{"id":20220,"date":"2026-01-30T18:54:37","date_gmt":"2026-01-30T17:54:37","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=20220"},"modified":"2026-01-30T18:55:21","modified_gmt":"2026-01-30T17:55:21","slug":"nuove-meditazioni-di-teologia-eucaristica-6-lorigine-delle-specie-rilettura-rituale-di-un-modello-di-teologia-eucaristica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/nuove-meditazioni-di-teologia-eucaristica-6-lorigine-delle-specie-rilettura-rituale-di-un-modello-di-teologia-eucaristica\/","title":{"rendered":"Nuove meditazioni di teologia eucaristica (\/6) L\u2019origine delle specie. Rilettura rituale di un modello di teologia eucaristica"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-19819\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena-300x153.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"153\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena-300x153.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena.jpg 382w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: right\"><i> <span style=\"font-size: small\">Decipimur specie recti<\/span><\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: right\"><span style=\"font-size: small\"> (Horatius)<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: left\">Il termine \u201cspecie\u201d ha nel titolo di questa breve riflessione un significato diverso da quello a noi pi\u00f9 consueto. Non si tratta qui di quella articolazione del \u201cgenere\u201d (in Darwin anzitutto del \u201cgenere animale\u201d), che si definisce appunto con il termine \u201cspecie\u201d. La parola va letta, piuttosto, nel significato tecnico che ha assunto nella teologia eucaristica, a partire dalla emergenza di una originaria tensione tra visibile e invisibile.<\/p>\n<p><b>1. Le specie, il corpo e la sostanza<\/b><\/p>\n<p>In effetti, il senso letterale del termine latino \u201cspecies\u201d parla di ci\u00f2 che si vede, di ci\u00f2 che appare, di \u201capparenze\u201d. La incontriamo non di rado nella espressione, di uso comune, della \u201ccomunione sotto le due specie\u201d. Non si dice \u201ccomunione al pane e al calice\u201d, ma \u201csotto le due specie\u201d. La terminologia non \u00e8 scolastica, ma prescolastica, patristica, di uso comune gi\u00e0 in Agostino, come rimando alla differenza tra visibile e invisibile. Non assume per\u00f2, se non molto pi\u00f9 tardi, la accezione di elemento accidentale correlato alla sostanza. Non \u00e8 esagerato ritenere che solo con la scolastica pi\u00f9 avanzata le \u201cspecies\u201d siano venute quasi ad identificarsi con gli \u201caccidenti\u201d della sostanza. Il pane e il vino, dal momento che la loro sostanza si converte in corpo e sangue di Cristo, restano \u201cspecie\u201d, apparenze, manifestazioni esterne prive di \u201csupporto\u201d. Sono allo stesso tempo \u201cfigure\u201d, \u201csegni\u201d e \u201capparenze\u201d della sostanza del Corpo e Sangue di Cristo. Si deve notare che \u201cspecies\u201d, a partire dal XI secolo, inizia ad identificarsi con il <i>sacramentum tantum<\/i>, rispetto al quale la <i>res et sacramentum<\/i> (o effetto intermedio) e la <i>res sacramenti<\/i> (o dono di grazia) sono \u201caltro\u201d. Qui \u00e8 gi\u00e0 chiaro che l\u2019uso tecnico di \u201cspecies\u201d corrisponde con un uso \u201cdiminuito\u201d del termine sacramento: l\u2019espressione \u201csolo sacramento\u201d diventa il segnale e il sintomo di una evoluzione del pensiero e della esperienza ecclesiale latina, che interpreta sempre pi\u00f9 mediante queste nuove categorie anche il rito, al cui servizio la riflessione era nata. Dal rito eucaristico era partita una domanda, ma la risposta, con le sue argomentazioni, iniziava a leggere anche il rito in modo diverso.