{"id":20007,"date":"2025-10-10T12:18:57","date_gmt":"2025-10-10T10:18:57","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=20007"},"modified":"2025-10-10T12:18:57","modified_gmt":"2025-10-10T10:18:57","slug":"nuove-meditazioni-di-teologia-eucaristica-1-gli-equivoci-sulla-sostanza-in-12-tesi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/nuove-meditazioni-di-teologia-eucaristica-1-gli-equivoci-sulla-sostanza-in-12-tesi\/","title":{"rendered":"Nuove meditazioni di teologia eucaristica (\/1):  Gli equivoci sulla sostanza in 12 tesi"},"content":{"rendered":"<p><b>Nuove meditazioni di teologia eucaristica (\/1)<\/b><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-19819\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena-300x153.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"153\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena-300x153.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ultimacena.jpg 382w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Nel 2018, per alcuni mesi, su questo Blog ci fu un bello scambio di post, al quale parteciparono diversi teologi, sotto il titolo &#8220;Nuova teologia eucaristica&#8221;. Da quei testi sorsero anche volumi, come lo splendido testo di Gh. Lafont\u00a0<\/em>Un cattolicesimo diverso<em>, pubblicato nel 2019 da EDB. Oggi \u00e8 maturo il tempo per suscitare una nuova riflessione che, traendo luce da quel primo esperimento, possa tradurre le questioni teologiche sul piano ecclesiale e sul piano spirituale. Nel dibattito ecclesiale il riferimento alla eucaristia e alla messa \u00e8 spesso vago, equivoco, unilaterale. Le discussioni sulla liturgia tridentina e sulla devozione al Santissimo Sancramento spesso incrociano questioni teologiche fondamentali, che oggi chiedono chiarimenti. Lo spazio di questo blog pu\u00f2 essere il luogo di un confronto e di un chiarimento di cui molti sentono l&#8217;esigenza. Iniziando da questo testo, di carattere programmatico, spero che sia possibile portare luce e rendere ragione della fede nel Signore che si rende presente in mezzo ai suoi nella frazione del pane. (ag)<\/em><\/p>\n<p><b>Gli equivoci sulla sostanza in 12 tesi<\/b><\/p>\n<p>Se non vi \u00e8 dubbio che la elaborazione della teoria della \u201ctransustanziazione\u201d sia servita, tra il XII e il XVI secolo a ci\u00f2 che veniva ritenuta la difesa della \u201cvera realt\u00e0\u201d della presenza del corpo e del sangue di Cristo nella celebrazione eucaristica, altrettanto chiaro \u00e8 che questa spiegazione, per quanto possa essere ancor oggi ritenuta come \u201cmolto adeguata\u201d per dare ragione della \u201cpresenza reale\u201d, tuttavia sconta una serie di limiti, che la esperienza ecclesiale, rinnovata dalla ricerca del Movimento Liturgico e dalla pratica della riforma liturgica, non stenta a percepire e a considerare, se medita con cura sulle forme che assume il celebrare e l\u2019adorare eucaristico.<\/p>\n<p>Un esame attento del linguaggio dottrinale classico, cos\u00ec come formalizzato ultimamente dal Concilio di Trento, mostra con chiarezza alcuni limiti vistosi, che vorrei qui richiamare per impostare un ragionamento pacato, ma esigente. Propongo una serie di 12 tesi, che possano aiutare a dare ragione delle difficolt\u00e0 e ad impostare una risposta pi\u00f9 adeguata, favorendo un dibattito sereno su ci\u00f2 che non muore e ci\u00f2 che pu\u00f2 morire della nostra tradizione.