{"id":19827,"date":"2025-06-24T08:23:07","date_gmt":"2025-06-24T06:23:07","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=19827"},"modified":"2025-06-24T12:43:48","modified_gmt":"2025-06-24T10:43:48","slug":"specie-e-sostanza-e-le-azioni-rituali-riconoscere-il-signore-nella-frazione-del-pane","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/specie-e-sostanza-e-le-azioni-rituali-riconoscere-il-signore-nella-frazione-del-pane\/","title":{"rendered":"Specie e sostanza: e le azioni rituali?  Riconoscere il Signore nella frazione del pane"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Messale_Romano.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-15158\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Messale_Romano-300x229.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"229\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Messale_Romano-300x229.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Messale_Romano-1024x784.jpg 1024w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>In generale si pu\u00f2 dire che i sacramenti sono la &#8220;forma visibile della grazia invisibile&#8221;. Questa espressione, di origine agostiniana, ha segnato profondamente la teologia scolastica dei sacramenti, a partire da Pietro Lombardo. Questa affermazione vale per tutti i sacramenti, ma in nessuno, come nella Eucaristia, \u00e8 stata approfondita questa tensione fino al punto da creare un duplice linguaggio:<\/p>\n<p>* quello che distingue le specie (pane e vino) dalla sostanza (corpo e sangue)<\/p>\n<p>* quello che distingue la forma visibile, dalla verit\u00e0 del corpo e del sangue, dalla virt\u00f9 spirituale dell\u2019unit\u00e0.<\/p>\n<p>Soprattutto la prima distinzione merita un approfondimento, perch\u00e9 si \u00e8 affermata proprio come la differenza della \u201csostanza\u201d dalle \u201cspecie\u201d, per dire che \u201caltro si vede\u201d e \u201caltro si crede\u201d. Questa teoria ha inciso profondamente sulla esperienza: vediamo come.<\/p>\n<p><em>Le controversie sulla eucaristia<\/em><\/p>\n<p>Diversamente dagli altri sacramenti, infatti, l\u2019eucaristia ha dovuto affrontare, a partire dal IX secolo, una profonda e lunga discussione, sulla modalit\u00e0 con cui il Corpo di Cristo \u00e8 presente nel sacramento: tutto comincia dalla domanda con cui un re (Carlo il Calvo) pone la questione in questi termini: \u201cQuod in Ecclesia ore fidelium sumitur corpus et sanguis Christi&#8230; in mysterio fiat, an in veritate\u201d (\u201c<em>Ci\u00f2 che nella Chiesa viene assunto dalla bocca dei fedeli \u00e8 corpo e sangue di Cristo in mistero o in verit\u00e0?<\/em>\u201d. Cos\u00ec si \u00e8 creato, con i secoli, una sorta di parallelo tra \u201cmistero\u201d e \u201cspecie\u201d, tra \u201cverit\u00e0\u201d e \u201csostanza\u201d. La precisazione teologica ha perci\u00f2 tradotto abbastanza presto la differenza con le parole <em>species<\/em> e <em>substantia: <\/em>la forma visibile \u00e8 espressa con \u201cspecie\u201d, mentre la grazia invisibile \u00e8 detta \u201csostanza\u201d. Il pane e vino decadono a \u201cspecie\u201d, mentre il Corpo e il Sangue sono pensati come sostanza. Quindi non \u00e8 del tutto vero che la sostanza si converte, mentre il pane e il vino \u201crestano\u201d. Il loro permanere subisce un cambiamento, almeno nel nome: pane e vino iniziano a chiamarsi \u201cspecie\u201d. Questo per non creare un conflitto tra sostanze concorrenti: del pane e del vino resta solo la \u201cspecie\u201d, mentre la sostanza si converte totalmente nella verit\u00e0 di corpo e sangue.<\/p>\n<p>Che cosa indica questa parola \u201cspecie\u201d? Nel sistema di riferimento, che S. Tommaso, nel formulare la teoria, ha poi acquisito da Aristotele, il termine correlativo a sostanza non \u00e8 specie, ma \u201caccidente\u201d. Penso che si potrebbe imparare qualcosa da questo termine alternativo, forse comprendendo meglio i limiti della visione espressa da \u201cspecie\u201d e recuperando il ruolo della azione.