che come Chiesa da abitare gratuitamente \u00e8 la conseguenza di questo approccio forzato. Tradizionalismo \u00e8 ricostruire Notre Dame, dopo l&#8217;incendio, esattamente come era stata progettata nel 1800: \u00e8 pensare che la tradizione sia e stia solo nel passato.<\/p>\n<p><strong>La tradizione musicale in crisi<\/strong><\/p>\n<p>Quando nei primi anni del 1800 Goethe ascolt\u00f2 per la prima volta la 5 sinfonia di Beethoven, in una trascrizione per pianoforte a 4 mani, rest\u00f2 turbato: &#8220;questa non musica&#8221;. Per Goethe la tradizione musicale finiva prima di Beethoven. Un secolo dopo, ai primi del 1900, quando ormai la cultura si era abituata alla musica beethoveniana, alla prima esecuzione del <em>Sacre<\/em> di Strawinsky, la folla accorsa al balletto fugg\u00ec inorridita: &#8220;questa non \u00e8 musica&#8221;. La musica classica comprendeva ormai certamente Beethoven, ma finiva prima di Strawinski, prima di Schoenberg, prima di Debussy. Questo effetto del mondo tardo moderno, sul piano musicale, ha avuto i suoi effetti anche nella Chiesa cattolica. La tendenza a chiudere la &#8220;musica sacra&#8221; in un repertorio definito, tutto stabilito nel passato, semplicemente da ripetere,\u00a0 ha trovato ancora, tra 800 e 900, autori come Perosi, che si ispiravano direttamente alla musica a loro contemporanea. Ma persino la &#8220;messa gregoriana&#8221; \u00e8 stata una invenzione dei primi del 900, quasi contemporanea al <em>Sacre<\/em> di Strawinski. Un modo di &#8220;fermare la storia, per salvarsi l&#8217;anima: non solo un fenomeno di gusto. La tradizione musicale ha iniziato a diventare &#8220;tradizionalista&#8221; quando ha pensato che la tradizione fosse finita e che potessimo suonare soltanto musiche di tempi precedenti, per essere all&#8217;altezza del mistero. Il mistero diventava accessibile solo come passato.<\/p>\n<p><strong>La tradizione linguistica in crisi<\/strong><\/p>\n<p>Una cosa ancora pi\u00f9 viscerale \u00e8 accaduta per la lingua. Ai primi del 1300 Dante Alighieri ha scritto, in latino, che la poesia ormai poteva essere scritta soltanto in lingua volgare. Ci voleva coraggio, a dirlo nel 1300: ma la lingua viva non si controlla, n\u00e9 da Roma n\u00e9 da Atene n\u00e9 da Gerusalemme. Altrettanto coraggio ebbe Lutero, duecento anni dopo, nel constatare che anche la poesia della liturgia e della Scrittura dovesse essere accessibile nelle lingue volgari e poteva avere un futuro solo in queste lingue. Fino agli anni 50 del XX secolo il cattolicesimo ha pensato che questa fosse una strada sbagliata e che la consacrazione eucaristica fosse valida solo se pronunciata in latino. La tradizione ha iniziato a diventare &#8220;tradizionalismo&#8221; quando ha bloccato la storia, la cultura, la coscienza e la lingua. Scoprire che anche il latino \u00e8 &#8220;lingua di traduzione&#8221; \u00e8 una bella novit\u00e0, che libera energie positive. Scoprire che il latino \u00e8 una delle &#8220;lingue di Babele&#8221; \u00e8 altrettanto liberante. Certo, una lunga tradizione occidentale ha legato a questa lingua le sue espressioni e i suoi concetti. Ma all&#8217;inizio non fu cos\u00ec: si parlava aramaico e greco. E cos\u00ec non sar\u00e0 neppure nel nostro futuro comune. Guai a perdere la grande tradizione che in latino si \u00e8 espressa e che in latino ha pensato. Ma oggi ci sono lingue nuove, europee, africane o asiatiche, in cui il mistero cristiano pu\u00f2 scoprire nuove dimensione di s\u00e9, che il latino non riesce ad esprimere. Tradizionalismo \u00e8 pensare che le lingue siano solo strumenti espressivi e non esperienze originarie, irriducibili ad una unit\u00e0 a priori. La illusione che la liturgia in lingua parlata sia &#8220;autentica&#8221; solo se \u00e8 traduzione dal latino dimentica il fatto fondamentale per il quale, da 60 anni, nel cattolicesimo ci sono espressioni liturgiche che sono nate in lingue diverse dal latino. Per il fatto che il latino non \u00e8 pi\u00f9 lingua madre per nessuno, da molti secoli. Pur non essendo lingua morta, certamente non \u00e8 lingua viva. Sopravvive in forma istituzionale.