<\/p>\n<p><b>2. Percorsi rituali e teologici di pane e vino<\/b><\/p>\n<p>Il pane e il vino, che entrano nella celebrazione come \u201coblate\u201d, ossia come offerte, e in quanto tali vengono presentate come doni, su cui si prega e si sparge incenso, insieme alla preghiera e all\u2019incenso riservato agli offerenti, diventano \u201cspecie\u201d dal momento che si tende a non chiamarle pi\u00f9 \u201cpane\u201d e \u201cvino\u201d direttamente, ma solo \u201cspecie del pane e del vino\u201d, ritenendo che la fede imponga all\u2019intelletto e al linguaggio una evidenza diversa da quella del fenomeno. Forse \u201criconoscere il Corpo di Cristo\u201d sembra passare anche attraverso questa terapia linguistica, che non parla pi\u00f9 di pane e vino, ma di \u201csacre specie\u201d, perch\u00e9 anche il linguaggio confessi la fede.<\/p>\n<p>Un punto, per\u00f2, deve essere chiarito: la interpretazione delle \u201cspecie\u201d come \u201caccidenti\u201d del pane e del vino, che restano anche quando la sostanza del pane e del vino si converte integralmente nella sostanza del Corpo e del Sangue, costituiscono pur sempre una \u201cpredicazioni dell\u2019essere\u201d: le specie non sono immaginarie, non sono fantasie, ma cose reali. L\u2019essere della sostanza e l\u2019essere delle specie\/accidenti sono forme diverse dell\u2019essere: entrambe \u201csono\u201d, hanno consistenza ontologica. Gli accidenti del pane e del vino sono una \u201crealt\u00e0\u201d non fittizia, non falsa, ma reale, anche se non sul piano della sostanza, bens\u00ec soltanto sul piano dell\u2019accidente. E\u2019 l\u2019essere, che si dice in molti modi e che come tale si mostra anche nella eucaristia!<\/p>\n<p>Quando diciamo \u201cspecie\u201d, per non dire pane e vino, non possiamo tuttavia negare che, come \u201caccidenti\u201d del pane e del vino, in essi non incontriamo la prima categoria, la sostanza, bens\u00ec tutte le altre nove categorie, a partire dalla quantit\u00e0. L\u2019adozione del termine classico \u201cspecie\u201d, da parte della teologia della transustanziazione, ha percorso una strada negativa, che tuttavia nasconde una questione bruciante. Una teoria della \u201cdistinzione\u201d tra sostanza e specie pu\u00f2 spiegare il Corpo di Cristo sacramentale, ma non pu\u00f2 spiegare il Corpo di Cristo totale, integrale, plenario. La spiegazione che identifica a livello di sostanza il Corpo e il Sangue di Cristo, ma conserva la attribuzione al pane e al vino delle specie e degli accidenti (ossia di 9 categoria su 10), rimane una spiegazione parziale e in certo modo unilaterale del rito eucaristico.<\/p>\n<p><b>3. La domanda sulla comunione e la risposta sulla consacrazione<\/b><\/p>\n<p>D\u2019altra parte \u00e8 utile considerare un fatto curioso, che sta proprio all\u2019 origine del discorso latino sulla eucaristia e alla base dei primi due trattati che nel IX secolo sono stati scritti da Pascasio Radberto e da Ratramno con il titolo: <i>De corpore et sanguine Domini<\/i>. Non \u00e8 esagerato pensare che i due trattati siano scaturiti da una domanda del re Carlo il Calvo, nella quale si chiedeva \u201cse ci\u00f2 che veniva ricevuto dai fedeli al momento della comunione fosse il Corpo e il Sangue di Cristo <i>in mysterio<\/i> o <i>in veritate\u201d<\/i>. La domanda riguardava il rito di comunione e alla comprensione di quel rito era orientata. La risposta, che inizia ad essere organizzata nel monastero di Corbie, e che impegner\u00e0 generazioni di teologi di mezza europa per pi\u00f9 di 4 secoli, imboccher\u00e0 una strada che non si occuper\u00e0 pi\u00f9 del rito di comunione. Alla domanda si risponde, diremmo, in modo evasivo.<\/p>\n<p>Questo sviluppo \u00e8 oltremodo interessante perch\u00e9 manifesta proprio una \u201corigine delle specie\u201d che risulta segnata da un progressivo oblio della comunione, per concentrare tutta la fatica del concetto sulla forma immediata, diretta e statica del darsi della \u201csostanza\u201d nella consacrazione.<\/p>\n<p>Ma mentre la sostanza del pane e del vino si converte totalmente in sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo, anche il fenomeno del pane e del vino si converte in specie. Perdendo la loro consistenza di \u201calimenti\u201d, le \u201cspecie\u201d possono restare solo come \u201cspecimen\u201d, come \u201cspeculum\u201d, come \u201cschermo\u201d, come \u201capparenze\u201d. <i>Species<\/i> tende a diventare un \u201cresto\u201d privo di identit\u00e0, un residuo, un\u00a0velo, una \u201ccopertura\u201d.