{"id":19836,"date":"2025-06-26T09:50:29","date_gmt":"2025-06-26T07:50:29","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=19836"},"modified":"2025-06-26T09:50:29","modified_gmt":"2025-06-26T07:50:29","slug":"forma-conciliare-o-anteconciliare-della-devozione-il-caso-acutis-secondo-giovanni-salmeri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/forma-conciliare-o-anteconciliare-della-devozione-il-caso-acutis-secondo-giovanni-salmeri\/","title":{"rendered":"Forma conciliare o anteconciliare della devozione? Il caso Acutis secondo Giovanni Salmeri"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/imitatioCristi.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-19837\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/imitatioCristi-194x300.jpg\" alt=\"\" width=\"194\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/imitatioCristi-194x300.jpg 194w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/imitatioCristi-662x1024.jpg 662w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/imitatioCristi-768x1188.jpg 768w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/imitatioCristi.jpg 889w\" sizes=\"(max-width: 194px) 100vw, 194px\" \/><\/a><\/p>\n<p>La lettura dell\u2019articolato testo di Giovanni Salmeri (<a href=\"https:\/\/www.settimananews.it\/chiesa\/quale-devozione-sulla-canonizzazione-di-carlo-acutis\/\">qui)<\/a>, a proposito del caso Acutis, fa avanzare positivamente il dibattito ecclesiale e mette a nudo una questione importante, rimasta parzialmente in ombra nella discussione che finora si \u00e8 svolta sul tema. L\u2019autore, infatti, ricostruendo le perplessit\u00e0 emerse a proposito della canonizzazione del giovane Carlo, concentra la questione su un punto tanto delicato quanto importante: ossia la questione della devozione. E lo fa cercando di distinguere, almeno in parte, questo livello (devoto) dal livello teologico del problema. Per capire il suo accurato approccio, vorrei citare subito una sua affermazione: \u201cUn santo adolescente certamente non ha nessuna teologia, ma certamente ha una devozione\u201d. Come cercher\u00f2 di dire pi\u00f9 avanti, a mio avviso la distinzione tra teologia e devozione non pu\u00f2 essere cos\u00ec netta, anche se, nella economia del discorso di Salmeri, capisco bene perch\u00e9 sia stata proposta. Orbene, alla luce di questa distinzione, Salmeri rileva che un ragazzo acceso di interesse per l\u2019eucaristia, se vuol essere devoto, pu\u00f2 trovare solo una \u201cdevozione classica\u201d, una forma \u201canteconciliare\u201d di devozione, perch\u00e9 una \u201cdevozione conciliare\u201d alla eucaristia non c\u2019\u00e8. E\u2019 ovvio che si tratta di una formulazione molto forte, forse troppo forte, che mette per\u00f2 il dito su una piaga vera: ossia il fatto che il Movimento Liturgico, prima, e la Riforma Liturgica voluta dal Vaticano II, hanno cambiato la teologia, hanno cambiato i riti, hanno parzialmente cambiato le norme, ma non hanno cambiato la devozione. In qualche caso, dice Salmeri, hanno semplicemente eliminato la devozione.<\/p>\n<p>Altrettanto giusto \u00e8 ricordare un dato spesso dimenticato: l\u2019interesse per la liturgia \u00e8 nato da e con una domanda spirituale. E si \u00e8 caricato di senso proprio per la esperienza durissima anzitutto della prima come anche della seconda guerra mondiale. Una nuova devozione, non individuale, non borghese, non intimistica, era la risposta con cui Guardini, Parsch, Vagaggini, Marsili, rispondevano ad una sfida storica: la catastrofe mondiale era maturata nelle forme classiche dell\u2019essere devoti. \u201cEravamo devoti all\u2019Eucaristia, al Rosario e al Purgatorio, ma ci siamo sparati tra cattolici austriaci, italiani e francesi\u201d diceva Parsch, tornando dal fronte della I guerra mondiale. Per cambiare devozione, tre erano i punti di riferimento: Bibbia, Liturgia e Padri. Questo \u201cressourcement\u201d, questo ritorno alle fonti, faceva della liturgia rituale una fonte di rinnovata devozione: devozione comunitaria e non solo individuale, devozione attiva e non solo contemplativa, devozione pastorale e non solo interiore. Come non