<\/p>\n<p>1. <i>La conversione della sostanza come \u201catto\u201d e non come \u201cprocesso\u201d<\/i><\/p>\n<p>La identificazione della \u201cconversione sostanziale\u201d in un momento preciso della celebrazione eucaristica \u2013 nella cosiddetta \u201cconsacrazione\u201d \u2013 induce a pensare che la presenza del corpo e sangue (con anima e divinit\u00e0) del Signore Ges\u00f9 possa essere un dato \u201clocalizzabile\u201d sotto le specie. Se la conversione \u00e8 compiuta validamente, la presenza reale tende ad imporsi <i>tout court<\/i>, superando ogni limitazione. La sequenza tridentina di avverbi \u2013 <i>vere, realiter, substantialiter<\/i> \u2013 tende a ridurre in modo pericoloso le altre tre espressioni &#8211; ossia <i>segno,\u00a0 figura e virt\u00f9<\/i> &#8211; a forme di negazione della presenza.<\/p>\n<p>2. <i>Un \u201critus interruptus\u201d non consegue l\u2019effetto <\/i><i>ultimo <\/i><i>di grazia, <\/i><i>ma si ferma all\u2019effetto intermedio<\/i><\/p>\n<p>Se il rito eucaristico prevede una \u201cimitatio Christi\u201d che attraversa l\u2019intero \u201cracconto istituzionale\u201d, comprendente ben 5 verbi diversi (<i>prendere, rendere grazie, spezzare, dare, dire<\/i>), cui segue una \u201cformula\u201d che non dice pi\u00f9 \u201cquesto \u00e8 il mio corpo\u201d, ma dice \u201cprendete e mangiatene tutti, questo \u00e8 il mio corpo dato (offerto in sacrificio) per voi\u201d, allora \u00e8 evidente che se la imitazione si interrompe nel cuore della preghiera eucaristica, il rito resta spezzato e tronco. Considerata dal punto di vista rituale, la consacrazione non \u00e8 il centro della azione eucaristica, ma \u00e8 solo parte della anafora, orientata alla sua realizzazione nel rito di comunione..<\/p>\n<p>3. <i>Una sostanza e 9 accidenti<\/i><\/p>\n<p>La sostanza risponde alla domanda: <i>che cos\u2019\u00e8?<\/i> la cui risposta, certa, non va per\u00f2 oltre la definizione. Ogni determinazione possibile chiede la concretezza di tutte le altre domande, cui rispondono le altre categorie, studiate da Aristotele e recepite dalla scolastica. Siccome, come dice S. Tommaso d\u2019Aquino nella <i>Summa Theologiae<\/i>, la presenza eucaristica non \u00e8 locale, ma sostanziale, allora la determinazione delle specie, mediante le altre 9 categorie (di quantit\u00e0, qualit\u00e0, relazione, tempo, spazio, modalit\u00e0, azione, passione e possesso) riguarda soltanto il pane e il calice.<\/p>\n<p>4. <i>Non \u00e8 bene che la sostanza sia sola<\/i><\/p>\n<p>Se la sostanza resta senza accidenti, come stabilito per principio dalla teoria sostanziale, chiede tuttavia che questa mancanza sia completata: non \u00e8 bene che la sostanza sia sola, se non \u201cen passant\u201d. La condizione di \u201czwischen\u201d dell\u2019ostia, o della particola consacrata, \u00e8 attestata da due elementi: manca degli accidenti, \u00e8 solo sostanza, e sta al centro di un processo rituale, che la deve ancora elaborare. L\u2019ostia su cui si \u00e8 detta la preghiera eucaristica e si \u00e8 proclamato il racconto istituzionale, attende di essere spezzata, data, consumata e detta. La particola \u00e8 un bene di consumo. La festa \u00e8 consumo, non conservazione. Il tabernacolo \u00e8 feriale, perch\u00e9 garantisce la riserva, la conservazione. L\u2019altare \u00e8 invece festa, spreco e consumazione. Per questo il tabernacolo non entra, se non eccezionalmente, nel processo rituale, che ruota intorno solo all\u2019altare. Il fatto che ordinariamente si ricorra al tabernacolo al momento del rito di comunione \u00e8 il segno di una inerzia della problematica separazione tra preghiera eucaristica e comunione.<\/p>\n<p>5. <i>Effetto intermedio ed effetto di grazia<\/i><\/p>\n<p>La incompiutezza della particola corrisponde alla incompiutezza del Corpo di Cristo sacramentale. Come hanno riconosciuto i teologi medievali, da Innocenzo III a Tommaso d\u2019Aquino, l\u2019effetto intermedio della eucaristia \u00e8 il Corpo di Cristo sacramentale, ma il dono di grazia ultimo della celebrazione \u00e8 la comunione, la carit\u00e0 e l\u2019unit\u00e0 della Chiesa. Il Corpo di Cristo sacramentale deve diventare il Corpo di Cristo ecclesiale. Questo corrisponde al linguaggio con cui i Padri dicevano: \u201cEstote quod videtis, accipite quod estis\u201d (Augustinus). La dimenticanza del fatto che questo passaggio \u00e8 scandito e realizzato nel rito e non solo nelle coscienze \u00e8 uno dei punti ciechi della tradizione medievale-moderna.