<\/p>\n<p><strong>Il riflesso nella tradizione ecclesiale<\/strong><\/p>\n<p>Tutto questo \u00e8 un tab\u00f9 per una impostazione tradizionalistica, che vuole esaurire la tradizione nel suo passato. La musica \u00e8 solo gregoriano, la lingua \u00e8 solo latino, le vesti sono quelle del passato, le argomentazioni pure. Bloccare la storia \u00e8 un meccanismo formidabile, ma ha il difetto di interrompere la tradizione. La musica, la lingua, le culture, la filosofia, la fede cristiana sono sempre in movimento. Ricostruiscono faticosamente una identit\u00e0 attraversando le differenze delle culture e lasciandosi plasmare da esse. Questo nel cristianesimo \u00e8 stato originario: non abbiamo i testi originari della fede cristiana, ma solo traduzioni. Gi\u00e0 il greco \u00e8 una resa dell&#8217;aramaico con categorie diverse. La incarnazione ha voluto, fin dall&#8217;origine, una paziente elaborazione di traduzione, di organizzazione, di strutturazione, ma anche di riforma, di correzione, di conversione.<\/p>\n<p>La ideologia della &#8220;messa in latino&#8221; \u00e8 da questo punto di vista del tutto esemplare. Assume la forma moderna del rito romano, stabilita dopo il Concilio di Trento in funzione antiprotestante, come messa &#8220;di sempre&#8221;. Questa equiparazione \u00e8 del tutto arbitraria e non tiene conto del lavoro di inculturazione che Trento ha voluto operare, in contesto tipicamente moderno. Questo ha fatto ad es. creando il modello del &#8220;prete inappuntabile e santo&#8221; come colui che esegue fedelmente (per lo pi\u00f9 da solo) tutte le norme del &#8220;Ritus servandus&#8221;. La invenzione di un galateo del prete obbediente \u00e8 una grande novit\u00e0 moderna, che si adatta perfettamente alle forme del XVI secolo. Voler perpetuare come diritto divino questa forma moderna di individualismo clericale \u00e8 un peccato grave.<\/p>\n<p><strong>Le forme moderne e la amnesia del tradizionalismo<\/strong><\/p>\n<p>Ma che cosa ha di assolutamente normativo, per noi, questa lettura moderna del prete e della messa? Sarebbe come chiedersi se un ebreo debba vestirsi come nella polonia del 1700 o se un cardinale sia tenuto a vestire di rosso come un principe del 1500 secolo. Qui la struttura istituzionale del cattolicesimo \u00e8 intrisa di tradizionalismo, anche senza saperlo. Qui \u00e8 chiaro che il &#8220;travestimento rituale&#8221;, di cui \u00e8 piena ogni vera tradizione religiosa, ha le sue buone ragioni. Ma vivere travestiti non \u00e8 pi\u00f9 possibile, se non nella societ\u00e0 dell&#8217;onore. In una societ\u00e0 della dignit\u00e0 possiamo entrare nello spazio pubblico con una riconoscibilit\u00e0 che non deve essere necessariamente anacronistica.<\/p>\n<p>Quando pensiamo la tradizione in forma immobile, siamo gi\u00e0 caduti nel vizio tardo-moderno del tradizionalismo e non capiamo pi\u00f9 il segreto della tradizione, che \u00e8 quello di congiungere passato, presente e futuro. La tradizione \u00e8 garanzia di futuro. Concepire la liturgia eucaristica, o penitenziale, o battesimale, come un rito fisso, immobile, immune da ogni cultura e da ogni societ\u00e0, significa collocarsi gi\u00e0 fuori dalla tradizione e volersi chiudere in una autoreferenzialit\u00e0 difensiva, polemica e isolata. Una Chiesa cattolica che voglia prendere in mano il proprio tempo, lasciando pur sempre a Dio la iniziativa decisiva, deve spogliarsi delle forme moderne con cui ha tappezzato il mondo di &#8220;atti amministrativi&#8221; di salvezza. Il linguaggio con cui i lefebvriani hanno compiuto il gesto scismatico, esattamente come il linguaggio ufficiale che lo ha giustamente riprovato e giudicato, sono in effetti forme differenti del medesimo approccio asfittico, allo stesso tempo comune ad una setta tradizionalista, ad una dogmatica ammuffita e ad una canonistica degna di un ufficio reclami. Le buone ragioni della risposta si sposano con il linguaggio superato in cui \u00e8 stata espressa. Se non sappiamo lavorare su questi linguaggi, se non usciamo dalla fascinazione tradizionalistica che blocca la comunicazione, perderemo la ispirazione del Vaticano II in modo definitivo, sempre pi\u00f9 confondendo la tradizione col solo passato. Una tradizione non solo &#8220;retro oculata&#8221;, ma &#8220;ante oculata&#8221; (De Lubac) resta vitale per ogni epoca della storia della Chiesa. Anche per la nostra.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il fenomeno che abbiamo conosciuto in modo pubblico con lo scisma lefebvriano si chiama &#8220;tradizionalismo&#8221;. 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