ricordare che circa un secolo fa, nel Monastero di Kaisersberg a Lovanio, iniziava il lento movimento verso la \u201cconcelebrazione\u201d, per liberare la relazione dei monaci (e dei preti) dall\u2019individualismo di \u201cuna messa per ogni prete\u201d. Cento anni dopo abbiamo visto, con immagini sorprendenti, come il Pellegrinaggio di Chartres, di tre settimane fa, orgogliosamente abbia presentato \u201ctende\u201d in cui 12 preti celebravano contemporaneamente 12 messe gi\u00e0 alle 4 del mattino, per essere poi seguiti da altri 12 alle 4.30 e da altri 12 alle 5 e cos\u00ec via. La devotio moderna vuole anche questo: \u00e8 un sistema coerente. A questo ha reagito il Concilio Vaticano II, impostando le basi di una \u201cdevozione diversa\u201d, pi\u00f9 antica e pi\u00f9 nuova.<\/p>\n<p>Da tempo chi osserva lo sviluppo delle forme devote osserva che i nuovi riti e le nuove sensibilit\u00e0 faticano ad uscire dai cortocircuiti classici. In fondo la contraddizione sta anche nella posizione, assunta su questo punto, da papa Francesco. Egli, infatti, da un lato ha portato avanti con determinazione il cammino della Riforma, non solo superando le ambiguit\u00e0 di <i>Summorum Pontificum<\/i>, ma scrivendo in <i>Desiderio Desideravi<\/i> un testo singolarmente lucido proprio sul versante richiamato da Salmeri: si tratta di \u201cformare\u201d dopo aver \u201criformato\u201d. Ovvio che formare non significa solo spiegare e comprendere, ma assumere forme devote nuove. Eppure lo stesso papa, come ricorda bene Salmeri, \u00e8 rimasto alle devozioni della misericordina, del vangelo, della app sul cellulare o del bracciale. Qui plasticamente Francesco ha dato forma ad una condizione incompiuta delle forme pratiche della devozione che Salmeri chiama \u201cconciliare\u201d..<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, e qui ritorno alla distinzione tra devozione e teologia, suggerita in prima istanza da Salmeri, mi pare che lui stesso riconosca, continuando nella scrittura del suo testo, che in realt\u00e0 per entrare in una devozione conciliare, non ci siano molte alternative ad un lavoro teologico serio e profondo. Certo, non ci si deve illudere che per i giovani o per gli anziani, sia sufficiente leggere un teologo (Schillebeeckx, Barth o Guardini) per uscire da forme superate di culto. D\u2019altra parte non si pu\u00f2 neppure pensare che la devozione possa smentire il cammino ecclesiale, sul piano teologico e sul piano pastorale. Provo a spiegarmi.<\/p>\n<p>Lavoriamo sull\u2019immaginario: la devozione ha bisogno di immagini. Bene. Guardiamo la iconografia che viene riferita a Carlo: lo si associa ad una pisside oppure ad un ostensorio. In entrambi i casi la eucaristia \u00e8 devotamente pensata come oggetto di adorazione, non come azione di celebrazione. Si potr\u00e0 obiettare: l\u2019oggetto si rappresenta facilmente, l\u2019azione \u00e8 pi\u00f9 difficile. Certo. Per\u00f2 su questo immaginario sta o cade non solo ogni possibilit\u00e0 di una \u201cdevotio conciliaris\u201d, ma anche quella di una rinnovata teologia dell\u2019eucaristia. Non \u00e8 un caso che chi vuole bloccare le forme della devozione, reagisce male anche solo all\u2019idea di una \u201cnuova teologia eucaristica\u201d, che considera erronea, eretica e distruttiva. Vuole una devozione senza pensiero. Ma una devozione senza pensiero diventa facilmente devozione senza vangelo.<\/p>\n<p>Per questo, a mio avviso, la distinzione netta tra teologia e devozione non si pu\u00f2 proporre come una chiave di lettura pienamente convincente: essere devoti alla eucaristia significa averne una percezione anche teorica, significa rispondere in modo corretto alla questione \u201cdove incontro Ges\u00f9\u201d, alla domanda \u201ccome prego con Lui\u201d, alla domanda \u201ccome faccio esperienza del mio destino\u201d. La devozione \u00e8 sempre anche la espressione di una teologia: non \u00e8 solo teologia, ovviamente, tanto meno \u00e8 teologia professionale, ma presuppone una visione teologica e favorisce una idea di teologia. Se eucaristia \u00e8 ostensorio o pisside, restiamo in una teologia del tabernacolo, non