<\/p>\n<p><b>4. Teologia eucaristica e azione rituale<\/b><\/p>\n<p>Questo sviluppo corrisponde ad una tendenza consistente, che si manifesta nella relazione tra la teologia e l\u2019azione rituale. La interpretazione teologica del rito eucaristico non solo si concentra sulla consacrazione e progressivamente trascura la comunione, ma riduce la articolazione triadica del sacramento a soli due piani. Il <i>sacramentum tantum <\/i>di identifica nella <i>forma corporis<\/i> delle specie, il <i>sacramentum et res<\/i> si concentra nella <i>veritas<\/i> della sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo, mentre la <i>res sacramenti,<\/i> ossia la unit\u00e0 e la comunione ecclesiale, si sposta progressivamente fuori del sacramento, come <i>virtus<\/i>. L\u2019 \u201corigine delle specie\u201d produce una profonda divisione del Corpo di Cristo sacramentale dal Corpo di Cristo ecclesiale. La concentrazione della attenzione sul corpo sostanziale lascia da parte il corpo ecclesiale: in questo modo la <i>res<\/i> viene resa di fatto esterna, esteriore, estrinseca al sacramento.<\/p>\n<p>Questa delimitazione del campo efficace del sacramento non implica di ridurne il significato, che invece resta articolato, ma conduce a caratterizzarlo con una differenza prima inconcepibile: se si dice che la sostanza \u00e8 \u201ccontenuta\u201d nel sacramento, mentre la \u201cres\u201d della \u201cunit\u00e0 della Chiesa\u201d non \u00e8 contenuta, ma solo significata, questo assunto indica con molta chiarezza che l\u2019<i>affermarsi del linguaggio sulle \u201cspecie\u201d consente la concentrazione della identit\u00e0 eucaristica nella sola verit\u00e0 della sostanza<\/i>. Ma alla indeterminazione delle specie corrisponde, pericolosamente, una certa conseguente indeterminazione della sostanza.<\/p>\n<p>In effetti la correlazione tra sostanza e accidenti pu\u00f2 certo essere \u201csospesa\u201d, ma non pu\u00f2 essere \u201cinterrotta\u201d. E\u2019 qui che la teologia della transustanziazione ha onorato il proprio compito in modo assai intenso, ma chiaramente incompleto.<\/p>\n<p><b>5. Uno sguardo pi\u00f9 semplice<\/b><\/p>\n<p>Infatti, se provassimo a osservare il rito eucaristico con occhi pi\u00f9 semplici, senza pregiudicarlo in teorie troppo limitate, potremmo restare davvero sorpresi. E\u2019 stato il linguaggio delle \u201cspecie\u201d a cambiare il nostro sguardo, a lasciar scivolare nella indifferenza una grande quantit\u00e0 di codici, di azioni, di forme, di colori, di gusti, di sensi, di accenti, di movimenti, al tal punto da rendere esteriore la superficie e indeterminata la profondit\u00e0. L\u2019alleanza tra specie e sostanza ha lavorato profondamente sul rito, rendendolo quasi indecifrabile. Soprattutto ne ha perso le accurate determinazioni: ci\u00f2 che il rito con precisione corporea accompagna in un percorso complesso, attraverso le azioni qualificanti del \u201cprendere, rendere grazie, spezzare, dare e dire\u201d \u00e8 stato teologicamente ricondotto e ridotto al solo \u201cdire\u201d: al fatto di dire la parola (la formula) sul pane e sul calice, che ha come effetto la conversione della sostanza. La articolazione delle azioni implica una \u201cpermanenza delle specie\u201d che prende figura nelle 9 categorie solo apparentemente \u201cresiduali\u201d. Per conseguenza di questa riduzione, tutte le questioni classiche sul \u201cluogo\u201d e sul \u201ctempo\u201d della presenza eucaristica si lasciano facilmente dislocare e derubricare, essendo spostate sulle \u201cspecie\u201d, dato che la presenza sostanziale non ha n\u00e9 spazio n\u00e9 tempo.