<\/p>\n<p><em>Specie<\/em> infatti significa \u201cci\u00f2 che si vede, ci\u00f2 che appare\u201d, mentre <em>accident<\/em><em>e<\/em> significa \u201cci\u00f2 che accade, il contingente, ci\u00f2 che mi tocca\u201d.<\/p>\n<p>Mi pare che, rispetto alla \u201csostanza\u201d, la integrazione che gli \u201caccidenti\u201d compiono possa essere pi\u00f9 ricca e pi\u00f9 complessa. Cerco di spiegarmi meglio.<\/p>\n<p>Chiamare \u201cspecie\u201d il pane e il vino sottolinea esclusivamente il fatto che siano \u201cforme visibili\u201d: sono la parte visibile del sacramento. \u201cSpecie\u201d, come parola, utilizza e sollecita soltanto il registro del vedere. Questo inclina naturalmente tutto il rapporto sul registro visivo e visuale. Vista (delle specie) e contemplazione (della sostanza) sono le vie principali di rapporto col sacramento, sottolineate da un linguaggio per questo molto unilaterale.<\/p>\n<p><em>Le specie o gli accidenti?<\/em><\/p>\n<p>La parola \u201caccidenti\u201d, per quanto sia altrettanto astratta, potrebbe aiutare a comprendere qualcosa di pi\u00f9 grande e di pi\u00f9 profondo. Pane e vino non sono meri \u201csupporti\u201d della sostanza, ma entrano con essa in una relazione pi\u00f9 complessa: pane e vino non sono solo \u201cvisti\u201d, ma sono presi, portati all\u2019altare, fatti oggetto di preghiera di rendimento di grazie e di benedizione, il pane viene spezzato, entrambi vengono dati e mentre vengono mangiati e bevuti ricevono la parola autorevole che predica il loro carattere di corpo dato e di calice del sangue versato. Dire accidenti, anzich\u00e9 specie, pu\u00f2 permettere di tener conto, in modo pi\u00f9 completo, della pluralit\u00e0 di azioni di cui fa memoria la celebrazione eucaristica.<\/p>\n<p>Il pane e il vino non sono anzitutto \u201capparenze\u201d di una sostanza diversa. Sono gli accidenti che permettono un accesso alla sostanza non solo visivo, ma \u201ccontingente\u201d, dove contingente indica una pluralit\u00e0 di azioni, che campeggiano al centro della memoria ecclesiale. Il testo che spesso definiamo riduttivamente \u201cconsacrazione\u201d \u00e8 costituito da queste ricche parole:<\/p>\n<p>Egli, consegnandosi volontariamente alla passione,\u00a0<em>prese<\/em> il pane, <em>rese grazie<\/em>,\u00a0lo <em>spezz<\/em><em>\u00f2<\/em>, lo <em>diede<\/em> ai suoi discepoli e <em>disse<\/em>:<\/p>\n<p><strong><em>Prendete<\/em>, e <em>mangiatene<\/em> tutti:<\/strong><\/p>\n<p><strong>questo e il mio Corpo<\/strong><\/p>\n<p><strong>offerto in sacrificio per voi.<\/strong><\/p>\n<p>Allo stesso modo, dopo aver cenato,\u00a0<em>prese<\/em> il calice,\u00a0di nuovo <em>ti rese grazie<\/em>, lo <em>diede<\/em> ai suoi discepoli e <em>disse<\/em>:<\/p>\n<p><strong><em>Prendete<\/em>, e <em>bevetene<\/em> tutti:<\/strong><\/p>\n<p><strong>questo e il calice del mio Sangue,<\/strong><\/p>\n<p><strong>per la nuova ed eterna alleanza,<\/strong><\/p>\n<p><strong>versato per voi e per tutti<\/strong><\/p>\n<p><strong>in remissione dei peccati.<\/strong><\/p>\n<p><strong><em>Fate questo<\/em> in memoria di me.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tutti i termini scritti in corsivo indicano le \u201cazioni\u201d che vengono compiute con pane e calice: per questo chiamare \u201cspecie\u201d il pane e il vino influisce molto sulla esperienza e li riduce a \u201centi solo visibili\u201d: la categoria di \u201caccidenti\u201d, invece, pur essendo altrettanto formale, custodisce meglio la funzione delle azioni che riguardano il pane e il vino in modo strutturale.