{"id":19936,"date":"2025-08-07T15:25:43","date_gmt":"2025-08-07T13:25:43","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=19936"},"modified":"2025-08-07T15:25:43","modified_gmt":"2025-08-07T13:25:43","slug":"la-predicazione-in-rapporto-alla-cultura-dialogo-con-un-caro-amico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-predicazione-in-rapporto-alla-cultura-dialogo-con-un-caro-amico\/","title":{"rendered":"La predicazione in rapporto alla cultura (dialogo con un caro amico)"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiesavuota.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-15378\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiesavuota-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiesavuota-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiesavuota.jpg 720w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Ho ricevuto da un caro amico questa nota, che solleva alcune questioni importanti, su cui si pu\u00f2 riflettere con calma.<\/p>\n<p><em>\u00ab<strong>La predicazione, l&#8217; annuncio: chi lo ha detto che solo i chierici debbano predicare?<\/strong><\/em><\/p>\n<p><em>Oggi si pone un interrogativo pi\u00f9 grave: soprattutto oggi, i chierici non sembrano in grado di predicare, a causa dell&#8217; arretratezza della loro formazione . Non si tratta che gli intellettuali non possano sentire gran parte delle prediche, bens\u00ec le persone &#8221; ordinarie&#8221;, come me, di media e bassa cultura.<\/em><br \/>\n<em>La predica, oggi, in gran parte, \u00e8 scissa, lontana, separata dal &#8221; ragionamento comune contemporaneo&#8221;, persino dai pregiudizi volterriani su cui occorrerebbe incidere con un senso critico.<\/em><br \/>\n<em>Si sentono, frequentissime, le prediche &#8221; eretiche&#8221;, distorsive, sbagliate, sui dogmi cristiani.<\/em><br \/>\n<em>C&#8217;\u00e8 un grave problema di formazione dei predicatori. E soprattutto tra i pi\u00f9 giovani presbiteri.<\/em><br \/>\n<em>C&#8217;\u00e8 un grave ritardo nella formazione teologica di base, precipuamente rispetto all&#8217; aggiornamento scientifico.<\/em><br \/>\n<em>\u00c8 necessaria una formazione di scienze fisiche di base e quantistiche, epistemologiche e antropologiche, biologiche, psicologiche e neuroscientifiche.<\/em><br \/>\n<em>Occorre tornare ai grandi predicatori medioevali, aggiornati perfettamente con le conoscenze scientifiche del loro tempo.<\/em><br \/>\n<em>E&#8217; necessaria una mente scientifica contemporanea per predicare, oltre a quella teologica, ovviamente.<\/em><br \/>\n<em>Per questo sarebbe meglio, per il momento, lasciare il posto ai &#8221; cosiddetti&#8221; laici. \u00bb<\/em><\/p>\n<p>La questione sollevata, al di l\u00e0 della discussione sulle competenze (di chierici o di laici), impone una riflessione sul punto centrale. Qual \u00e8 il presupposto di una &#8220;capacit\u00e0 omiletica&#8221; di annuncio e di predicazione? Dietro la domanda sollevata c&#8217;\u00e8 una questione che non si risolve in modo semplicistico: non basta la pretesa autosufficienza di una formazione biblica e teologica per uscirne.\u00a0 Per questo \u00e8 in gioco il modo di intendere la &#8220;formazione&#8221; per coloro che tengono in una comunit\u00e0 il discorso dell&#8217;annuncio.<\/p>\n<p>Qui, evidentemente, non vale pi\u00f9 soltanto la distinzione tra chierici e laici. Oggi ci sono laici molto pi\u00f9 preparati dei chierici. Essi sono, pi\u00f9 chierici dei chierici. Ma dietro sta una questione pi\u00f9 profonda. Che cosa deve studiare un soggetto (chierico o laico che sia) per poter &#8220;annunciare il vangelo&#8221;?