{"id":20358,"date":"2026-05-04T09:35:56","date_gmt":"2026-05-04T07:35:56","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=20358"},"modified":"2026-05-04T09:35:56","modified_gmt":"2026-05-04T07:35:56","slug":"la-liturgia-e-la-tradizione-monastica-questioni-ecclesiali-e-teologiche","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-liturgia-e-la-tradizione-monastica-questioni-ecclesiali-e-teologiche\/","title":{"rendered":"La liturgia e la tradizione monastica. Questioni ecclesiali e teologiche"},"content":{"rendered":"<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.lafeltrinelli.it\/images\/9788825014686_0_0_536_0_75.jpg\" alt=\"La liturgia nel XX secolo: un bilancio - copertina\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nessuno pu\u00f2 dubitare che larga parte del Movimento Liturgico sia stata concepita e portata avanti da monaci benedettini. A partire dalla intuizione di Prosper Gu\u00e9ranger, nei primi decenni del XIX secolo, la attenzione per la liturgia si \u00e8 unita al ripensamento del monachesimo dopo la Rivoluzione francese, dopo Napoleone, dopo le soppressioni, nel pieno della nascita degli stati liberali e della restaurazione. I monaci benedettini, in una lungua sequenza dopo Gu\u00e9ranger, hanno trovato nella liturgia il linguaggio della unit\u00e0, della comunione e della tradizione.<\/p>\n<p>Questa intuizione conosce una catena di esperienze monastiche e di riflessioni teologiche che monaci hanno proposto alla attenzione della intera Chiesa cattolica: dopo Gu\u00e9ranger, Lambert Beauduin a Mont C\u00e9sar, Maurice Festug\u00e8re a Maredesous, Odo Casel a Maria Laach, e poi a S. Anselmo Cipriano Vagaggini e Salvatore Marsili, a La Pierre qui Vire Ghislain Lafont\u00a0 e Patrick Pretot, a Padova Pelagio Visentin e Giorgio Bonaccorso, hanno attraversato quasi due secoli con le loro riflessioni monastiche sulla liturgia e liturgiche sul monachesimo, senza dimenticare le riviste specializzate che sul tema si sono moltiplicate in tutta Europa. Questi uomini e questi studi, tuttavia, hanno contribuito a spostare la attenzione liturgica dal monachesimo alla Chiesa e dalla prassi alla teologia. Il grande merito di tutta questa serie di monaci teologi \u00e8 stato quello di porre in modo nuovo la relazione tra liturgia, chiesa e teologia. Nell&#8217;orizzonte della vita monastica hanno intuito il grande valore della azione rituale, non solo per la loro vita di monaci, ma per la vita della Chiesa e per la dottrina teologica della tradizione. Dal monachesimo si \u00e8 passati alla dottrina della chiesa e al metodo della teologia.<\/p>\n<p>Negli ultimi mesi la discussione intorno alla liturgia ha visto entrare nel dibattito due Abati di grande autorevolezza, come l&#8217;Abate di Solesmes, P. G. Kemlin, e l&#8217;Abate primate di S. Anselmo, P. J. Schroeder. Nei loro due interventi, che si possono leggere <a href=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/unita-liturgica-non-tipografica-lunico-rito-romano-e-p-gueranger\/\">qui<\/a> e <a href=\"https:\/\/www.avvenire.it\/chiesa\/labate-primate-dei-benedettini-la-messa-in-rito-antico-non-puo-piu-essere-eliminata_107854\">qui<\/a>, hanno guardato alla liturgia dal punto di vista della esperienza monastica e in particolare della amministrazione della vita monastica in rapporto alla liturgia. Nelle loro parole il bene della unit\u00e0 monastica, della comunione nei monasteri e tra monasteri, sembra risolversi con una relazione in cui la liturgia non ha pi\u00f9 una funzione di unit\u00e0. Sia la prospettiva di &#8220;unificare i due messali in un unico libro&#8221;, sia la prospettiva del &#8220;rispetto&#8221; tra liturgie diverse sembra capovolgere la prospettiva del Movimento Liturgico: se Gu\u00e9ranger e Festugi\u00e8re hanno scoperto che la liturgia poteva essere fonte di unit\u00e0 e di comunione per la vita monastica e per l&#8217;intera vita cristiana, Kemlin e Schroeder dicono che il monachesimo pu\u00f2 fiorire anche se le liturgie sono diverse.<\/p>\n<p>Questo punto di vista, che \u00e8 chiaramente dominato da una giustificata preoccupazione di carattere disciplinare, ritiene che la &#8220;regola di Benedetto&#8221; sia il contesto comune in cui si possono gestire bene anche le differenze rituali. In questo modo, tuttavia, la esemplarit\u00e0 della esperienza monastica per la Chiesa appare chiaramente ridotta. Se \u00e8 la &#8220;regula Benedicti&#8221; il principio di comunione di usi rituali diversi, che cosa accade per chi non vive una &#8220;regolata devozione&#8221;? Che cosa accade alla liturgia fuori della clausura?