dell\u2019ambone e dell\u2019altare. Se dopo aver celebrato la messa del Corpus Domini, e aver fatto la comunione (cosa che la Bolla del 1264 chiedeva come obiettivo della festa), facciamo la processione \u201ccol Santissimo\u201d, alimentiamo indirettamente una devozione da tabernacolo, non da ambone e da altare. Se al momento della comunione, usiamo le particole prodotte sull\u2019altare solo per due o tre persone, mentre le centinaia dell\u2019aula le nutriamo tutte dalla pisside presa dal tabernacolo, alimentiamo una teologia eucaristica parziale e unilaterale, che per custodire una devozione classica (non producendo pericolosi frammenti nella frazione), perde il significato pi\u00f9 profondo del rito che si celebra. La separazione tra sacramento e suo uso (un luogo classico della devozione eucaristica) \u00e8 un errore teorico a cui non si rimedia intensificando la preghiera, ma correggendo la rappresentazione.<\/p>\n<p>Facciamo una teologia eucaristica dell\u2019effetto intermedio, ma non dell\u2019effetto di grazia. Ci fermiamo a met\u00e0 della strada: il Corpo di Cristo sacramentale non ci interessa che diventi corpo di Cristo ecclesiale. Salmeri dice: di questo effetto \u201cecclesiale\u201d non c\u2019\u00e8 alcuna devozione. Forse per\u00f2 \u00e8 giusto cos\u00ec. Essendo la devozione virt\u00f9 di individui, l\u2019effetto di grazia sta su un altro piano. Forse \u00e8 giusto che la virt\u00f9 di religione, che deve essere devozione e adorazione, si trasformi in forma di vita e che l\u2019atto di culto diventi atto morale. Non perch\u00e9 sparisca la devozione, ma perch\u00e9 assuma la forma con cui la fede genera una istituziona di conversione e misericordia.<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, proprio osservando il centro della \u201cdevozione eucaristica\u201d, ossia la messa, non \u00e8 difficile rilevare la interferenza continua, anche nel rito riformato, tra forme della conoscenza e forme della affettivit\u00e0 che non vivono in armonia. Non solo le polemiche pretestuose sul modo di \u201cricevere la particola\u201d (il fatto che cardinali si ostinino a dire il primato della bocca sulla mano non \u00e8 solo coreografia curiale) ma anche la postura durante la cosiddetta consacrazione (se Dio vuole, l\u2019anniversario del Concilio di Nicea ci ha fatto ricordare che stare in ginocchio \u00e8 una forma di devozione penitenziale prima che eucaristica), ma anche l\u2019uso devoto di suonare il campanello prima dopo e alle due elevazioni, ma anche la mancanza di senso rituale della frazione del pane e la conseguente forma tonda della particola, singolare contraddizione tra atto di condivisione e pretesa di avere ciascuno un piccolo intero\u2026Unendo tutte queste prassi quasi inconsapevoli (e che si vedono tanto nell\u2019ultima delle parrocchie come anche a S. Pietro) riconosciamo bene la inerzia di una devozione anteconciliare dentro un rito certamente postconciliare. Non aveva visto, almeno fino a papa Benedetto XVI, preti e professori andare a celebrare agli altari laterali di S. Pietro, al mattino presto? Il rito era quello di Paolo VI, ma la devozione (presbiterale) era quella di Pio V.<\/p>\n<p>Come si domanda Salmeri, se un giovane vuole essere devoto alla eucaristia, non pu\u00f2 che esserlo in forma anteconciliare? Si noti: non anti-conciliare, ma ante-conciliare. Per\u00f2 \u00e8 chiaro che una devozione ante-conciliare, se non viene assunta ad oggetto di revisione, diventa facilmente, anticonciliare. Le cose vanno cos\u00ec: dove la affettivit\u00e0 devota identifica la teologia con il sentimento, pu\u00f2 accadere anche ad un papa teologo di giustificare il parallelismo rituale con il principio \u201cci\u00f2 che \u00e8 stato sacro per le generazioni del passato deve restarlo anche per quelle del futuro\u201d. Potremmo dire che, isolando troppo nettamente la devozione dalla teologia, si blocca il sistema e si diventa nostalgici del bel tempo in cui tutti adoravano l\u2019ostia, anche durante la messa: unit\u00e0 e comunione della Chiesa restavano esterne alla devozione. Essere \u201capostoli della eucaristia\u201d e avere accanto un ostensorio e una pisside fa pensare che la<i> devotio moderna<\/i> sia il sacro della chiesa cattolica per sempre, non una sua forma storica che ha largamente esaurito la sua efficacia ecclesiale. La domanda di spiritualit\u00e0, nata dalla esperienza tragica delle due guerre mondiali, aveva un altro orizzonte e un\u2019altra idea: forse era una utopia?