<\/p>\n<p>La soluzione che abbiamo escogitato nel XIX secolo, rielaborando il progetto tridentino, ha creato un &#8220;luogo di formazione&#8221; del futuro predicatore del tutto isolato dalla cultura. Abbiamo pensato, per la prima volta nella storia in modo tanto drastico, che la teologia dovesse alimentarsi solo al suo interno, che potesse vivere totalmente della Parola, spesso ridotta a dottrina. In questo vi era certamente una ispirazione fondata e antichissima, ma la sua elaborazione culturale ha preso le forme dell&#8217;antimodernismo. Questa opzione ha dominato per 60 anni in Europa, dalla fine del 1800 agli anni 50. E molti continuano a pensare che le scienze &#8220;non teologiche&#8221; siano sostanzialmente &#8220;scienze aliene&#8221;, quando non &#8220;pericolose&#8221;.<\/p>\n<p>Questo crea quello scollamento che la lettera denuncia. Ma lo scollamento non \u00e8 casuale, \u00e8 progettato in partenza. Si formano i preti giovani con &#8220;omogeneizzati culturali&#8221;, con &#8220;filosofia liofilizzata&#8221;, con &#8220;scienze filtrate&#8221;, con &#8220;&#8221;psicologie addomesticate&#8221;. Qui sta la radice della afasia comunicativa.<\/p>\n<p>Dire il Vangelo nella storia non \u00e8 stato mai semplice. Ma in ogni epoca la Chiesa si \u00e8 messa in dialogo e in confronto con la migliore cultura a disposizione. Solo l&#8217;ultimo secolo ha pensato che ai maestri del sospetto si dovesse contrapporre il sospetto verso la cultura. Cos\u00ec ci ritroviamo molti giovani preti che non sanno minimamente confrontarsi con la cultura e usano il Vangelo, la Bibbia o il Catechismo non come lampade, ma come martelli, con cui colpire gli errori e le forme di vita.<\/p>\n<p>La domanda che chiude la lettera \u00e8 provocatoria, in modo sano: dice che una apertura ai laici che predicano pu\u00f2 essere una soluzione. Sicuramente questo porterebbe altri linguaggi nella comunicazione della fede. E tuttavia non risolverebbe la questione di fondo. La cosa emerge bene nella esperienza di predicazione dei diaconi permanenti. Senza generalizzare, queste figure intermedie, che sono da un lato chierici, ma che conducono spesso una vita pienamente laicale, se chiamati alla predicazione non raramente risultano pi\u00f9 deludenti dei preti: forse perch\u00e9 formati in modo meno accurato e meno assiduo. Senza formazione adeguata, le parole suonano vuote o futili o distorte.<\/p>\n<p>Insomma, la qualit\u00e0 della predicazione dipende non solo dalla qualit\u00e0 della fede, ma dalla competenza nel mediare linguisticamente la fede per uomini e donne del nostro tempo. Questo significa, come dice bene la lettera, che un confronto con la migliore cultura del tempo sar\u00e0 in grado di rinnovare non solo le parole, ma anche le forme della devozione e del culto, le modalit\u00e0 della testimonianza e dell&#8217;esercizio della autorit\u00e0.<\/p>\n<p>Tra le cose che ci portiamo dietro da secoli c&#8217;\u00e8 &#8216;idea che &#8220;predicare&#8221; non sia compito del parroco, ma del Vescovo e di (alcuni) religiosi. Uscire da questa cultura del &#8220;munus profetico&#8221; riservato a pochi \u00e8 difficile. E non passa solo per un riconoscimento formale, ma esige una cura sostanziale e paziente dei linguaggi necessari per declinare la fede in modo discorsivo. Uscire dalle evidenze antioderniste non \u00e8 facile, soprattutto quando si pensa a come formare i futuri presbiteri nei seminari. Dove spesso regna ancora il pregiudizio di una &#8220;cultura separata&#8221;. Che al momento della omelia spesso si traduce in insignificanza o in rigidit\u00e0. Questo rischio, che certo non riguarda tutti coloro che diventano preti, ma un numero non insignificante di essi, \u00e8 per\u00f2 un prodotto della istituzione, non un evento casuale. Per questo dobbiamo prendercene cura comunitariamente, pastoralmente e teologicamente, anche a partire dal grande disagio di fronte a prese di parola senza respiro e senza forza. Su questo disagio non si deve tacere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho ricevuto da un caro amico questa nota, che solleva alcune questioni importanti, su cui si pu\u00f2 riflettere con calma. \u00abLa predicazione, l&#8217; annuncio: chi lo ha detto che solo i chierici debbano predicare? 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