<\/p>\n<p><b>6. Il rito non ha fretta<\/b><\/p>\n<p>Un elemento fondamentale mi sembra possa emergere con evidenza da questa nostra osservazione: il rito non ha fretta, a differenza della teologia; il rito non si ferma alla consacrazione, non si accontenta di una conversione solo sostanziale, non si blocca davanti al solo passaggio da sostanza a sostanza, ma procede oltre. Per operare questo ulteriore passaggio in modo strutturale e necessario, non in modo occasionale o eventuale, il rito deve prendere sul serio le \u201ccose terrene\u201d (Ireneo) , il pane e il vino, la loro resistenza di \u201ccategorie contingenti\u201d, non sostanziali, ma determinanti come l\u2019insieme delle categorie di qualit\u00e0, quantit\u00e0, relazione, tempo, spazio, modalit\u00e0, azione, passione, possesso. Un corpo di Cristo senza qualit\u00e0, senza quantit\u00e0, senza relazione, senza tempo, senza spazio, senza modalit\u00e0, senza azione, senza passione, senza possesso \u00e8 il prodotto della grande divisione teologica e liturgica tra specie\/sostanza. E\u2019 una categoria-limite, certo, ma anche limitata e limitante.<\/p>\n<p><b>7. I limiti della sostanza<\/b><\/p>\n<p>Il corpo di Cristo sacramentale, proprio perch\u00e9 pensato come segnato da questa divisione tra sostanza e specie, non \u00e8 integralmente Corpo di Cristo. Con il Concilio di Trento dovremmo ripetere che \u00e8 <i>ver<\/i><i>e<\/i>, che \u00e8 <i>real<\/i><i>iter<\/i>, ma che \u00e8 <i>s<\/i><i>ub<\/i><i>stan<\/i><i>t<\/i><i>ia<\/i><i>liter: <\/i>\u00e8 \u201csolo\u201d sostanziale. Proprio perch\u00e9 \u00e8 vero, reale, ma sostanziale, esso manca di qualcosa di decisivo per essere pienamente se stesso: infatti manca degli accidenti, manca del suo divenire, dal momento che la dimensione accidentale e diveniente, dopo la preghiera eucaristica, resta solo quella del pane e del vino. Il rito riconosce questa mancanza: sa che il Corpo di Cristo non pu\u00f2 restare solo \u201csostanza senza accidenti propri\u201d. Per questo il rito, prendendo sul serio la contingenza, conduce l\u2019 assemblea, oltre la consacrazione, ad una seconda conversione, che la teologia cattolica conosce bene, ma che ha studiato solo marginalmente. Per dirla in una formula: <i>i<\/i><i>l rito eucaristico mira <\/i><i>anche <\/i><i>alla conversione delle specie, non solo alla conversione della sostanza<\/i>.<\/p>\n<p>Noi non mangiamo e non beviamo direttamente la sostanza, n\u00e9 quella del pane e vino (finch\u00e9 restano pane e vino) n\u00e9 quella del Corpo e Sangue di Cristo: noi mangiamo e beviamo pane e vino, non solo perch\u00e9 vi \u00e8 gi\u00e0 stata una conversione, ma perch\u00e9 abbiamo bisogno di un secondo passaggio, di un secondo transito, affinch\u00e9 anche quelle che chiamiamo \u201cspecie\u201d diventino corpo e sangue. Non solo la sostanza, ma anche le specie devono farsi corpo e sangue. La manducazione, in ogni caso, per ogni uomo e ogni donna, come per ogni animale, \u00e8 il diventare corpo e sangue del pane e del vino. Nel rito di comunione il pane e il vino, riconosciuti come corpo e sangue sacramentale del Signore, diventano corpo e sangue di Cristo nel corpo e sangue della Chiesa.<\/p>\n<p><b>8. Corpo sacramentale e corpo ecclesiale<\/b><\/p>\n<p>Una teoria del sacramento che lo contrappone radicalmente all\u2019uso \u2013 cos\u00ec come ricostruita dalla <i>mens <\/i><i>sistematica<\/i> di Tommaso d\u2019Aquino \u2013 perde di vista il fenomeno rituale, lo riduce e lo interrompe, per tenere ben stretto il significato ontologico e teologico e potersi fermare ad esso, rendendo accessorio tutto ci\u00f2 che accade nel rito dopo la consacrazione. Questa scelta compiuta nel XIII secolo e recepita dal magistero ecclesiale nei secoli successivi, \u00e8 gravida di conseguenze, perch\u00e9 non solo interrompe teologicamente la sequenza rituale, ma interrompe teologicamente la relazione tra sacramento e chiesa. Una doppia interruzione si realizza: quella interna al rito e quella interna al significato. Il rito del sacramento si contrae nella sola consacrazione, tagliando fuori dal sacramento il rito di comunione. Il significato lascia all\u2019interno del sacramento soltanto l\u2019effetto intermedio e porta al di fuori del sacramento il dono di grazia, la <i>res<\/i>, la unit\u00e0 e la comunione della Chiesa, che si ritiene sia solo significata, ma non contenuta.