<\/p>\n<p>6. <i>Diventare il Corpo di Cristo<\/i><i> <\/i><\/p>\n<p>La sostanza \u00e8 solo una delle 10 categorie, ossia di tutto ci\u00f2 che pu\u00f2 essere predicato delle cose. La presenza della sostanza dice l\u2019inizio di un processo, che si compie solo quando tutte le altre 9 categorie si uniscono alla sostanza. Quando la qualit\u00e0, la quantit\u00e0, la relazione, lo spazio, il tempo, la modalit\u00e0, la azione, la passione e il possesso, come accidenti del pane e del vino, con la sequenza rituale di anafora-comunione, diventano qualit\u00e0, quantit\u00e0, relazione, spazio, tempo, modalit\u00e0, azione, passione e possesso del Corpo di Cristo ecclesiale. Questo fa s\u00ec che chiamiamo \u201csostanza\u201d la invisibile efficacia del dono dello Spirito, che trasforma la mediazione del pane e del vino, perch\u00e9 diventi Corpo e Sangue di Cristo, sacramentale ed ecclesiale.<\/p>\n<p>7. <i>Due dimensioni, anzi tre<\/i><\/p>\n<p>Una delle letture medievali pi\u00f9 sorprendenti \u00e8 quella di papa Innocenzo III, nelle cui parole pane e vino sono segno del corpo e del sangue sacramentale, ma il corpo di Cristo sacramentale \u00e8 a sua volta segno del corpo di Cristo ecclesiale. Il duplice rimando \u00e8 un\u2019altra prova della incompiutezza della teoria della sostanza. Il vero problema non sta nella logica transustanziale, in s\u00e9 legittima, ma nella affermazione, che ha accompagnato larga parte della coscienza ecclesiale post-scolastica, che i due effetti del sacramento (sulla materia e sulle persone), per quanto correlati, non sono da considerare sullo stesso piano.<\/p>\n<p>8. <i>Il contenuto e il significato<\/i><\/p>\n<p>In effetti, se si afferma che il \u201cCorpo di Cristo sacramentale\u201d \u00e8 contenuto nel sacramento, mentre il \u201cCorpo di Cristo ecclesiale\u201d non sarebbe contenuto, ma solo significato, nel sacramento, allora \u00e8 evidente che la affermazione rende quasi \u201cistituzionale\u201d e \u201cdovuta\u201d una separazione tra le due dimensioni. La efficacia del sacramento sarebbe quella di produrre solo l\u2019effetto intermedio, additando solo da lontano la comunione ecclesiale, come il dito indica la luna. Qui avviene una svolta che mette il rito eucaristico sullo sfondo, riducendolo alla funzione di produzione della presenza sostanziale.<\/p>\n<p>9. <i>La comunione ridotta ad uso<\/i><\/p>\n<p>Una delle conseguenze di questa sovrapposizione di teorie (la transustanziazione come garanzia di effetto sacramentale e la sospensione\/differimento dell\u2019effetto ecclesiale) \u00e8 perci\u00f2 la solenne riduzione della celebrazione eucaristica a \u201cproduzione di transustanziazione\u201d, con la inevitabile emarginazione del rito di comunione. Questa minorazione, a sua volta, \u00e8 stata rafforzata e giustificata prima dalla distinzione scolastica tra sacramento e uso, e poi dal conflitto cattolico con la teologia protestante della Santa Cena e la centralit\u00e0 che, per quella impostazione evangelica, la comunione assumeva come momento-chiave della presenza del Signore. Cos\u00ec, questa centralit\u00e0 riformata della comunione ha determinato, apologeticamente, un rito dell\u2019eucaristia post-tridentino senza comunione del popolo. La lunga prassi cattolica di \u201ccommunio extra missam\u201d viene in larga parte da questo abbaglio apologetico.