<\/p>\n<p>\u201cSe uno parla male di mia mamma, deve aspettarsi un pugno\u201d, ha detto una volta papa Francesco, con la sua franchezza. Nel dibattito su Carlo Acutis e sulla devozione eucaristica scattano affetti travolgenti e anche \u201cpugni\u201d metaforici. Ma gli affetti chiedono una educazione. Se non li educhi, prendono la via pi\u00f9 facile, anzitutto nei giovani. Ha ragione Salmeri quando pone con forza la questione della devozione conciliare. Per parte mia sento di dover insistere sullo stretto legame delle forme della devozione con la comprensione teologica della eucaristia, della preghiera e dei novissimi. Proprio gli ambiti che vengono richiamati nel processo di canonizzazione, come pi\u00f9 tipici della santit\u00e0 di Carlo, sono i piani su cui la elaborazione pratica postconciliare risulta pi\u00f9 carente, anche se non inesistente (ad es. il Brasile ha prodotto una preghiera popolare dei salmi che permette di attuare, in qualche modo, il dettato conciliare che Salmeri denuncia come inapplicato quasi totalmente). Ma non trascuriamo il contributo che a questa trascuratezza hanno dato teologie troppo facilmente \u201cconcordiste\u201d e orientate a dare allo stesso tempo colpi al cerchio e colpi alla botte. Fino al punto di teorizzare la possibile convivenza \u201cpacifica\u201d tra riti tra loro contraddittori. Nel caso Acutis emergono perci\u00f2 anche le carenze di un pensiero teologico, che spesso risulta del tutto incapace di assumere responsabilmente gli \u201caltiora principia\u201d stabiliti dal Vaticano II, conducendoli elaborati alle nuove generazioni postconciliari. Anche questa, a me pare, \u00e8 una concausa del \u201ccaso Acutis\u201d. Chi, da teologo, \u00e8 stato consultato lungo il percorso di istruzione della causa, sembra aver ignorato tutte le questioni pi\u00f9 decisive, rifugiandosi nelle evidenze sospette di una devotio moderna, che non ha pi\u00f9 il supporto di una evidenza sistematica. Forse l&#8217;ambiguit\u00e0 del caso consiste proprio nel lato oscuro di un rapporto tra parola liturgica e parola dogmatica, che sugli snodi di maggior rilievo della pratica devota, conosce una sorta di \u201cimpermeabilit\u00e0\u201d di un discorso rispetto all\u2019altro. La pretesa che la esperienza della eucaristia (devozione compresa) sia comandata da proposizioni dogmatiche medievali e tridentine, e non da proposizioni conciliari e rituali, \u00e8 il segno di una crisi non piccola. A cui non si rimedia n\u00e9 difendendo una riforma che non genera pratiche spirituali, n\u00e9 difendendo pratiche spirituali senza pi\u00f9 supporto n\u00e9 rituale n\u00e9 dogmatico. La riforma non \u00e8 riforma se non genera pratiche. Ma le pratiche spirituali non sono spirituali se sono anzitutto \u201ccontro\u201d la riforma e contro una pi\u00f9 profonda comprensione di che cosa \u00e8 eucaristia, che cosa \u00e8 preghiera e che cosa \u00e8 l\u2019essere giudicati sull\u2019amore.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La lettura dell\u2019articolato testo di Giovanni Salmeri (qui), a proposito del caso Acutis, fa avanzare positivamente il dibattito ecclesiale e mette a nudo una questione importante, rimasta parzialmente in ombra nella discussione che finora si&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/19836"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=19836"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/19836\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":19838,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/19836\/revisions\/19838"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=19836"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=19836"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=19836"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}