<\/p>\n<p>Le analisi offerte da Kemlin e da Schroeder si limitano a pensare la gestione di liturgie diverse in contesto monastico. E ad invocare un principio di &#8220;rispetto&#8221;: se un Abate giunge in un contesto che celebra ordinariamente con il rito vecchio viene accettato nel suo celebrare con il rito del Vaticano II. La questione liturgica, per\u00f2, \u00e8 pi\u00f9 complessa: se per la etichetta monastica questa tattica pu\u00f2 forse evitare scontri, e questo \u00e8 sempre un bene, in che senso tuttavia la liturgia \u00e8 ancora capace di costruire comunione ecclesiale e visione teologica? Se viviamo ordinariamente di liturgie diverse, come possiamo essere ancora in comunione?<\/p>\n<p>A questa prima questione, segue una seconda, pi\u00f9 delicata. Come ho detto, il Movimento Liturgico ha scoperta la funzione di &#8220;culmine e fonte&#8221; della azione rituale rispetto a tutta la azione ecclesiale. Questa scoperta ha portato, naturalmente, alla Riforma Liturgica, perch\u00e9 fossero rimossi tutti gli ostacoli che impedivano di vivere la liturgia come &#8220;linguaggio comune&#8221;, come &#8220;azione comune&#8221; e come &#8220;identit\u00e0 comune&#8221;. La resistenza alla Riforma Liturgica ha creato divisione nella Chiesa e anche nel mondo monastico. Se la comunione monastica \u00e8 assicurata soltanto dalla &#8220;regola di Benedetto&#8221;, allora la liturgia pu\u00f2 diventare una dimensione &#8220;affettiva&#8221; in cui ognuno pu\u00f2 coltivare le proprie passioni. Rester\u00e0 soltanto il necessario ricorso ad una etichetta di &#8220;rispetto&#8221; delle diversit\u00e0, ma il cuore della identit\u00e0 monastica non sar\u00e0 pensato in relazione ad una azione comune, che non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9: diversi testi, diversi tempi, diversi spazi, diversi ritmi, diversi immaginari. Per giustificare questa posizione, sul piano ecclesiale e teologico, \u00e8 inevitabile ricorrere al ragionamento che sta al cuore del MP <em>SUmmorum Pontificum<\/em>: &#8220;Ci\u00f2 che \u00e8 sacro resta sacro sempre, anche per le generazioni successive&#8221;. Questo principio, tuttavia, altera gravemente la comunione ecclesiale e la teologia della liturgia, perch\u00e9 introduce, come ha scritto G. Zizola nel 2007, una &#8220;anarchia imposta dall&#8217;alto&#8221; che mina ogni comunit\u00e0 ecclesiale. Ma lo stesso J. Ratzinger, quando fu a Fontgomboult come Prefetto, nel 2001, ricord\u00f2 ai monaci che una \u201cliberalizzazione generale\u201d del Vecchio Rito, che gi\u00e0 allora circolava come proposta, doveva essere respinta, perch\u00e9 avrebbe causato una rottura irrimediabile sul piano ecclesiale.<\/p>\n<p>Capisco bene che, se si guarda dal punto di vista della amministrazione della vita dei monasteri, come fanno sia P. Kemlin, sia P. Schroeder, \u00e8 possibile pensare che per tenere &#8220;unito&#8221; un monastero o una congregazione si possa &#8220;sorvolare&#8221; sulla unit\u00e0 liturgica. La &#8220;regola&#8221; \u00e8 salva anche se le liturgie sono contraddittorie. Basta solo un poco di rispetto e di carit\u00e0. In questa direzione non \u00e8 difficile capire che si possa affermare, come fa P. Schroeder: &#8220;Dopo che Benedetto XVI ha aperto le porte in questo ambito, non \u00e8 pi\u00f9 possibile eliminare completamente il rito antico&#8221;. Tuttavia \u00e8 proprio una considerazione dei limiti ecclesiali e teologici di questa prospettiva ad aver portato, dal 2021, ad una prospettiva diversa, secondo cui non \u00e8 possibile vivere una realt\u00e0 ecclesiale in cui esistono, parallelamente, due versioni del medesimo rito romano, in cui la seconda \u00e8 nata per correggere i limiti della prima. La unit\u00e0 della Chiesa e la teologia della azione rituale non possono reggere ad un principio di &#8220;indifferenza rituale&#8221;: questo \u00e8 in contraddizione sia con la originaria intuizione di Gu\u00e9ranger, sia con le intenzioni della Riforma Liturgica.<\/p>\n<p>Il contributo che la tradizione monastica pu\u00f2 portare alla discussione sulla liturgia resta grande, ma non credo possa ridursi ad un principio di &#8220;amministrazione non conflittuale&#8221;. Ci\u00f2 che apparentemente porta pace ad un monastero, pu\u00f2 infiammare una intera chiesa: questa \u00e8 la esperienza che ha spinto la Chiesa cattolica a collocarsi decisamente &#8220;oltre Summorum Pontificum&#8221;, dal 2021. Anche in questo caso la tradizione monastica, come \u00e8 avvenuto del XIX e XX secolo, pu\u00f2 scoprire qualcosa di importante dalla tradizione liturgica, anzitutto per s\u00e9, oltre che per la chiesa tutta.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Nessuno pu\u00f2 dubitare che larga parte del Movimento Liturgico sia stata concepita e portata avanti da monaci benedettini. 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