<\/p>\n<p>10. <i>La corrispondenza di frattura nell\u2019eucaristia e nel ministero<\/i><i> <\/i><\/p>\n<p>Ultimo particolare di questa frattura tra sacramento e chiesa, che affligge la teologia eucaristica, \u00e8 la teoria, formulata dalla scolastica e rimasta in vigore fino al codice del 1983, della divisione degli effetti della eucaristia come criterio per la articolazione delle forme del ministero. La parola limpida di Tommaso d\u2019Aquino fotografa una correlazione formidabile (e a sua volta assai pesante): del Corpo di Cristo sacramentale si occupa la <i>potestas ordinis<\/i> del presbitero\/sacerdote, mentre del Corpo di Cristo ecclesiale si occupa la <i>potestas iurisdictionis<\/i> del vescovo. Alla esclusione della chiesa dagli effetti della eucaristia corrisponde la esclusione dell\u2019episcopato dal sacramento dell\u2019ordine. In un certo senso, potremmo concludere, la Chiesa appare, certo contro le intenzioni, soltanto come un accidente eventuale della sostanza eucaristica.<\/p>\n<p>11.<i>La sostanza senza accidenti come \u201ctrascendenza processuale\u201d?<\/i><\/p>\n<p>Forse \u201csostanza\u201d, rispondendo alla domanda: <i>che cos\u2019\u00e8<\/i>, e garantendo la risposta \u201c<i>Corpo di Cristo<\/i>\u201d, invita soltanto a non lasciare la parola alla sola percezione immediata e sensibile. Potrebbe essere compresa come una istanza negativa rispetto alla pretesa della evidenza sensibile. Ma la sostanza, se risulta priva dei propria accidenti, resta il segnale di una trascendenza non determinata. La sostanza resta in cerca dei suoi accidenti. Invece, nella sua solitudine categoriale, risulta \u201cirriconoscibile\u201d. La determinazione avviene, per\u00f2, non anzitutto nella contemplazione adorante e statica dell\u2019ostia consacrata, ma nel processo rituale e dinamico, di parola e sacramento, di linguaggio verbale e non verbale: non semplicemente nella fede e nell\u2019intelletto del soggetto singolo, ma nell\u2019interscambio corporeo e intersoggettivo si manifesta il Signore della sua chiesa. Le sequenze rituali non agiscono per\u00f2 che accidentalmente, nella contingenza non necessaria. Attraverso le specie del pane (preso, benedetto, spezzato, condiviso) e del calice (preso, benedetto, condiviso) la sostanza assume gli accidenti della Chiesa, delle persone battezzate che diventano una sola cosa, il corpo del Risorto. Facendosi pane, il Signore pu\u00f2 riconoscere il proprio corpo nel corpo della Chiesa e, allo stesso tempo, la Chiesa pu\u00f2 riconoscersi, mediante il pane spezzato e il calice condiviso, come corpo del Signore.<\/p>\n<p>12. <i>Nel rito la unit\u00e0 di sacramento e chiesa<\/i><\/p>\n<p>Il rito eucaristico, col succedersi delle sue sequenze, pone nella forma pi\u00f9 alta la correlazione tra annuncio della parola, preghiera eucaristica e rito di comunione. Il Signore \u00e8 riconosciuto presente nella parola da lui annunciata, nella comunit\u00e0 che ripete le sue azioni di commiato e che riceve il pane e vino come corpo e sangue, diventando essa stessa ci\u00f2 che riceve. Appare importante superare una duplice limitazione: la messa non \u00e8 una vetta centrale ( \/\\ ) con salita e discesa, ma un crescendo verso la vetta ( \/ ) della comunione: il suo vertice non \u00e8 nel racconto istituzionale della preghiera eucaristica, ma nel compimento della comunione da parte dell\u2019 intera assemblea. Il rito centrale della celebrazione eucaristica non \u00e8 la consacrazione (che \u00e8 una parte della preghiera eucaristica, con parole esplicative della comunione), ma la comunione (che non \u00e8 uso del sacramento, ma passaggio alla costituzione del Corpo di Cristo che \u00e8 la Chiesa).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nuove meditazioni di teologia eucaristica (\/1) &nbsp; Nel 2018, per alcuni mesi, su questo Blog ci fu un bello scambio di post, al quale parteciparono diversi teologi, sotto il titolo &#8220;Nuova teologia eucaristica&#8221;. 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