<\/p>\n<p>Accontentarsi della conversione della sostanza significa interrompere la correlazione tra effetto intermedio e dono di grazia. Le \u201cspecie\u201d, come riduzione del pane e del vino alla mera funzione di copertura della sostanza, sono alla origine di una forma di esperienza rituale ridotta e di una teoria teologica indeterminata. Recuperare i due \u201ctransiti\u201d di cui \u00e8 costituita la celebrazione eucaristica significa restituire al Corpo di Cristo ecclesiale la dimensione intrinseca di \u201cverit\u00e0\u201d, e al Corpo di Cristo sacramentale la dimensione rituale e \u201cmistica\u201d.<\/p>\n<p><b>9. Alcune conclusioni<\/b><\/p>\n<p>Da questo principio di ragionamento derivano due conseguenze sorprendenti, ma assai istruttive:<\/p>\n<p>a) Alla domanda del re Carlo il Calvo, che interrogava sul \u201cmistero\u201d o sulla \u201cverit\u00e0\u201d del Corpo di Cristo, si \u00e8 risposto, lungo i secoli, con una accezione di verit\u00e0 attribuita alla sostanza e con una accezione di mistero attribuita alla Chiesa, capovolgendo la accezione che aveva prevalso per secoli, a partire dagli scritti di Paolo. Corpo storico, corpo sacramentale e corpo ecclesiale sono pi\u00f9 strettamente legati di quanto la teologia della transustanziazione sia riuscita a pensare.<\/p>\n<p>b) La stessa forma della azione rituale ha subito delle piccole e grandi trasformazioni, che si manifestano appieno se si considera la sequenza delle \u201cincensazioni\u201d che attraversa la sequenza eucaristica. Incensare prima l\u2019altare, poi le oblate e gli offerenti, era la premessa perch\u00e9 la discesa dello Spirito, durante la preghiera eucaristica, trasformasse i doni e gli offerenti in Corpo di Cristo, sacramentale ed ecclesiale. La introduzione tardiva di una incensazione delle \u201cspecie consacrate\u201d ha potuto comprendere quel momento della \u201celevazione\u201d come il compimento del rito, lasciando scivolare le sequenze rituali successive da culmine necessario del sacramento ad uso eventuale del sacramento. Vi \u00e8 dunque un segreto rapporto tra modi del pensiero teologico e rilevanza delle sequenze rituali.<\/p>\n<p>L\u2019 adozione tecnica del termine \u201cspecie\u201d \u00e8 stata possibile solo all\u2019interno del conflitto tra verit\u00e0 e figura. Per salvare la verit\u00e0 abbiamo reso la figura irrilevante, non solo ontologicamente, ma ritualmente. Questo ha portato, indirettamente, la tradizione ad ammalarsi. <i>Decipimur specie recti, <\/i>diceva Orazio<i>: <\/i>per non essere ingannati, dobbiamo recuperare la ricchezza del fenomeno \u201cpane\u201d e \u201cvino\u201d, nelle tre grandi sequenze rituali della presentazione dei doni, della preghiera eucaristica e del rito di comunione, per non limitare il Corpo di Cristo alla sua accezione sostanziale, e recuperare la sua accezione ecclesiale, come dono di grazia e <i>res<\/i>interna al sacramento. Il pane e il vino, nella celebrazione eucaristica, non sono soltanto il \u201cvelo della sostanza\u201d, ma la mediazione decisiva per cui il Corpo di Cristo sacramentale diventa Corpo di Cristoecclesiale. Se il pane e il vino non diventano corpo e sangue \u201canche come accidenti\u201d, la sostanza del Corpo di Cristo resta isolata e indeterminata. Non solo la messa risulta interrotta, ma la incarnazione viene ridotta e il mistero pasquale appareseparato dalla Chiesa. Una parola, una sola parola, le \u201cspecie\u201d, con il suo uso troppo generalizzato, rivela una questione teologica, liturgica, ecclesiologica e spirituale, che non \u00e8 esagerato considerare di prima grandezza e la cui soluzione chiede un supplemento di riflessione a diversi ambiti del sapere ecclesiale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Decipimur specie recti (Horatius) Il termine \u201cspecie\u201d ha nel titolo di questa breve riflessione un significato diverso da quello a noi pi\u00f9 consueto. 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