<\/p>\n<p><em>La forma precedente delle formule<\/em><\/p>\n<p>Un altro aspetto che deve essere considerato \u00e8 il contributo che a questo ampliamento di esperienza ha saputo dare la riforma del Messale Romano. Fino al 1969, infatti, le formule delle parole sul pane e sul calice erano costruite diversamente (ho imparato questa importantissima distinzione dal bello studio di Zeno Carra, <em>Hoc<\/em> facite, Assisi, Cittadella, 2018). Ecco il testo del messale tridentino, nell\u2019ultima versione del 1962:<\/p>\n<p>Qui pridie\u00a0quam pater\u00e9tur\u00a0acc\u00e9pit panem in sanctas ac vener\u00e1biles manus suas\u00a0et elev\u00e1tis \u00f3culis in co\u00e9lum, ad te Deum Patrem suum omnipot\u00e9ntem, tibi gr\u00e1tias \u00e1gens,\u00a0\u00a0fa bene\u00a0 \u00a0d\u00edxit, fregit, ded\u00edtque disc\u00edpulis suis, dicens:\u00a0Acc\u00edpite, et manduc\u00e1te ex hoc \u00f3mnes.<br \/>\n<strong>HOC\u00a0EST ENIM\u00a0CORPUS\u00a0MEUM.<\/strong><\/p>\n<p>S\u00edmili modo p\u00f3stquam cen\u00e1tum est\u00a0\u00a0acc\u00edpiens et hunc pr\u00e6cl\u00e1rum c\u00e1licem in sanctas ac vener\u00e1biles manus suas: item,\u00a0tibi gr\u00e1tias \u00e1gens\u00a0bene\u00a0 \u00a0d\u00edxit, ded\u00edtque disc\u00edpulis suis, dicens:\u00a0Acc\u00edpite et bib\u00edte ex eo \u00f3mnes.<\/p>\n<p><strong>HIC EST ENIM<\/strong><strong>\u00a0<\/strong><strong>CALIX<\/strong><strong>\u00a0<\/strong><strong>S\u00c1NGUINIS MEI,<\/strong><br \/>\n<strong>NOVI ET\u00a0\u00c6T\u00c9RNI\u00a0TESTAM\u00c9NTI:\u00a0<\/strong><br \/>\n<strong>MYST\u00c9RIUM\u00a0F\u00cdDEI:\u00a0<\/strong><br \/>\n<strong>QUI PRO\u00a0VOBIS ET PRO\u00a0MULTIS<\/strong><strong>\u00a0<\/strong><br \/>\n<strong>EFFUND\u00c9TUR IN\u00a0REMISSI\u00d3NEM<\/strong><br \/>\n<strong>PECCAT\u00d3RUM.<\/strong><\/p>\n<p>Come \u00e8 evidente anche dai caratteri utilizzati dai testi citati, la \u201cformula\u201d nella versione precedente alla Riforma liturgica era concentrata soltanto sulla predicazione dell\u2019\u2019EST riferita al pane e al calice del vino, che cos\u00ec erano identificati con il corpo e sangue di Cristo. La assenza del contesto di azioni, presenti solo nella preghiera, ma non nella formula, ha reso pi\u00f9 facile identificare per secoli il sacramento soltanto sul piano di una \u201cconversione della sostanza\u201d, lasciando che pane e vino degradassero a \u201cspecie\u201d, ad apparenze. Ci\u00f2 che accade con esse, nella nuova formula, fa parte della formula stessa: sia il prendere, sia il mangiare, sia il \u201cdare per\u201d. Il verbo \u201cest\u201d non \u00e8 riferito ad un oggetto, ma ad una azione: questa \u00e8 la grande novit\u00e0 recuperata dai primi secoli e restituita alla coscienza ecclesiale dal nuovo Ordo Missae.<\/p>\n<p><em>L\u2019azione rituale come linguaggio della memoria<\/em><\/p>\n<p>Per questo un ampliamento della esperienza pu\u00f2 passare anche attraverso la correzione di una espressione troppo semplice, troppo astratta, di cui facciamo uso in modo troppo disinvolto, come accade al termine \u201cspecie\u201d. Allo stesso modo, anche la \u201csostanza\u201d viene arricchita per il fatto di essere in relazione non soltanto con una \u201capparenza\u201d, ma con un \u201caccidente\u201d, un \u201caccadere\u201d che nella sua contingenza costituisce un elemento insuperabile per comprendere e vivere il senso teologico del sacramento. La parola \u201cspecie\u201d induce solo a guardare e facilita la separazione della eucaristia in due parti scollegate: il sacramento, come sostanza, e il suo uso relativamente autonomo. D\u2019altra parte, come abbiamo gi\u00e0 scoperto, proprio considerando la nuova formula introdotta dalla riforma liturgica, \u00e8 evidente che la espressione \u201cquesto \u00e8\u201d non sia riferita ad un \u201coggetto\u201d, ma ad una \u201cazione\u201d: tutto ci\u00f2 che Ges\u00f9 ha fatto nell\u2019ultima cena (prendere il pane, rendere grazie, spezzare, dare e dire) costituisce il referente di quella identificazione con il suo corpo e il suo sangue. Per questo la memoria di lui non \u00e8 soltanto nelle \u201cparole sul pane e sul calice\u201d, ma anzitutto nelle \u201cazioni col pane e con il calice\u201d, che trovano la loro forma pi\u00f9 compiuta in tutta la sequenza rituale della messa: ossia, dopo la liturgia della parola, essa inizia dalla \u201cpresentazione dei doni\u201d (\u201cprese\u201d), prosegue nella \u201cpreghiera eucaristica\u201d (\u201crese grazie\u201d), nella frazione del pane (\u201clo spezz\u00f2\u201d), nel rito di comunione (\u201clo diede ai suoi discepoli\u201d) e nelle parole che il ministro della comunione dice consegnando la particola (\u201cCorpo di Cristo\u201d). Tutta questa sequenza \u00e8 il \u201cquesto\u201d che viene identificato come corpo e sangue del Signore..<\/p>\n<p><em>Una scissione da superare<\/em><\/p>\n<p>Se siamo consapevoli di questa ricchezza, possiamo evitare di usare quella brutta espressione, che suona \u201cfare la comunione SOTTO una (o due) specie\u201d. La comunione, come rito che compie ogni eucaristia, non avviene mai \u201csotto\u201d una specie, bens\u00ec \u201cmediante\u201d pane e vino, nell\u2019accadere della verit\u00e0 sostanziale attraverso il prendere, il pregare, lo spezzare, il dare e il dire, con e su pane e vino: nel mangiare e nel bere questo ente che qualifica un \u201cdare per\u201d, una pro-esistenza, che \u00e8 vita con Cristo, per Cristo e in Cristo: la comunione permette il passaggio dal Corpo di Cristo sacramentale al Corpo di Cristo ecclesiale. In questo modo non si separano i due effetti del sacramento, e non si affida soltanto agli occhi un eccesso di responsabilit\u00e0, che pu\u00f2 arrivare alla speranza di \u201cvedere la sostanza\u201d. Come insegna l\u2019episodio dei due discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-53) quando nella frazione del pane riconoscono che quel pellegrino \u00e8 il Signore, egli viene sottratto ai loro occhi. Invece la pretesa di vederlo, dovuta ad uno sguardo unilaterale che cerca il miracolo, distoglie dalla azione rituale, legata invece a molteplici azioni di partecipazione attiva al mistero della incarnazione e della redenzione in Cristo. Forse questa inclinazione al vedere, e all\u2019attendersi magari di \u201cvedere il mistero\u201d come un miracolo, deriva anche dalla contrapposizione che il Concilio di Trento ha introdotto in modo apologetico, assumendo gli avverbi \u201cvere\u201d, \u201crealiter\u201d e \u201csubstantialiter\u201d come antitetici a \u201csegno\u201d, \u201cfigura\u201d e \u201cvirt\u00f9\u201d. La natura segnica, figurale e virtuale di pane e vino non sono antitetiche alla verit\u00e0, realt\u00e0 e sostanzialit\u00e0 del corpo e del sangue. Il Movimento Liturgico e la riforma conciliare ci hanno consegnato una esperienza pi\u00f9 ricca e pi\u00f9 articolata della presenza del Signore nella sua chiesa, che ci libera dalla ossessione del \u201cvedere\u201d come prova della sostanza. Ogni volta che mangiamo il pane benedetto e spezzato, e ogni volta che beviamo del calice condiviso della nuova alleanza, annunciamo che il Signore risorto \u00e8 veramente morto e che il Crocifisso vive per sempre nel corpo della Chiesa, che ne attende il ritorno alla fine dei tempi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In generale si pu\u00f2 dire che i sacramenti sono la &#8220;forma visibile della grazia invisibile&#8221;. Questa espressione, di origine agostiniana, ha segnato profondamente la teologia scolastica dei sacramenti, a partire da Pietro Lombardo. 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